Tre umarell… – 17° La storia che inventò il ballerino di liscio per farsi perdonare il ritardo

Quel giorno il ballerino rimase indietro perché stava a ciondolare e gli altri non sapevano dove fosse e se sarebbe arrivato in tempo per prendere il battello tutti insieme.  Lungo la strada il ballerino si era inventato  la “storia di un giorno di pioggia” che aveva recitato a voce alta divertendosi un mondo e che avrebbe raccontato agli umarelli per giustificare il ritardo, ma poi non la raccontò mai per non farli arrabbiare ancora di più. Più meno diceva così.

“Non ci crederete, non ci crederete  mai a quello che mi è successo. Pioveva che dio la mandava, l’avete visto anche voi no ? e io a un certo c’avevo la mantella, poi leva la mantella perché era smesso di piovere, e poi rimettila perché aveva ricominciato, poi leva  il cappello, poi rimetti il cappello, butta giù lo zaino, metti il coprizaino, rimetti la mantella, rimetti il cappello sopra la mantella  e rimetti lo zaino e mi bagnavo, ero tutto fradicio e non ne potevo più.

A un certo punto vidi una casa un po’ sperduta, con un terrazzino sporgente e che ho fatto ? mi sono messo sotto al terrazzino aspettando che la pioggia calasse un po’. Fatto sta che mi metto lì bono bono, zitto zitto e passa un minuto, passano cinque minuti, passano dieci minuti e la pioggia non calava. Quando a un certo punto si sente aprire una porticina che era sotto al terrazzino li vicino a me e sbuca fuori la testolina di una signora mora, una signora, non lo so, su una cinquantina d’anni o quaranta.

Questa signora fa in spagnolo “Che vù facè li senor ?”

E io rispondo “Signora, non lo vede come piove ? per evitare di bagnarmi tutto mi sono messo sotto il suo terrazzino. O che disturbo ?‘‘.

E lei fa “Bueno  forestier, faceste bene. Ma con questo tempaccio grigio grigio  vi anderebbe di venire dentro a prendere un bel caffeino ?”

“Signora non mi parrebbe il vero – dissi io – perché sono veramente stanco e bagnato e la strada si fa lunga e buia”.

“Venga, venga senor,  se accomodes “

Io allora ho lasciato fuori la mantella tutta fradicia e sono entrato, però c’avevo le scarpe tutte piene di mota e ho smoticciato tutto il pavimento dell’ingresso.

“La  mi scusi signora che sto facendo un po’ di bagnato”.

“Venimos venimos – fa lei, era così spagnola che faceva effetto – venimos, adelante, venga che le preparo un bel caffeino  che lo prendo anca io. Si accomodi nel tinellos”.

“Va bene.”  

Lei va nel cucinotto e io m’accomodo nel tinello, metto giù lo zaino  e mi stravacco su una sedia a gambe larghe che non ne potevo più perche ero proprio cotto e anche bagnato.

“Senta – fa lei di là, dal cucinotto – ma insieme al caffeino che  la vorrebbe anche un cornetto o una brioscia ?”

“Mah – faccio io – signora,  se non è chiedere troppo, magari ! di cornetti ce ne sempre bisogno, non sono mai abbastanza.”

“Bene, la mi racconti un po’ “, fa lei

“Signora mi scusi la domanda, ma che ora parla in fiorentino ?”

“Nada nada, no es fiorentino, es gallegos stretto”

“Ah, va bene,  perche somigliava al  fiorentino …..comunque “

“La mi racconti un poco, la mi tenga compagnia mentre preparo la colacion ”

Allora io le dico “Sa, io vengo dal Portogallo e ho fatto tanta strada a piedi – perché la ingigantivo un po’ per darmi delle arie –  sono partito da Lisbona, poi sono arrivato a Porto e poi ora sono finalmente a una trentina  di chilometri da Santiago, però m’ha piovuto sempre addosso. E lei signora, che fa di bello ?”

“Io sono una casalingua – fa lei – perché el mi marido esta al trabajo tutto el dì, y io sto in cassa integracion porque anche in Galicia esta la cassa integracion.”

“Ostrega, non deve essere piacevole stare tutto il giorno a casa tutta sola in cassa integracion ! – faccio io – e il su’ marito che lavoro fa ?”

“Il mi marido fa el bombero”

“El bombero ? e che vuol dire ?”

“El bombero,  el bombero que quema las llamas, il pompieros come dite voi che spenge le fiamme”

“Il pompiere, ho capito,  ma senti un po’. Ma lo sa che siamo quasi colleghi”  faccio io perché a quel punto astutamente pensai di spacciarmi per un altro.

“Anca lei un bombero ?”  fa lei bevendo la tazzina di caffè, “ma che combinacion !”

“Non proprio bombero. Lei non lo sa, ma io sono stato un grande pezzo grosso della forestale. Quando avevo qualche anno di meno ero un  personaggio importantissimo e conoscevo tutti i generali, i questori, i prefetti e i marescialli. Frequentavo sottosegretari, i ministri  e tutto il ministero,  netturbini, paracadutisti degli elicotteri e anche calciatori,  cantanti, spogliarelliste e capimastro. Un po’ tutti insomma. Ero un uomo rispettato specialmente dai pompieri e molto temuto dai piromani. Insomma il suo marito è un bombero, via “

“Eh si,  es un bombero ma ……”

“Ma  cosa?” dissi io mentre inzuppavo il cornetto nel curtado, che sarebbe il caffè macchiato.

“Mah,  se le devo dire la verdad, ello spenge los incendios degli altros  e nunca se avvede di quelli de casa proprias  que son incendios anco quelli “

“Come sarebbe a dire – feci io afferrando un altro cornetto dal vassoio –  ci mancherebbe altro ! andare a spengere gli incendi degli altri e lasciare accesi quelli in casa. Questo non va per niente bene signora mia”

“Si si, esta proprio così,  estan  focolaros che manco li vede. Torna alla tarde stanco muerto e se svaca sul leton e dise:  toglimi los stivalos por favor senora,  que io soy muy stanco che ho fato pompe per tuto el die.”

A me pareva che la signora ogni tanto parlasse anche in veneto, ma avrò capito male io.

“Ma signora, questa è una cosa gravissima ! nella mia onorata carriera non ho mai lasciato  focolai accesi in casa mia,  potrebbe chiederlo alla mi’ moglie se fosse qui, ma per fortuna non c’è.”

“Proprio vero! – fece lei – Senta, già che  è un forestal  potaria venir a veder queste piantine che g’ho meso sul terrazzin che non mi fioriscono nunca mas ?  Venga,  venga.” E mi portò per mano sul terrazzino.

E così si andò sul terrazzino che prima mi riparava il capo quando ero fuori all’acqua dove c’erano dei vasi con piante spelacchiate che non sapevo proprio cosa fossero perché so una sega, non sono mica un forestale io.

“Guardi qui, badi là, vede come sono secches “ diceva lei senza mollare la mia mano

“Forse bisognerà metterci un po’ di concime”  feci io tanto per dire

“Cosa es el concime ?”

“Il concime è il nutrimento, a queste piante manca il nutrimento” sparai

“Lo sapevos, lo sapevos, in esta casa manca el nutrimiento, todos les creatures son sfiorites  e todos los flores son apasidos – disse proprio così davvero – guardi qua come soy apasita pure me, poareta”

E si chinò prona in una postura propizia a cattivi pensieri e anche disdicevoli azioni.

Come fu, come non fu, mi si accese il simbolo lampeggiante dell’eros sul polso come a Supersex  di quando s’era ragazzetti e si leggevano i giornalini sporchi e a quel punto mi ricordai di quando avevo esercitato e feci quello che andava fatto presto e bene, anzi, più presto che bene

“Ifis cen cen, Ifis cen cen  ora ti acchiappo bella spagnolita  “ feci, e le zompai addosso

“Soy toda tuya, tu es mio bombero”

“Forestale” feci io mentre mi davo da fare “non pompiere, non confondiamo”

“Allora Soy toda tuya, tu es mio forestal”

E in quattro e quattr’otto si fece quel che si doveva fare, sapete di cosa parlo se ancora ve lo ricordate, fra il tinello e il terrazzino. 

Insomma quando tutto fu finito dissi “Grazie senora ……, ma como te chiami ?”

“Esmeralda De la Vega, chiedimi l’amicizia su Facebook,  fece lei e tu come t’appel? “

“Ugo” feci io.”

Alla fine rimisi in spalla lo zaino e mi avviai alla porta quando la signora  mi fa

“Ugo, Posso chiederti un favore, mio bombero ?”

“Forestale” feci io “non pompiere”

“Senti mio forestale,  Ughino, stranamente mio marito stamani mi ha lasciato senza contante e devo fare la spesa. Non avresti mica un 50 euro che devo andare al negozio qui vicino, poi te li rendo quando ripassi”.

E io dissi “Ma,  scusa,  come mai ora parli in italiano così bene ?”

“Ti devo confessare che ho passato molti anni a Vicenza a fare la bella statuina e ho preso qualche inflessione di lingua.”

“Beh, sarà meglio che tu abbia preso qualche inflessione di lingua piuttosto che qualche infezione.” Feci io e sganciai i 50 euri un po’ a malincuore, in effetti per un caffè macchiato e due cornetti mi parevano un po’ troppi.

Poi mi rimisi in cammino e fortunatamente  pioveva di meno e feci la strada tutta d’un fiato per non fare ancora più tardi ed ora eccomi qui. Ecco perché ho fatto tardi, questa è la pura verità che ci crediate o meno.

Siete contenti ?”

Questa è la registrazione originale fatta durante il cammino


continua …

Maciucambo alla radio

Riparte oggi alle 13.30 su Radio Diffusione Pistoia “Una stagione al Maciucambo” storia di una stagiome di ballo in una balera di provincia, scritta e narrata da Gianfranco Lotti ed interpretata con somma maestria da una banda di amici compiacenti.

Il lunedì alle 13.30 con replica il venerdi alle 20.30 sulle frequenze radio FM 92.1 MHz – FM 95 MHz o scarica l’applicazione.


Un altro anniversario

Mi stavo dimenticando !

Mi stavo dimenticando che oggi è l’anniversario di Patriebalere, questo blog, il mio blog.

E dal 4 marzo del 2010 che è aperto e quindi sono ……sono ….. dieci anni, si, sono proprio  dieci anni oggi e io me ne stavo scordando ! cialtrone, volubile, vecchio rincoglionito che dimentica le ricorrenze.

Eh si sono proprio dieci anni e …. non so cosa dire, anche perché me ne ero dimenticato ( l’avevo già detto ?)  e beh, insomma, io ci sono ancora, con meno balere e meno idee ma sono sempre qui e se qualcuno vuole dare un mano si faccia avanti che ho perso il filo !

e, a proposito:  auguri !

Carmine

La fortuna di vivere in una città antica:
vado al parcheggio a riprendere la macchina e scorgo il portone aperto di una chiesa, niente di strano se non fosse che quel portone io l’ho visto sempre chiuso nella mia ormai lunga vita in questa città, e per dieci anni ho abitato a cinquanta metri da quella chiesa.
Entro, e mi trovo all’interno di questo inatteso spettacolo e lascio fuori il pomeriggio di pioggia e per qualche minuto mi pare di vivere in un mondo perfetto, in un’epoca perfetta e fra gente evoluta.
Appena in tempo, una foto e il portone è stato richiuso chissà per quanti altri anni.
E sono tornato fuori nel pomeriggio di pioggia

Quando un numero ti migliora la giornata

L’operatrice del 187 Telecom con un bellissimo accento veneto mi propone di passare senza bisogno che faccia niente ad un pacchetto fibra e telefono che costa il 30 % in meno di quanto pago adesso con la stessa Telecom e poi mi dice pure che ho la voce di un trentenne.
O mi prende per il culo oppure oggi è una buona giornata.
Confido nella seconda opzione.
Le ho riposto soltanto che la mia voce deve essere allenata per necessità ed aggiungo qui che è necessario se voglio registrare le mie scemenze e non passare pateticamente per un vecchio rincoglionito
Comunque adesso posso pure tornare a dormire che la giornata potrebbe peggiorare.

Avanzi di balera

All’inizio dei tempi, quando in me si stava formando l’idea di scrivere storie di ballerini e questo blog era ancora da nascere, ho cercato di documentarmi, cosa che faccio abitualmente  quando affronto un nuova materia, ed ho letto diversi libri che avevano come argomento centrale il mondo del ballo.

I più erano necci che raccontavano languide e tribolate storie d’amore, altri quasi dei manuali  tecnici, metti un piede lì sposta la gamba di là, noisosissimi, altri ancora autobiografie zeppe di foto e di sorrisi.

Poi ci fu l’incontro fulminante con “Avanzi di Balera”, e già il titolo era tutto un programma, e fu lì che decisi di scrivere di ballo, sulla falsariga di quel libro e da esso traendo ispirazione costante e la giusta prospettiva per inquadrare quel mondo fantastico popolato di musica e salti.

“Avanzi di Balera”  di Beatrice Benelli

Edizioni Il Mulino – 2001

Attenzione, il libro non è più in commercio ma lo si trova ancora su IBS usato a un prezzo scontato, affrettatevi sono le ultime copie.

Ora voi direte: ma che ce lo dice a fare dal momento che è fuori produzione ? visto che non lo si può comperare in libreria è inutile parlarne. Vero.

Ma io ne parlo sempre volentieri perché è il mio testo di formazione sul ballo, il mio Corano, la mia Bibbia, è il vademecum, il manuale delle giovani marmotte e l’agenda di lavoro, il prontuario e la guida. Lì ho trovato  tutto quello che dovevo sapere prima di avventurami a scrivere cose di balere.

Riporto dalla quarta di copertina “Il ballo, i suoi luoghi, i suoi riti come perfetta metafora dell’esistenza umana, perché quando si entra in una sala da ballo, sia pure per quel breve arco di tempo e in quel luogo circoscritto, ci si esibisce, ci si confronta, ci si mette alla prova, cercando di ballare e di dare il meglio di sé, senza rivelarsi troppo e subito, in una sorta di manipolazione giocosa e innocua.

Quello che conta è mantenere tutto su un piano di sostanziale non-compromissione, consentendo tuttavia a sé e agli altri lo spunto per una prosecuzione. Si impara molto in balera: si impara a conoscere se stessi, a fidarsi e a diffidare, a osservare e a essere osservati, a osare e a ritirarsi al momento giusto.”

Il mondo dei ballerini e delle balere visto con la lente di ingrandimento di una affermata docente di Psicologia che è allo stesso tempo una appassionata di balere e di competizioni.

Ci sono dentro la professionale freddezza della donna di scienza, un caustico spirito di osservazione e la passione della ballerina.

In questo libro si può trovare un po’ di tutto: ci sono le origini storiche dei balli, trucchi e ritratti, descrizioni di ambienti, analisi psicologiche e sociologiche, ricordi personali e consigli per l’uso. Chi non frequenta più i locali da ballo ritroverà in queste divertenti pagine un’atmosfera amata, chi dal ballo è incuriosito troverà una spinta briosa per muovere i primi passi e chi ne è dentro vi ritroverà molto di sé.

Se siete qui a leggere queste note e vi piace il mio blog siete pronti per un salto di qualità ed affrontare qualcosa di più completo.

Un paio di anni più tardi, grazie a questo  blog,  siamo stato invitati mia moglie ed io a TV 2000 per una trasmissione sul ballo e nella sala di attesa del trucco chi ti vado ad incontrare, insieme ad un tanguero e un fisarmonicista ? nienntepopodimeno che…..  la professoressa Beatrice Benelli in persona che poi era il filo conduttore della trasmissione, l’esperta !

Non vi posso descrivere l’emozione che ho provato: non avevo la più pallida idea che ci sarebbe stata, ma naturalmente avevo il suo libro con me e appena gliel’ho  mostrato per un autografo è nata una simpatia che poi si è tradotta in una piacevole frequentazione epistolare che prosegue tuttora e che mi conforta nei miei esperimenti narrativi: se una cosa che scrivo piace a lei sono tranquillo.

 

20.000

Eccoli, ci siamo arrivati !

20.000 visitatori !!!!!!

sono tanti, tantissimi, impensabili, inimmaginabili, goduriosi, fantastici.

Sono felice.

Un’avventura iniziata qualche anno fa per gioco e che per gioco continua ma con numeri così impegnativi che richiedono una mia maggior costanza: cazzeggiare va bene, ma c’è qualcuno che viene qui volentieri e merita grande impegno da parte mia e non solo quando mi sfrulla per il capo.

Grazie a tutti voi che anche se per sbaglio siete passati su queste pagine, anche a quelli che cercavano il mio omonimo “Gianfranco Lotti stilista di pelletteria” e che si sono ritrovati su questo blog assurdo, anche a quelli che cercavano notizie sul vero ballo sardo o  su “A Diosa” e sono rimasti delusi o agli amici che, un clic oggi ed un clic domani, hanno alzato il numero dei visitatori, agli anonimi e a coloro che con i loro commenti hanno elevato la qualità del racconto.

Nessuno mi ha offeso e in questi anni di social scatenati e sregolati in cui ognuno si sente in diritto di sparare impunemente sentenze, minacce e cazzate  è già molto. Quanto meno i miei lettori sono persone ragionevoli ed educate, scusate ma non è poco, sono orgoglioso di voi.

Continuiamo assieme, vi prego

 

Patriebalere su Spreaker

Patriebalere sbarca su Spreaker la piattaforma  web con la quale è possibile creare e condividere contenuti audio, live o podcast, un contenitore nel quale pubblicare liberamente le mie scemenze,  una radio libera e personale sempre a disposizione.

Si comincia con il primo episodio de “La posta del cuore di Ivano Libanore”.

Si tratta di  richieste di consigli sentimentali rivolte a Ivano Libanore, un ex maestro di ballo e gran puttaniere che ha vissuto tempi migliori e si trova adesso a trascorrere una malinconica vecchiaia  in un istituto di  suore (diciamo sorelle per non offendere le suore)  assieme a un invadente compagno di stanza di nome Romolo.

Il linguaggio è un pochino scurrile, direi abbastanza, con dovizia di pudende. Ogni riferimento a cosa o persone reali è puramente casuale ma mi piacerebbe  che non lo fosse.

E’ un esperimento e come tale lo dovete prendere.

Per ascoltare l’episodio clicca sull’icona qui a lato

P.S. per gli anonimi criticoni; io mi sono divertito moltissimo e questo mi basta.

 

Preghiera d’agosto

Il primo lato del bagno in mare va dalla sassosa spiaggia dell’insenatura fino al limite destro della scogliera: qualche centinaio di bracciate per aggredire il freddo dell’acqua con  i muscoli che lentamente si distendono e il calore del corpo che si assuefà alla temperatura del mare. Ha inizio così il mio quieto viaggio.

Si va verso i banchi di sabbia che danno al fondale un colore verde smeraldo in contrasto con il bruno azzurrato delle rocce. Le brevi distese di sabbia bianca si adagiano a una profondità di quattro metri e fanno da guida per proseguire: mantenendomi sul loro lato destro  vado nella direzione corretta .

Durante questa parte del bagno mi piace contare, da uno a cento, respiro dopo respiro, e poi daccapo da uno a cento, e poi ancora. Concentrato sulla inevitabilità dei numeri ogni altro pensiero si affievolisce fino a scomparire, arrivato a trecento sarò in prossimità degli scogli affioranti della punta del promontorio, fuori dallo sguardo di coloro che stanno a riva.

Mi fermo e sollevo la testa: vedo solo la superficie ondulata dell’acqua e gli scogli, mi sento solo e libero.

Non mi piacciono quelli che si mettono seduti sulla riva e lanciano con noncuranza sassi in mare uno dopo l’altro, come un sopruso: un sasso sta in acqua o all’asciutto da centinaia di anni secondo un lento disegno, un lembo di corrente o la risacca dell’inverno hanno agito per lui magari spostandolo ogni volta di qualche centimetro, poi arriva un sconosciuto e stabilisce proditoriamente di alterare l’equilibrio naturale.

Non mi piacciono neppure quegli apprendisti castori che costruiscono piccole dighe di sassi ostruendo il flusso spontaneo della corrente, non mi piace chi parla a voce alta,  chi sente la musica in spiaggia, non mi piacciono i bambini sulla spiaggia e chi fa cagnara, insomma quasi nessuno mi piace che venga a disturbare la perfetta quiete che ho trovato in questo luogo.

Perciò sto bene in acqua.

Occorrono sette/otto minuti per fare questo tratto di mare, secondo il movimento delle onde e l’energia di quel giorno fino a doppiare la punta degli scogli bassi. Sulla destra appena passato lo sperone di roccia c’è una minuscola rientranza di sabbia incapsulata fra gli scogli, è il punto dove, se mi va, posso poggiare i piedi a terra in un ultimo fugace contatto con la terraferma.

In solitudine mi avvio alla meta successiva: il piccolo promontorio che protegge l’imbarcadero turistico, i pontili galleggianti che vengono montati in estate su un lato esposto del golfo, un ormeggio privato che deturpa la magnifica insenatura del paese, e che già non basta, non basterà mai, vorrebbero un porto turistico anche qui per farne un ricettacolo di motoscafi e gommoni più di quanto già sia adesso.

Questo pensiero mi segue mentre percorro la distanza bordeggiando la riva per timore dei gommoni a noleggio che sfrecciano trenta metri più al largo; sulla destra si affacciano quattro belle case tra i pini, ma solo due hanno l’accesso al mare con i gradini intagliati nella roccia, non ho mai visto nessuno fare il bagno in questo specchio d’acqua.

In questo tratto osservo il fondale attratto dal movimento imprevedibile dei pesci, ma  è la parte che meno amo, è faticosa, bracciate che servono solamente ad allungare il percorso; ci vogliono dieci minuti per arrivare a alla scogliera che nasconde le barche ormeggiate, però quando sono qui alzo lo sguardo e ciò che vedo mi piace: sono al punto più lontano del mio viaggio, da qui potrei tornare a casa a piedi risalendo il sentiero.

E invece si riparte per ritornare indietro nello stesso percorso fino a doppiare nuovamente la punta del primo promontorio quello che dà sulla nostra spiaggia, la cala triste come una volta l’hanno chiamata, che di triste non ha niente, io la chiamerei cala della solitudine o della riflessione o del silenzio o forse dei cani giocosi e remissivi che frequentano questo angolo di costa rocciosa, ma certamente non triste

Un tizio veniva qui tutti giorni con la moglie: lei sedeva al sole, lui camminava lentamente fra i sassi assorto, soppesando l’area con un lieve socchiudere degli occhi. Poi, con metodo e pazienza certosina, sovrapponeva pinnacoli di pietre una sull’altra poggiate sugli scogli, creando dal nulla magnifiche sculture, incastri e sostegni naturali, pietra con pietra, dalle forme slanciate come un vortice verticale, stalagmiti poggiate in un equilibrio prodigioso, minareti  disseminati in maniera scenografica.

La moglie lo guardava compiaciuta e un po’ rassegnata alla geniale follia del marito, ogni tanto indicando con la mano e con complicità una pietra utile alla costruzione.

Il rito si ripeteva ogni giorno, costruiva questi menhir dalle fondamenta incerte miracolosamente eretti sul niente, stabili nella loro effimera precarietà, come un segnale per i bagnanti di passaggio.

Il giorno dopo li ritrovavamo disfatti, … hop…. le torri erano misteriosamente franate.

Accadeva che, come in uno specchio concavo, un alter ego contrapposto, un signore attempato faceva il suo giro serale e abbatteva con cinismo e meticolosità ciò che l’altro aveva costruito con perizia, contrapponendo la gravezza della distruzione alla leggerezza della edificazione, la materia allo spirito, come chi non sapendo costruire vuol manifestare un equivoco segnale di vita distruggendo.

Ebbene, ineffabile, l’architetto dell’equilibrio tornava e, superato lo stupore del disastro, ricominciava daccapo, lentamente riparando, aggiungendo nuove pietre ad erigere nuove torri sghembe, con la solita pazienza e la solita mira infallibile degli incastri.

E di nuovo al mattino successivo le sculture erano a terra, e così via, un giorno dopo l’altro per una intera estate.

Non so cosa ci insegna tutto questo. Invidia, incapacità ad accettare ciò che non si comprende, lotta della brutalità contro la fantasia, dell’estro contro il conformismo o più semplicemente un dispetto fra anziani bagnanti, una lite nata forse lontano dalla spiaggia per banali questioni di condominio o di parcheggio.

I due signori non si sono mai incontrati, ma il maestro  dei pinnacoli alla fine ha rinunciato, ha vinto il distruttore come sovente accade, e tutti noi ospiti occasionali della spiaggia ci abbiamo rimesso un po’.

Si torna quindi a doppiare la punta e qui inizia il piacere più profondo: all’orizzonte vedo l’isoletta dei Garofani, poco più di uno scoglio che fa idealmente da limite di sinistra alla cala. Quella è la mia meta. Il ritmo ora acquista  determinazione e passione, il respiro si fa più rarefatto, senza rumore, sento il fresco dell’acqua sulla pelle, il silenzio interrotto dallo swash delle bracciate vedendo sprofondare il fondale dai tre ai quattro metri giù, giù, fino a perdersi misterioso in un baratro dove talvolta ho scorto una razza muoversi mollemente ondeggiando la coda sottile in un rassicurante saluto.

Cosa posso fare se non pregare adesso ? Riemergono vecchie preghiere a domandare pietà, aiuto, consiglio, oppure ne invento di nuove senza regole, banali,  per mantenere propositi, o folli desideri da sognare,  come un mantra, in piena intimità con la mia anima, il mio corpo e la natura e niente altro. E’ il mio pellegrinaggio interiore.

E intanto vado al massimo delle mie forze, senza guardare indietro, mai ci si volta nel percorrer lunghe distanze, spingo, onda o non onda, perché amo questo momento mentre si avvicina l’isola dei garofani, mentre lo sciacquio delle onde ritmicamente mi accompagna e finalmente sto volando !

Nuotare è la cosa che più si avvicina al volo, aria e mare fusi in una inebriante sensazione di levità, sotto di me ci sono valli e campi e paesi e non alghe, sabbia, rocce. Mi sento leggero, pulito, in sintonia con il luogo, in uno stato di benessere.

E’ il lato più prolungato del viaggio, ma dura sempre troppo poco il tratto che mi porta a toccar la punta estrema dei Garofani, quando sarò lì mi volterò a guardare con appagamento la linea d’acqua di così breve e di così intenso viaggio.

Un respiro e si torna indietro per la lunghezza della baia nuovamente a toccare per la terza volta il promontorio. Senza fretta adesso,  sollevo un poco di più la testa verso sinistra perché da questo lato ad ogni bracciata sul pelo dell’acqua si staglia il profilo di Tavolara e piegando la testa sulla destra si scorge il sole che si avvia al tramonto dietro le basse colline mentre ancora ascolto il suono dell’acqua falciata dal corpo ed ancora sento il fresco sulla pelle e tutti i sensi sono appagati e questo è un nuovo attimo di gioia, di presenza, sono vivo come mai nel resto del giorno.

E via così fino alla punta del promontorio, dieci minuti è il tempo per arrivare, un ultimo sguardo prima di cercare con lo sguardo verso la spiaggia il basso ginepro sotto il quale trovo riparo nelle ore più calde del giorno, e finalmente rientrare con lentezza esasperata dalla stanchezza e dal compiacimento, giocando con le onde in un abbandono cosciente, indugiando ancora alla ricerca di un particolare non ancora scoperto nascosto fra le rocce e la posidonia, lasciandomi trasportare languidamente dalla corrente, piano piano, fino a riva.

Certi vengono qui a caccia di polpi, le rare volte che ne ho scorto uno, piccolo, attorcigliato su se stesso come un gatto addormentato  ho guardato con meraviglia e mai avrei potuto dargli la caccia, ho dentro di me una immagine atavica di mostri sottomarini, di calamari giganti che con un tentacolo mi afferrano un piede e mi trascinano sul fondo del mare imprigionandomi nelle loro caverne azzurre,  reminiscenza di qualche film dell’orrore subacqueo.

Alla fine rientro a riva: mi sollevo dall’acqua scivolando sui sassi e mi giro indietro a guardare ciò che, immutabile, è lì, sempre, come una promessa di un nuovo appuntamento per l’indomani.

Questo è il mio modo di pregare col corpo e con l’anima. Vengo qui ogni giorno nel silenzio totale e in solitudine compio il mio percorso e non sono mai deluso, né triste o sconfortato, sono pieno di questa emozione di cui sono geloso e che oggi, qui, per la prima volta ho confidato.

Questa è la ragione per la quale non mi spiacerebbe che le mie ceneri venissero sparse in questo tratto di mare, perché qui vivo momenti bellissimi della mia vita, ammesso che un giorno lontano abbia delle ceneri  tutte mie !