20.000

Eccoli, ci siamo arrivati !

20.000 visitatori !!!!!!

sono tanti, tantissimi, impensabili, inimmaginabili, goduriosi, fantastici.

Sono felice.

Un’avventura iniziata qualche anno fa per gioco e che per gioco continua ma con numeri così impegnativi che richiedono una mia maggior costanza: cazzeggiare va bene, ma c’è qualcuno che viene qui volentieri e merita grande impegno da parte mia e non solo quando mi sfrulla per il capo.

Grazie a tutti voi che anche se per sbaglio siete passati su queste pagine, anche a quelli che cercavano il mio omonimo “Gianfranco Lotti stilista di pelletteria” e che si sono ritrovati su questo blog assurdo, anche a quelli che cercavano notizie sul vero ballo sardo o  su “A Diosa” e sono rimasti delusi o agli amici che, un clic oggi ed un clic domani, hanno alzato il numero dei visitatori, agli anonimi e a coloro che con i loro commenti hanno elevato la qualità del racconto.

Nessuno mi ha offeso e in questi anni di social scatenati e sregolati in cui ognuno si sente in diritto di sparare impunemente sentenze, minacce e cazzate  è già molto. Quanto meno i miei lettori sono persone ragionevoli ed educate, scusate ma non è poco, sono orgoglioso di voi.

Continuiamo assieme, vi prego

 

Patriebalere su Spreaker

Patriebalere sbarca su Spreaker la piattaforma  web con la quale è possibile creare e condividere contenuti audio, live o podcast, un contenitore nel quale pubblicare liberamente le mie scemenze,  una radio libera e personale sempre a disposizione.

Si comincia con il primo episodio de “La posta del cuore di Ivano Libanore”.

Si tratta di  richieste di consigli sentimentali rivolte a Ivano Libanore, un ex maestro di ballo e gran puttaniere che ha vissuto tempi migliori e si trova adesso a trascorrere una malinconica vecchiaia  in un istituto di  suore (diciamo sorelle per non offendere le suore)  assieme a un invadente compagno di stanza di nome Romolo.

Il linguaggio è un pochino scurrile, direi abbastanza, con dovizia di pudende. Ogni riferimento a cosa o persone reali è puramente casuale ma mi piacerebbe  che non lo fosse.

E’ un esperimento e come tale lo dovete prendere.

Per ascoltare l’episodio clicca sull’icona qui a lato

P.S. per gli anonimi criticoni; io mi sono divertito moltissimo e questo mi basta.

 

Preghiera d’agosto

Il primo lato del bagno in mare va dalla sassosa spiaggia dell’insenatura fino al limite destro della scogliera: qualche centinaio di bracciate per aggredire il freddo dell’acqua con  i muscoli che lentamente si distendono e il calore del corpo che si assuefà alla temperatura del mare. Ha inizio così il mio quieto viaggio.

Si va verso i banchi di sabbia che danno al fondale un colore verde smeraldo in contrasto con il bruno azzurrato delle rocce. Le brevi distese di sabbia bianca si adagiano a una profondità di quattro metri e fanno da guida per proseguire: mantenendomi sul loro lato destro  vado nella direzione corretta .

Durante questa parte del bagno mi piace contare, da uno a cento, respiro dopo respiro, e poi daccapo da uno a cento, e poi ancora. Concentrato sulla inevitabilità dei numeri ogni altro pensiero si affievolisce fino a scomparire, arrivato a trecento sarò in prossimità degli scogli affioranti della punta del promontorio, fuori dallo sguardo di coloro che stanno a riva.

Mi fermo e sollevo la testa: vedo solo la superficie ondulata dell’acqua e gli scogli, mi sento solo e libero.

Non mi piacciono quelli che si mettono seduti sulla riva e lanciano con noncuranza sassi in mare uno dopo l’altro, come un sopruso: un sasso sta in acqua o all’asciutto da centinaia di anni secondo un lento disegno, un lembo di corrente o la risacca dell’inverno hanno agito per lui magari spostandolo ogni volta di qualche centimetro, poi arriva un sconosciuto e stabilisce proditoriamente di alterare l’equilibrio naturale.

Non mi piacciono neppure quegli apprendisti castori che costruiscono piccole dighe di sassi ostruendo il flusso spontaneo della corrente, non mi piace chi parla a voce alta,  chi sente la musica in spiaggia, non mi piacciono i bambini sulla spiaggia e chi fa cagnara, insomma quasi nessuno mi piace che venga a disturbare la perfetta quiete che ho trovato in questo luogo.

Perciò sto bene in acqua.

Occorrono sette/otto minuti per fare questo tratto di mare, secondo il movimento delle onde e l’energia di quel giorno fino a doppiare la punta degli scogli bassi. Sulla destra appena passato lo sperone di roccia c’è una minuscola rientranza di sabbia incapsulata fra gli scogli, è il punto dove, se mi va, posso poggiare i piedi a terra in un ultimo fugace contatto con la terraferma.

In solitudine mi avvio alla meta successiva: il piccolo promontorio che protegge l’imbarcadero turistico, i pontili galleggianti che vengono montati in estate su un lato esposto del golfo, un ormeggio privato che deturpa la magnifica insenatura del paese, e che già non basta, non basterà mai, vorrebbero un porto turistico anche qui per farne un ricettacolo di motoscafi e gommoni più di quanto già sia adesso.

Questo pensiero mi segue mentre percorro la distanza bordeggiando la riva per timore dei gommoni a noleggio che sfrecciano trenta metri più al largo; sulla destra si affacciano quattro belle case tra i pini, ma solo due hanno l’accesso al mare con i gradini intagliati nella roccia, non ho mai visto nessuno fare il bagno in questo specchio d’acqua.

In questo tratto osservo il fondale attratto dal movimento imprevedibile dei pesci, ma  è la parte che meno amo, è faticosa, bracciate che servono solamente ad allungare il percorso; ci vogliono dieci minuti per arrivare a alla scogliera che nasconde le barche ormeggiate, però quando sono qui alzo lo sguardo e ciò che vedo mi piace: sono al punto più lontano del mio viaggio, da qui potrei tornare a casa a piedi risalendo il sentiero.

E invece si riparte per ritornare indietro nello stesso percorso fino a doppiare nuovamente la punta del primo promontorio quello che dà sulla nostra spiaggia, la cala triste come una volta l’hanno chiamata, che di triste non ha niente, io la chiamerei cala della solitudine o della riflessione o del silenzio o forse dei cani giocosi e remissivi che frequentano questo angolo di costa rocciosa, ma certamente non triste

Un tizio veniva qui tutti giorni con la moglie: lei sedeva al sole, lui camminava lentamente fra i sassi assorto, soppesando l’area con un lieve socchiudere degli occhi. Poi, con metodo e pazienza certosina, sovrapponeva pinnacoli di pietre una sull’altra poggiate sugli scogli, creando dal nulla magnifiche sculture, incastri e sostegni naturali, pietra con pietra, dalle forme slanciate come un vortice verticale, stalagmiti poggiate in un equilibrio prodigioso, minareti  disseminati in maniera scenografica.

La moglie lo guardava compiaciuta e un po’ rassegnata alla geniale follia del marito, ogni tanto indicando con la mano e con complicità una pietra utile alla costruzione.

Il rito si ripeteva ogni giorno, costruiva questi menhir dalle fondamenta incerte miracolosamente eretti sul niente, stabili nella loro effimera precarietà, come un segnale per i bagnanti di passaggio.

Il giorno dopo li ritrovavamo disfatti, … hop…. le torri erano misteriosamente franate.

Accadeva che, come in uno specchio concavo, un alter ego contrapposto, un signore attempato faceva il suo giro serale e abbatteva con cinismo e meticolosità ciò che l’altro aveva costruito con perizia, contrapponendo la gravezza della distruzione alla leggerezza della edificazione, la materia allo spirito, come chi non sapendo costruire vuol manifestare un equivoco segnale di vita distruggendo.

Ebbene, ineffabile, l’architetto dell’equilibrio tornava e, superato lo stupore del disastro, ricominciava daccapo, lentamente riparando, aggiungendo nuove pietre ad erigere nuove torri sghembe, con la solita pazienza e la solita mira infallibile degli incastri.

E di nuovo al mattino successivo le sculture erano a terra, e così via, un giorno dopo l’altro per una intera estate.

Non so cosa ci insegna tutto questo. Invidia, incapacità ad accettare ciò che non si comprende, lotta della brutalità contro la fantasia, dell’estro contro il conformismo o più semplicemente un dispetto fra anziani bagnanti, una lite nata forse lontano dalla spiaggia per banali questioni di condominio o di parcheggio.

I due signori non si sono mai incontrati, ma il maestro  dei pinnacoli alla fine ha rinunciato, ha vinto il distruttore come sovente accade, e tutti noi ospiti occasionali della spiaggia ci abbiamo rimesso un po’.

Si torna quindi a doppiare la punta e qui inizia il piacere più profondo: all’orizzonte vedo l’isoletta dei Garofani, poco più di uno scoglio che fa idealmente da limite di sinistra alla cala. Quella è la mia meta. Il ritmo ora acquista  determinazione e passione, il respiro si fa più rarefatto, senza rumore, sento il fresco dell’acqua sulla pelle, il silenzio interrotto dallo swash delle bracciate vedendo sprofondare il fondale dai tre ai quattro metri giù, giù, fino a perdersi misterioso in un baratro dove talvolta ho scorto una razza muoversi mollemente ondeggiando la coda sottile in un rassicurante saluto.

Cosa posso fare se non pregare adesso ? Riemergono vecchie preghiere a domandare pietà, aiuto, consiglio, oppure ne invento di nuove senza regole, banali,  per mantenere propositi, o folli desideri da sognare,  come un mantra, in piena intimità con la mia anima, il mio corpo e la natura e niente altro. E’ il mio pellegrinaggio interiore.

E intanto vado al massimo delle mie forze, senza guardare indietro, mai ci si volta nel percorrer lunghe distanze, spingo, onda o non onda, perché amo questo momento mentre si avvicina l’isola dei garofani, mentre lo sciacquio delle onde ritmicamente mi accompagna e finalmente sto volando !

Nuotare è la cosa che più si avvicina al volo, aria e mare fusi in una inebriante sensazione di levità, sotto di me ci sono valli e campi e paesi e non alghe, sabbia, rocce. Mi sento leggero, pulito, in sintonia con il luogo, in uno stato di benessere.

E’ il lato più prolungato del viaggio, ma dura sempre troppo poco il tratto che mi porta a toccar la punta estrema dei Garofani, quando sarò lì mi volterò a guardare con appagamento la linea d’acqua di così breve e di così intenso viaggio.

Un respiro e si torna indietro per la lunghezza della baia nuovamente a toccare per la terza volta il promontorio. Senza fretta adesso,  sollevo un poco di più la testa verso sinistra perché da questo lato ad ogni bracciata sul pelo dell’acqua si staglia il profilo di Tavolara e piegando la testa sulla destra si scorge il sole che si avvia al tramonto dietro le basse colline mentre ancora ascolto il suono dell’acqua falciata dal corpo ed ancora sento il fresco sulla pelle e tutti i sensi sono appagati e questo è un nuovo attimo di gioia, di presenza, sono vivo come mai nel resto del giorno.

E via così fino alla punta del promontorio, dieci minuti è il tempo per arrivare, un ultimo sguardo prima di cercare con lo sguardo verso la spiaggia il basso ginepro sotto il quale trovo riparo nelle ore più calde del giorno, e finalmente rientrare con lentezza esasperata dalla stanchezza e dal compiacimento, giocando con le onde in un abbandono cosciente, indugiando ancora alla ricerca di un particolare non ancora scoperto nascosto fra le rocce e la posidonia, lasciandomi trasportare languidamente dalla corrente, piano piano, fino a riva.

Certi vengono qui a caccia di polpi, le rare volte che ne ho scorto uno, piccolo, attorcigliato su se stesso come un gatto addormentato  ho guardato con meraviglia e mai avrei potuto dargli la caccia, ho dentro di me una immagine atavica di mostri sottomarini, di calamari giganti che con un tentacolo mi afferrano un piede e mi trascinano sul fondo del mare imprigionandomi nelle loro caverne azzurre,  reminiscenza di qualche film dell’orrore subacqueo.

Alla fine rientro a riva: mi sollevo dall’acqua scivolando sui sassi e mi giro indietro a guardare ciò che, immutabile, è lì, sempre, come una promessa di un nuovo appuntamento per l’indomani.

Questo è il mio modo di pregare col corpo e con l’anima. Vengo qui ogni giorno nel silenzio totale e in solitudine compio il mio percorso e non sono mai deluso, né triste o sconfortato, sono pieno di questa emozione di cui sono geloso e che oggi, qui, per la prima volta ho confidato.

Questa è la ragione per la quale non mi spiacerebbe che le mie ceneri venissero sparse in questo tratto di mare, perché qui vivo momenti bellissimi della mia vita, ammesso che un giorno lontano abbia delle ceneri  tutte mie !

Ancora su A Diosa

Eccone uno nuovo nuovo:

il 7 agosto, oggi, il signor Italo invia il suo commento a “A Diosa” ed io lo pubblico nella sezione commenti e pure qui, in prima pagina, perché è per me una grande gioia quando qualcuno mi prende sul serio. Grazie

——————————————————————————-

Io non sono sardo ma amo la Sardegna come pochi. Nella seconda metà degli anni 60 del secolo scorso ho lavorato a Nuoro per circa tre anni e sono stati gli anni più belli della mia vita. Non conoscevo “No potho reposare”, ma nel 2013 la dirigente dell’Hotel Le Rocce Sarde, a conoscenza del mio amore per la Sardegna, durante una cena che veniva organizzata per gli ospiti, chiese a due ragazzi che ci intrattenevano con i loro canti, di dedicare a me e a mia moglie una canzone in lingua sarda. I ragazzi ci dedicarono proprio “No potho reposare” e, per quanto possa sembrare incredibile, era come se l’avessi sempre ascoltata, riuscivo a canticchiarla e, non mi vergogno a dirlo, ebbi un momento di commozione. In effetti “No potho reposare” è un capolavoro e, naturalmente, trova posto tra le mie canzoni preferite.

 Italo Santopietro

Si riapre !

Sapete cosa c’è ?

c’è che dopo due anni ho riaperto il mio blog, questo blog !

E’ stato un casino di tempo passato fra faccende poco interessanti che mi hanno tenuto impegnato, è anche successo che insieme al vecchio computer avevo perduto le credenziali di accesso e non sapevo proprio come fare fino a ieri pomeriggio, quando a furia di aiutini di qui e di là ed un po’ di culo sono riuscito a rientrare ed ora eccomi qua con la voglia di riprendere i vecchi discorsi.

C’erano sei commenti fermi da più di un anno, in attesa che riaprissi il blog e li  potessi leggere, due erano pubblicità (spam), quattro invece veri commenti fatti da lettori di ciccia, così generosi da spendere un pochino del loro tempo per leggere  e scrivere.

A loro sono debitore di un grazie e di una risposta che dò solo adesso e mi scuso per il ritardo ingiustificabile.

Eccoli:


Il 24 gennaio 2017 un Anonimo a proposito  di “ Lezioni di ballo fai-da-te:Ballo sardo

scrive

“Tu stai male”

 


Il 28 maggio 2017 Stefano Sanna a proposito del “A Diosa” scrive

“Primo Badore era un avvocato (senza nulla togliere ai pastori) Addiosa significa Arrivederci .. Arrivederci Amata .. perché solitamente si usa il Maschile Adidiosu . Della Poesia vi sono due Parti .. Prima parte e la seconda parte. Scusa se mi permetto è giusto per aver una miglior conoscenza delle cose della Mia terra.. Il Sini la scrisse per la Morte della adorata moglie.”


Il 17 luglio 2017 un lettore Anonimo a proposito dell’articolo: Lezioni di ballo fai-da-te: Ballo sardo scrive

“Il ballo sardo é una cosa seria, le tue parole decisamente meno. A proposito – flumen in sardo non vuol dire niente.”


Il 12 ottobre 2017 Costantino Gonario Forno Pilia a proposito del “A Diosa” scrive:

“Particolarmente felice che la canzone “A Diosa” di Badore Sini venga utilizzata per promuovere Nuoro come Città della Cultura. Io conosco una diversa (ma bellissima vicenda) sulla canzone. Intanto è vero che Badore Sini di Sarule è stato anche pastore (giovanissimo), diventato avvocato, svolse l’ufficio di “patrocinatore ” nella Pretura di Orani (a circa sei km da Sarule). Durante questo incarico, abitava a Orani in casa dei miei Nonni materni (Daniele Pilia e Tomasina Pirisi). Il non ancora brillante avvocato (ex pastore), mi ha sempre raccontato mia madre (nata nel 1905), s’invaghisce di una ragazza vicina di casa dei suoi ospiti, purtroppo per Badore già maritata. Le origini della canzone scritta sono da collocare prima del 1919, quindi Sini passa al tribunale di Nuoro e incontra il direttore della banda Civica, Giuseppe Rachel (cagliaritano, originario veneto con ascendenze nizzarde). Io conservo ancora una copia del foglietto (due pagine) con il testo sia quello indirizzato a Diosa, sia quello della risposta a Diosu, stampato nella Arti Grafiche “Velox” di Nuoro il 10 febbraio 1938 XVI.”

 


Questo lo dovevo, del resto quattro commenti in un anno non sono un  granché,  non c’è da esserne molto fieri, per questo siete per me preziosi, cari Costantino Gonario, Stefano, Anonimo e Anonimo.

A Voi amici miei rispondo cumulativamente:

  • tutti i commenti riguardano articoli (post) sulla Sardegna: mi vien fatto di pensare che i miei pochi lettori geograficamente si collochino li o che solo quando scrivo di cose sarde attiro l’attenzione. Comunque sia trascorro abitualmente un po’ di tempo in Sardegna ed ho imparato ad amarla.
  • Mi si accusa di non dire cose serie e ciò è assolutamente vero, non dico cose serie, non ho la competenza nè la presunzione di volerlo fare, preferisco stare sul leggero e un poco stupidello (ma preferirei dire surreale che è meno offensivo).
  • non sto affatto male caro amico Anonimo che hai postato a gennaio, direi che sono piuttosto tranquillo e soddisfatto di quello che faccio, anzi, questi anni di silenzio mi hanno intristito un poco, ho voglia di ricominciare a cazzeggiare. Spero tanto che non mi trascurerai.
  • A coloro che hanno messo nome e cognome nel commento ed hanno integrato ed arricchito i miei post dico solo: grazie, grazie e ancora grazie, vi prego non mi lasciate da solo con gli Anonimi.

A presto

Il posto che non c’è

 

Pistoia
Quando si balla  
liscio con disck jockey
Prezzo  
12 euro cena
Pista da ballo  
20 passi x 7 passi
Parcheggio  
Quasi nientee
Dove si mangia  
Si viene per mangiare, il ballo è un extra

Il posto che non c’è è quello nel quale ci imbattiamo quasi per caso un sabato sera grazie a un passaparola di amici-degli amici-dei conoscenti.
Non ci si arriva tanto facilmente: non ha nome, né indirizzo, né insegna, come fosse  un luogo immaginario.
Non è bello il posto che non c’è: perduto tra campi e vivai e strade sterrate senza illuminazione, è squallido nell’architettura di rimessa di attrezzi, spoglio, con arredo da quattro soldi, le luci al neon sono da capannone di lavoro, nella vita precedente può essere stato un deposito, ma anche un‘officina o un cantiere, ma potrebbe esserlo ancora. Non nasce per accogliere le serate degli allegri compagnoni, non è frivolo né pretenzioso come certe sale da ballo e certi circoli  c’è del ferro battuto in giro e delle sculture grezze in pietra, opera di fabbro o di apprendista scultore
Nel posto che non c’è si fanno le feste in casa, come  quelle della giovinezza, certo, non può esistere questo posto, è solo nella nostra memoria e in ciò che di struggente vogliamo ricordare.
Si viene per mangiare, buona cucina casalinga, buon vino, dolce, caffè ammazzacaffè, bibite a volontà. Si cena su due tavoloni lunghissimi da quaranta cinquanta posti l’uno, come alle sagre, ma attenzione  non è una sagra, non ci può venire chiunque, ci si viene solo tramite gli amici-degli amici-dei conoscenti, e poi, una volta stati qui, si diventa conoscenti, e amici degli amici anche noi.
Un tam tam di provincia.
Si fanno le dieci a tavola, poi arrivano le api operaie che sono gli stessi  che hanno cucinato e servito i piatti con gentilezza e precisione. Le api laboriose sparecchiano, buttano gli avanzi, smontano e spostano i tavoli ai lati del capannone, accatastano le sedie di plastica, spazzano a terra, insomma trasformano, mutano l’ambiente come un loft d’avanguardia, una scena da teatro di commedia. In dieci minuti,  senza tecnologia solo a forza di braccia e gambe si è fatto posto nel mezzo e una pista che non c’era adesso c’è.
E’ stretta e lunga, sette passi per venti, meglio di tanti locali, piastrellata e liscia. Qualcuno sparge talco in un angolo per far scorrere le scarpette da ballo,  le luci al neon da officina  si spengono e come per magia subentrano poche applique artigianali, il sole e la luna, nuvole in ferro rosso.
Nella penombra tutto assume un nuovo colore, di intimità, qualcuno ricorda ancora quando di spengevano le luci e si ballava al buio cercando il primo contatto con la guancia della ragazza desiderata. Non c’è più bisogno del buio adesso, basta questa luce soffusa che ammorbidisce i profili delle donne e ingentilisce le pancette appesantite  degli uomini.
Un affabile signore si piazza dietro una armatura di ferraglia, credevamo fosse un deposito dei attrezzi in disuso ed era invece la consolle. Una vera consolle con casse potenti e profonde e centinaia di cd di tutte le razze e religioni, un cartello scritto col pennarello  recita “Sono bene accette le vostre richieste musicali”.
Sono pronti a tutto nel posto che non c’è pur di farci stare a nostro agio. E noi che facciamo?  prendiamo possesso !
Prendiamo possesso dell’unico divano presente, delle sedie da giardino appoggiate alle pareti, della pista da ballo, delle musiche, della confusione e delle risate, invadiamo il campo con irruenza e allegria. Si festeggia un compleanno nel posto che non c’è, cantando tutti assieme un “umpa pa zum” di valzer romagnolo ad una imprecisata signora, una alchimia misteriosa si sviluppa tra le note ed i commenti di chi mette i dischi e tra un pezzo e l’altro balla una sottile effervescenza di un dopo cena sobrio e allegro
Siamo a casa di amici, come quarant’anni fa, siamo qui per stupirci di ogni cosa, e quando accade,  se accade, basta una battuta, un gesto, una canzone o uno scherzo per ridere senza cinismo e  senza età.

Non vi dirò dov’è il posto che non c’è e che ho trovato per caso un sabato sera.
Sono geloso, non deve trasformarsi in un locale qualunque, è un luogo dell’anima, dei ricordi profondi e vecchi,  delle sensazioni leggere e positive, lo si guadagna solo desiderandolo. E’ un segreto che riservo ai miei amici del cuore.
Altrimenti potreste dire che è brutto e squallido, oppure  che non è un trattoria né una sala da ballo, che non è niente, che non c’è parcheggio e che è fuori moda.
Quando ce ne stiamo andando, già indossati i soprabiti, il posto che non c’è regala un’ultima sorpresa: le api laboriose e instancabili montano il karaoke ed iniziano a cantare tutti insieme “Arrivederci Roma”, hanno ancora voglia di godere la serata.
Cosa avreste fatto voi  se fosse stati lì con noi ?

Radionotes from NYC: So close … so far – Così vicino….. così lontano

380 Mountain RdUnion City, NJ 07087, è l’indirizzo delle Troy Towers, le torri di troia per dirla in italiano, un palazzone di 22 piani edificato nel 1966, convertito in cooperativa nel 1983.

Sono  stato a vedere le Troy Towers, ci ho provato almeno, perdendomi tra le linee dei New Jersey Transit  Bus tra Hoboken e Boulevard East. Ci sono stato in un giorno di pioggia fredda. Una giornata decisamente diversa.
E per quale motivo un turista da strapazzo come me dovrebbe sprecare uno dei pochi giorni di vacanza per prendere un pulman ed andare dall’altra parte del fiume a vedere un palazzo anonimo o una strada come mille altre ?
La colpa è dei lunghi pomeriggi autunnali, in casa da solo davanti al computer e alle magie di internet. Piano piano lentamente  era cresciuta in me  una strana pazza idea, ah benedetto internet che dischiudi gli orizzonti del mondo, ero curioso di vedere il posto, la location, come si dice qui. Ci sono diversi appartamenti in vendita alle Torri, a buon prezzo in dollari, a maggior ragione a buon prezzo in euro, dai bilocali in su per tutte le tasche. E perchè non provarci ? Pazza idea ho detto !

Le torri offrono tutto quello che l’inventiva e le necessità americane richiedono a un grattacielo: lavanderie, parcheggi, piscine, saune, portineria, vigilanza, garage centri benessere e soprattutto un surplus di panorama …..a spectacular views.
Eh si ! le torri si affacciano sul fiume Hudson da una considerevole altezza abbracciando tutta la costa di Manhattan, dal ponte George Washington su a   nord,  giù giù fino in fondo, oltre Chelsea verso Battery Park e la statua della Libertà
La vista è semplicemente spettacolare. Unica. Fantastica.

Cavolo comperare qui potrebbe esser un’idea rivoluzionaria  e furba, proprio da noi furbetti provinciali. Ricerca spasmodica su internet da casa a lavorare di fantasia fantasmagorica. Trovato tra tanti  un bilocale moderno con fiammante parquet trasversale, luci soffuse, angolo cottura e arredamento minimalista chic, terrazza chiusa  e 28 metri quadri di grandi vetrate, di luce su un panorama mozzafiato, da terra a soffitto sembrava quasi di toccare i grattacieli dallo schermo del mio Acer. Questa casa è la mia! Dovevo vedere coi miei occhi, dovevo sapere.

E così venni e vidi e non vici….
Non vinsi niente perché niente c’era da vincere alle Troy, che sennò tutti ci andrebbero.
Le Troy da vicino, e neppure tanto vicino, sono un pochino consunte, scrosticciate, la location e un suburbio trafficato da periferia e per il centro bisogna passare dal tunnel che costa una cifra ed è congestionato a tutte le ore e la coda si forma  proprio vicino sotto casa e siamo in New Jersey, qui non ci sono turisti,  un altro stato, un altro mondo.

Dai moli di Manhattan le Troy Towers si stagliano vicine sovrastando la basse costruzioni costiere del New Jersey ammiccano “siamo qui, basta un salto, basta passare il fiume …. vieni”  richiamano come sirene.
Dall’altro lato dell’acqua e del mondo, dalle Torri,  la mela  e lì a portata di sguardo vicina molto più vicina rispetto a tanti quartieri della stessa Manhattan … ma non è la stessa cosa.

Mannaggia questa è la mela del paradiso terrestre: da guardare  e desiderare e non poter  toccare. Ma io la mela me la voglio godere,  la voglio assaporare, la voglio vivere, io la mela la voglio mangiare.
Per questo le Troy non mi piacciono più,  dentro il paradiso ci voglio stare, non voglio vederlo in cartolina.

ascolta la versione audio

 

Ancora un anniversario

Eccoci ancora qui ad autocelebrarci: quarto anno di ballo e terzo di blog.

Si, Patriebalere ha tre anni di vita ed ha raggiunto gli 8.400 contatti, più di 2.000 in un anno, ora si punta decisamente ai 10.000.

Le storie si sono arricchite di tre  nuove rubriche
– Mister Sensible – aforismi di un vecchio saggio rincoglionito
– La Congrega delle Battibecche – radionovella in parecchie puntate, solo in versione audio>
– Radionotes da New York – cronache di un viaggio nella grande mela che non c’incastra niente col ballo, in versione scritta e audio.
Altri locali sono stati oggetto di recensione, Milleluci, Brigidino,  Liscio Più, Ponte alle Tavole, Piteccio, La Magione, il panorama della provincia si va completando, sarebbe bello allargare le visite e le recensioni, ma il sabato non si va più a ballare come un tempo, ci stiamo imbolsendo.

Nel 2012, grazie al fortunato incontro con  Emanuele Ledda, giovane ballerino e  illuminato direttore artistico,  c’è stato lo sbarco di Patriebalere su Radio Danza, con una rubrica settimanale “Avanzi di balera” che dal mese di maggio ha trasmesso le puntate di “Una stagione al Maciucambo”  e la immaginaria  Posta del cuore di Ivano LIbanore.
La collaborazione con Radio Danza ha permesso di allargare un poco i confini  del blog verso un pubblico più ampio, si è instaurato un rapporto di fiducia reciproco, stimola nuove idee che loro sono sempre disposti a valutare ed accogliere con entusiasmo.

Nel 2013 la collaborazione continua con un nuovo lavoro “La Congrega delle Battibecche” una radionovella al femminile interpretata con entusiasmo e bravura dalle mie amiche. Sempre il lunedì sera alle 20.30 con repliche il giovedì pomeriggio alle 17.30 e il sabato sera alle 22.00

Ma “Una stagione al Maciucambo” ha raccolto anche un altro piccolo successo: in primavera uscirà in libreria, pubblicato dall’editore Del Bucchia (e badate, non si tratta di edizioni a pagamento eh !). Avremo dunque anche il nostro piccolo libro di storie di ballerini. Evidentemente  a qualcuno è piaciuta la storia della fantomatica balera, speriamo in una buona presentazione e in una favorevole accoglienza dei lettori.

Insomma, che dire, questo doppio impegno di ballerino e scribacchino mi piace, da matti, più ballo e più mi vien voglia di raccontare, e più scrivo di ballo e più mi vien voglia di ballare,
infatti anche il ballo continua quattro anni sono passati dai primi passi in Candeglia e si continua, si continua, si continua, ma queste sono cose personali e non interessano a nessuno.

Per chiudere l’autocelebrazione ripeto parola per parola l’ esortazione dello scorso anno.
Andate a ballare, imparate a ballare, divertitevi e fate movimento a tempo di musica e tra la gente, non ci sono controindicazioni.Se qualche lettore incuriosito vuole capire cosa significa divertirsi  a tempo di liscio e senza impegno può andare il giovedì sera al Circolo Sperone dove i miei amici ballerini si divertono da matti e mostrano i movimenti elementari del ballo.

Se poi  qualcuno volesse veramente imparare a ballare come si deve c’è una sola risposta: Dance Style Academy dei miei grandissimi, fantastici e superlativi maestri Barbara Benedetti, Marco Bartolini e Christian Costa. Il massimo.

Buon Patriebalere a tutti.

QUESTO ARTICOLO SI DSTRUGGERA’ AUTOMATICAMENTE IL 13 MARZO 2013 ….. FINITI ANNIVERSARI FINITE CELEBRAZIONI

Radionotes from NYC: Hurry … Hurry – fretta….fretta

Bisogna andare di fretta qui
Assioma: lo yankee va di fretta, sempre, anche se non c’è bisogno, il turista va tranquillo sempre, anche quando rischia di perdere la metropolitana.

Succede così che in un affollato sottopasso della subway mi scontro per due volte in pochi metri con una piccola vivace signora anziana, probabilmente è colpa mia perché tendo a passeggiare anche nei sotterranei delle stazioni e non è detto che vada dritto sparato verso le scale mobili. Il mio incedere è leggermente trasversale, non proprio a zig zag ma certamente non traccia una linea retta fra punto di partenza e quello di arrivo, insomma è un cazzeggio di camminata tipica di chi non ha appuntamenti e si attarda volentieri a guardare i particolari dei sottopassi alla ricerca curiosa degli artisti da subway.  “Yo’re not american  ?” mi fa cortesemente lei. Eppure ero vestito tale e quale come un indigeno ! era il passo a identificarmi come un corpo estraneo

Le vestimenta invernali  tipiche di un indigeno nella grande città di New York:
giacca a vento North Face, diffusissima, berretto di lana calato sugli occhi,  scarpe da pioggia, niente ombrello e sguardo basso,  fisso sul cellulare diteggiando freneticamente sui tasti.
Il cellulare touch screen sta sostituendo i classico libro da subway. Tutti ma dico tutti armeggiano ascoltano leggono scrivono sui telefonino nei momenti di pausa tra una camminata veloce e l’altra, che  sia bus o metropolitana o fila di attesa, tutti. Anche io naturalmente, ma con i problemi di linea non risolti col mio gestore mi trovo a leggere solo la rubrica degli indirizzi che peraltro conosco a memoria! beh insomma si fa per darsi un tono.
L’Iphone qui lo comprano ai bambini dell’asilo al posto dell’aquilone, proprio come un regalino simbolico della infanzia, del resto si tratta di un prodotto tipicamente americano. I
Che devo dire ? qui c’è fretta per principio: c’è fretta nella fila per fare la Metrocard, devi aver deciso prima cosa ti serve non puoi chiedere informazioni se non sei padrone della lingua stretta e hai ben chiaro cosa vuoi,  c’è fretta nel salire e scendere dal vagone della metro, educati ma determinati, senza spinte ma con una pressione costante avanti/dietro, c’è fretta nel fare le ordinazioni al ristorante, non ti danno il tempo di capire il contenuto di quel panino assurdamente rigonfio, non c’è la possibilità di farsi consigliare, di chiacchierare un pochino col cameriere “lei cosa prenderebbe al posto mio sa sono un po’ nostalgico della cucina italiana ma vorrei assaggiare qualcoa di tipicamente americano, cosa mi consiglia ?” scordiamocelo. Il piatto così è spesso una sorpresa “guarda che voleva dire quella cosa lì …. Uh, ma sarà commestibile ?” C’è fretta nel passeggio per strada. Anche i semafori segnalano i secondi ancora a disposizione per i pedoni per ottimizzare i tempi: tra venti, diciannove diciotto secondi le auto partiranno  a razzo e se sei ancora sulle strisce sono cavoli amari, forza puoi farcela mancano otto secondi, dai !I

Insomma è un concetto diverso, la città non si ferma, non rallenta solo perchè ci siamo noi, ha un ritmo proprio ed è un ritmo vibrante, come il rimbombo che sale attraverso le grate che si aprono sotto i piedi sulle linee oscure della metro e rimandano cupi brontolii di treni in corsa e fumo e sbuffi di calore.
Mi trovo un po’ a disagio, non ho questi ritmi, sono un provinciale della piccola provincia italiana e per di più, fortunatamente, non ho orari, per cui tendo a bighellonare più che andare nei posti. Decisamente tra questa folla in movimento sono un elemento di disturbo, un ostacolo deambulante, un intralcio inutile.

Eppure mi piace questa frenesia, è così diversa da me, mi sento come se mi facessi trasportare dalla corrente: loro vanno spediti per la loro meta, avranno pure una meta, penso,  io galleggio ondeggiando come un galleggiante tra le onde, con ritmo diverso, asincrono rispetto agli altri, ma vado, mi muovo comunque. Una specie di trasporto pubblico gratuito, la folla che ti guida portandoti con se, dove si va non lo so, ma si va  dove va la corrente più forte degli altri, tanto dovunque si vada qui a New York, a me piace sempre

clic ed ascolta la mia voce ,,,,,, e sopratutto la musica

 

Radionotes from NYC: Starbucks Stardust – Starbucks e la polvere di stelle

La Starbucks fondata a Seattle nel 1971, è una catena internazionale di caffetterie  che offre ai propri clienti una ottima varietà di caffè, cappuccini e pasticceria. Il nome Starbuck deriva da Moby Dick, era il nome del primo ufficiale del “Pequod”,  il logo è una sirena  a due code stilizzata, i colori sono  bianco e verde.

Negli Stati Uniti è considerato luogo di ritrovo per giovani, qui a New York è l’approdo sicuro per gli appassionati di internet, i freddolosi, i disorientati e i deboli di vescica.

Mi spiego: Innanzitutto è uno dei pochi luoghi dove la rete wireless consente il  collegamento internet gratuito a cellulari e notebook,
Bisogna sfatare il mito  che in America la rete wi-fi sia onnipresente  e gratuita, non è vero, funziona come in Italia, le migliaia di reti presenti in città sono protette salvo alcuni luoghi istituzionali, qualche piazza e, appunto, tutti gli Starbucks.
Dentro questi locali stazionano quindi gruppi  di giovani e meno giovani intenti a navigare e chattare al modico costo di un cappuccino, che tanto modico poi non è in se per se, se non in relazione ai servizi aggiunti, si vai dai tre dollari in su.

Altro servizio aggiuntivo che gli Starbucks offrono in inverno è la temperatura ambiente che consente di riparare le estremità dal freddo pungente della metropoli, il personale è giovane e disponibile, non rompono le balle se con un caffè ce ne stiamo seduti per ore, stanno dalla nostra parte.

Questa catena funziona bene anche come luogo di appuntamento, punto di appoggio, ovvero come non perdersi nella grande città andando da uno di questi Starbucks all’altro.
E poi quando hai finalmente capito come è fatto un “cinnamon dolce latte” e l’hai pure imparato a pronunciare ti ci attacchi indissolubilmente   e te lo puoi ordinare in ogni posto, è sempre quello, fa parte delle piccole certezze della vita quotidiana.

E vogliamo parlare dei bagni ? sembra che in città non esista l’obbligo dei servizi igienici nei locali pubblici, quindi se si ha un bisogno urgente di tipo collettivo familiar-turistico e pensiamo di entrare in un bar qualunque e al costo di un caffè lungo o di una coca andare in bagno in cinque a intasare il water siamo sulla cattiva strada. Moltissimi locali non dispongono di bagno, o fanno finta di non disporne, è quindi sempre bene chiedere se è presente prima di ordinare, altrimenti grazie lo stesso.
Gli Starbucks invece hanno i restroom e sono a disposizione. Grandiosa sicurezza quando si è fuori per strada dalla mattina alla sera. A proposito restroom è una delle parole fondamentali da imparare, non usare dizioni tipo wc, toilet, water, salle de bain o ritirata, non capirebbero.

Sono tante le catene di caffetterie a New York, magari più buone o più raffinate ma gli Starbucks hanno questa poliedricità di funzioni, questa capacità di attrazione, questa popolarità universale che gli altri non hanno.

Appendice degli Starbucks è portarsi il caffè bollente per strada e sorseggiarlo lentamente camminando veloce, attenzione perché si tratta di due movimenti a sincronismo opposto. D’inverno è utilissimo per tenere la mano al caldo e poi fa tanto status symbol portarsi il bicchierone di cartone, è un must di New York,  l’ho fatto anch’io naturalmente, ci mancherebbe anche a costo di fare casino fra tracolla, ombrello, macchina fotografica e guanti.
Insomma un approdo, un riferimento, una stazione di posta, un faro nella notte.
Per fortuna New York è piena di Starbucks, oltre duecentocinquanta, piazzati in tutti i punti strategici, quindi anche per noi turisti è facile darsi un appuntamento ed ordinare con noncuranza un Caramel frapuccino fingendo di essere  Tom Hanks e Meg Ryan in  You’ve Got Mail – C’è posta per te. E a proposito di polvere di stelle, prossimamente avremo anche un film  diretto da Gus Van Sant: How Starbucks Saved My Life – Come Starbucks mi salvò la vita.
Beh, io non sono ancora a questo punto.

di seguito la versione originale: audio, rumori e musica