Lu Scottis

Sarò ripetitivo ma quando sono qui dimentico le mie abitudini  e mi immergo totalmente in una nuova realtà, che sia mare, natura, ballo, formaggio o altro non ha importanza. Per coloro, e sono i più, che non l’avessero già letto lo scorso anno (settembre 2011), ricupero questa storiella su un  ballo tradizionale di queste parti che rappresenta per me una specie di fissazione.

Una magica notte di una estate torrida, la festa del patrono sullo spiazzo davanti la chiesa: un’orchestrina suona classici di liscio rivisitati nello stretto dialetto gallurese, a un certo punto il cantante invita tutti a ballare assieme lo scottis o come si dice qui Lu scottisi.
Il sagrato si colma di coppie di ogni età.
Non se ne conoscono esattamente le origini, forse una  danza dei mandriani giovinetti elaborata in scozia come suggerisce il nome.
Si legge che una danza detta scottish compare in Francia verso il diciannovesimo secolo, originaria dell’Inghilterra o della Germania. Secondo altri è stata introdotta nel 1848 in Inghilterra sotto il nome di Polka tedesca e poi rinominata “Scottish” agli inizi della prima guerra mondiale per evitare il riferimento alla Germania. L’etimologia del nome fa riferimento a “scottischer” ossia passo scozzese. Infine, non si sa come, migrata in Gallura. Misteri delle comunicazioni di allora!
Nella versione nostrana questi ostinati di sardi si rifiutano di indossare il kilt senza mutande al posto dei severi “cartzones” di orbace bianco infilati nelle uose di pelle, anche se  pure loro hanno un gonnellino molto caratteristico, il “ragas”, un semplice rettangolo di panno arricciato in vita e indossato sopra i pantaloni.
E’ l’unico ballo di coppia che abbia preso piede in Sardegna, terra di danze di gruppo, e solo in Gallura, è una via di mezzo tra la polka e i valzer.
Lo schema più comune si evolve in tre parti: i ballerini fanno un passo di polka, ovvero due passi con una sospensione partendo con il piede sinistro per il cavaliere e destro per la dama, un passo di polka nell’altro senso partendo di piede destro per l’uomo, poi quattro passi girando in senso orario. con la coppia legata o con i danzatori sciolti, alternando passi saltellati con inchini e scambio di dama e con varianti che vengono scelte e a volte inventate secondo i paesi, più semplicemente come recita la  canzone di Murrighili e Deriu

“Sedici tra passi e ghjri,  illu scottisi a misura ghjusta si dè fa.
Fatt’un passu v’è l’inchinu, deci passi laterali, cattru ghjri illu finali
lestri lestri e di cuntinu torr’à cumincià”.

Fu durante uno dei giri di polka  che Gavino Carrus patì l’incidente.
Nella formazione folcloristica di Macarenas Gavino faceva coppia fissa con Esmeralda una paciosa sarda di ottanta chili per un metro e cinquanta, pastora e affittacamere.
Coppia solo nel ballo in quanto Gavino era scapolo solitario e mite, dedito alla meditazione contemplativa e alla cura dei lussureggianti giardini pensili dei villaggi turistici, nonché grande appassionato di tradizioni galluresi.
>Quando si iscrisse al gruppo folcloristico di Macarenas gli fu assegnata, in quanto ultimo arrivato, la ballerina emarginata, quella con la quale nessuno voleva far coppia perché, quantunque fosse cordiale e allegra, era pesante come uno scoglio di granito e agile come una mucca da latte di Arborea, inoltre avendo il baricentro radente era anche difficile da guidare e bisognava stare sempre un po’ troppo sulle ginocchia.
Lui, in quanto mite, si adattò !
Fatto è che col ballu tundo e col ballu antigu Gavino riusciva a domarla, ma con lu scottis dove si gira e ci si inginocchia spesso occorreva imprimere una maggior potenza alle braccia, come potare una siepe di viburno alta due metri in punta di piedi, e Gavino, quella sera in occasione della festa di Santa Reparata, tira e strappa, forza e molla, a un certo punto sentì uno sinistro “cloc” e gli uscì la spalla.
La extrarotazione improvvisa e troppo energica portò alla fuoriuscita parziale della testa omerale dalla cavità glenoide, infortunio comunemente conosciuto come sublussazione traumatica della spalla, con conseguente bestemmia in antico gallurese e danno irreversibile dei legamenti deputati a mantenere la testa omerale nella sua sede.
Probabilmente l’incidente fu da attribuire alla cedevolezza del pavimento in tavole di compensato stese sullo stazzu per consentire il ballo della festa, o forse al fatto che Gavino era reduce da una settimana di dissenteria da ricotta avariata,  fatto sta che il poveretto cacciò un urlo sardo e si mise a saltellare da solo rompendo la formazione del gruppo folcloristico di Macarenas.
Il pubblico parve apprezzare questa innovativa variante del solista che si stacca e salta qua e là furiosamente tenendosi la spalla e gridando richiami gutturali, tanto che gli applausi scrosciarono spontanei e gli altri ballerini si misero a darci dentro ancora di più. L’Esmeralda nel frattempo disarcionata, vagava come una pallina, si fa per dire, da flipper rimbalzando nel cerchio dei danzatori mentre la fisarmonica incalzava: “tara, tarattata, trallarallallà ……”.
Lo spettacolo proseguì ancora per i sette minuti del pezzo, nessuno osava interrompere, nemmeno Gavino che per una volta si sentiva protagonista del ballo e, pur trafitto da un lancinante dolore, tentava di abbozzare un sorriso sgangherato peraltro molto somigliante a una smorfia.
Se va bene la testa omerale può riposizionarsi spontaneamente nella sua sede naturale in pochi secondi, si chiama riduzione spontanea, altrimenti la riduzione deve essere eseguita tempestivamente da uno specialista ortopedico.
In assenza sul luogo di questa figura professionale intervenne prontamente Efisio Camedda, il fabbro del paese detto “Filu-ferro” per la duplice  connotazione di abile artigiano e grande bevitore di grappa.
Efisio non si intendeva di ballo e di tradizioni popolari galluresi, né tanto meno di ortopedia applicata, ma era dotato di una forza erculea associata a una certa precisione, se sobrio, che gli avevano procurato un certo credito nella raschiatura  di portoni ossidati da salmastro.
Sciaguratamente quella sera Efisio non era sobrio, ma completamente strafatto di mirto e spiedini di porceddu: da un’oretta stava fissando con sguardo assente il balletto,  quando questo terminò si accorse dell’incidente e, colto da un raptus di altruismo, balzò sul palco di compensato, afferrò saldamente Gavino alle spalle, senza dargli troppo tempo per protestare e bofonchiò
“Sapè io como fari, aju fattu milli volte a lu cabaddu”(So io come fare  l’ho fatto mille volte alla cavalla) e girò con decisione.
Ciò che avvenne dopo è raccontato a veglia nelle lunghe sere di inverno nei ripari dei pastori di Gallura come monito a non farsi i cazzi altrui.
Gavino svenne immediatamente, ma la festa continuò con altri balli e canti fino al mattino, il gruppo di Macarenas si fermò a cena gratis e poi tutti se ne tornarono a casa alla spicciolata.
Il poveretto fu depositato su un covone di fieno e lì rimase disteso per dodici ore, il giorno seguente fu preso e condotto all’ospedale dove, per errore, gli fu riscontrato un fecaloma concallato e gli fu inserito un catetere rettale in neoprene a doppio palloncino. Si sa, al pronto soccorso c’è sempre confusione.
La spalla era oramai disarticolata ed il braccio  pendeva triste sul fianco. Quando ci si accorse del malinteso era trascorso un po’ troppo tempo per rimediare efficacemente, Gavino non protestò neppure, si trattava veramente di un tipo accomodante.
Per la mortificazione Efisio si diede alla macchia, nessuno lo ha più visto in officina né in paese, si dice che vaghi sul Sopramonte insieme a branchi di mufloni e cinghiali selvatici (Sus scrofa meridionalis) ai quali fa dei piccoli lavoretti di falegnameria.
Gavino adesso ha il braccio destro completamente inerte, spenzolante a lato del corpo, ha perduto il suo lavoro di giardiniere e di ballerino del gruppo di Macarenas, però l’Esmeralda, sentendosi colpevole dell’incidente, l’ha in un primo tempo assunto come aiuto pastore d’altura, poi si è perdutamente innamorata della sua mitezza e ora fanno coppia fissa e vanno a vedere gli altri che ballalo lu scottisi.
Come ancora recita la  canzone di Murrighili e Deriu

“ ..zitti zitti , cori a cori
so sbucciati tanti amori
cori a cori spaddha a spaddha senza cuntrastà”
Recentemente, grazie ai costanti progressi della scienza medica, gli è stato prospettato un intervento in artroscopia a cielo aperto che, seguendo le istruzioni su google, si è offerta di eseguire gratuitamente la signora Agnese Inzaina, abile sarta e rammendatrice di Calangianus.
Gavino ci sta pensando su.

 

LU SCOTTISI

Testo Giaccomo Murrighili   Armonizzazione Carlo Deriu

Chistu baddu, a cantu pari
era danza rusticana
di la Scozia luntana
ch’è sbalcata da lu mari cent’anni sarà
Da un seculu in Gaddhura
c’è lu baddhu ch’ogghj ammiri.
Sedici tra passi e ghjri,
illu scottisi a misura ghjusta si dè fa
Fatt’un passu v’è l’inchinu,
deci passi laterali,
cattru ghjri illu finali
lestri lestri e di cuntinu torr’à cumincià
Lestri baddhu chi si baddha
zitti zitti, cori a cori
so sbucciati tanti amori
cori a cori spaddha a spaddha senza cuntrastà
Senza dissi mancu muttu,
zitti, ma tra ghjri e passi
li so corilu di fassi
s’hani dittu suttu suttu tuttu illu baddhà
Baddh’a tempu di sunettu
o di rittimu cantatu
da tinori accumpagnatu
da lu falzittu cumprettu cun dilliridà

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Gianfranco Salishttp://www.youtube.com/watch?v=-_hcXn82r9I&feature=related

Gruppo Folk Olbiese  http://www.youtube.com/watch?v=-BYnJpsQ4j0

 

A Diosa

Capita talvolta che un brano musicale si nasconda tra le pieghe della memoria salvo poi, senza alcun preavviso, affacciarsi  improvvisamente mentre si passeggia o si fa la doccia.

Così ci troviamo a canterellare una trama della quale magari non si conoscono il titolo né le parole, una melodia imperfetta che viene evocata e della quale poi, con una frivola curiosità, dobbiamo per forza saperne di più.

A me è successo con “Non potho reposare”.

Il primo incontro, è stato quando ho dovuto ballarci sopra un valzer lento ed è stato incontro doloroso perché proprio non c’era verso di far coincidere i passi col ritmo, troppo difficile ai tentativi superficiali, oltretutto non capivo niente del testo e della voce, così ero quasi indispettito sebbene attratto dal brano.

La seconda scoperta è stata quando, ascolta e riascolta, balla e riballa, mi è venuta la voglia di conoscere meglio il personaggio di Andrea Parodi che quel pezzo cantava e aveva portato al successo e che, confesso la mia ignoranza, prima di allora non conoscevo.

Il terzo livello di conoscenza è stato il testo: tre strofe in dialetto sardo che mi hanno spinto a ricercarne l’origine: era evidente che non si trattasse di una semplice canzonetta e che nascondessero qualcosa di più

Così, piano piano, è emersa “A Diosa”, la poesia originale  e la sua storia, e così è nato il desiderio di farla conoscere a coloro che, come me, non ne sapevano niente, quasi un modesto omaggio all’autore, al cantante, alla musica e alla Sardegna.

La canzone nasce dalla poesia “A Diosa”,  il cui significato dovrebbe essere dea, divina o qualcosa del genere, scritta nel 1915 da Salvatore Sini detto “Badore” originario di Sarule in Barbagia,  pastore come tanti altri ragazzi dell’epoca,  poi poeta e infine avvocato.

Intorno agli anni venti il nostro Badore, che nel frattempo per tirare avanti si faceva onore nei tribunali, continuava imperterrito a scrivere drammi e testi di canzoni in quel di Nuoro, già allora definita l’“Atene Sarda”.  E’ in quel periodo che ebbe  inizio una stretta collaborazione col maestro Giuseppe Rachel, che di mestiere faceva l’impiegato nella pubblica amministrazione, ma che soprattutto era il direttore della banda di Nuoro il “Corpo musicale filarmonico”.

Nel 1921 Rachel, forse riprendendo una vecchia aria da lui stesso composta precedentemente,  pensò bene di mettere in musica tre strofe della versione originale della poesia del suo compare e così stese una composizione  per tenore e pianoforte con il tempo di mazurka, ritmo che richiama le feste paesane e lo spirito popolare.  Così nasce la canzone “Non potho reposare”  che prende il titolo del primo verso della poesia e che intraprende da quel momento una propria strada autonoma.

Da qui in poi non succede niente fino al 1936, anno della prima isolata incisione delle tre strofe da parte del tenore Maurizio Carta. Poi ancora oblio, la canzone viene presumibilmente eseguita dalla sola corale di Nuoro.

Soltanto dopo altri trenta lunghi anni, nel 1966,  il Coro Barbagia di Nuoro  incide un long playing intitolato “Sardegna, canta e prega“,  dove il primo brano proposto è proprio “Non potho reposare”,  e proprio nello stesso anno, neanche a farlo apposta, anche  il Coro di Nuoro, registra la raccolta “La Sardegna nel canto e nella danza“, dove ugualmente troviamo il nostro brano. Si vede che tutto d’un botto si erano tutti svegliati !

E’ grazie a queste incisioni che il brano esce da Nuoro e dalla Barbagia e inizia a  riscuotere un successo crescente. Da questo momento,  infatti, si trasforma in valzer lento e si diffonde conquistando i cuori di tutti, sardi e non. Ci penseranno altri nuovi interpreti a contribuire alla sua completa affermazione: le corali Cànepa e Vivaldi di Sassari, Maria Carta, Elena Ledda, i Tazenda, I Bertas, Andrea Parodi, I Cordas e Cannas e poi Gianna Nannini e Mario Carta e ancora molti altri gruppi e solisti.

A me piace la versione intima e essenziale di Andrea Parodi e Al di Meola. Quella oramai notissima dello stesso Parodi con i Tazenda è un valzer ballabile come ho detto un pochetto difficile e perciò affascinante.

La poesia è una dichiarazione di amore appassionato e spirituale, la canzone ne coglie le forti strofe introduttive culminando con un inciso e ripetuto “t’amo”, del tutto eccezionale per il contesto in quanto fino ad allora mai si era parlato apertamente di amore in una canzone in dialetto sardo, per tradizione terra di pudore e ritegno. Meraviglia delle meraviglie in questo brano l’invocazione  “ti amo” si ripete con forza per ben tre volte.

E’ una serenata piena di spiritualità e tenerezza senza tempo né confini ancora viva dopo quasi cento anni.

A titolo informativo Badore Sini scrisse anche la risposta poetica indirizzata dalla donna all’uomo e la intitolò, guarda un po’, “A Diosu” , ma questa ve la risparmio anche perché nessuno ne ha tratto una bella canzone e quindi non ci capiterà mai di ballarla.

E adesso gustiamoci la poesia originale e la sua traduzione in lingua italiana.

A Diosa
Salvatore Francesco Sini (1873-1954)

Non potho reposare amore, coro,
pessande a tie soe donzi momentu;
no istes in tristura, prenda e’oro,
nè in dispiaghere o pessamentu.
T’assicuro ch’a tie solu bramo,
ca t’amo forte, t’amo, t’amo, t’amo. 

Amore meu, prenda d’istimare,
s’affettu meu a tie solu est dau.
S’are giuttu sas alas a bolare
milli vortas a s’ora ippo volau,
pro venner nessi pro ti saludare,
s’atera cosa nono a t’abbisare. 

Si m’esseret possibile d’anghèlu,
d’ispiritu invisibile piccavo
sas formas e furavo dae chelu
su sole, sos isteddos e formavo
unu mundu bellissimu pro tene
pro poder dispensare cada bene. 

Amore meu, rosa profumada,
amore meu, gravellu olezzante,
amore, coro, immagine adorada.
Amore, coro, so ispasimante,
amore, ses su sole relughente,
ch’ispuntat su manzanu in oriente. 

Ses su sole ch’illuminat a mie,
chi m’esaltat su coro e i sa mente;
lizzu vroridu, candidu che nie,
semper in coro meu ses presente.
Amore meu, amore meu, amore,
vive senz’amargura, nè dolore. 

Si sa lughe d’isteddos e de sole,
si su bene chi v’est in s’universu
are pothiu piccare in d’una mole,
comente palumbaru m’ippo immersu
in fundu de su mare a regalare
a tie vida, sole, terra e mare. 

Unu ritrattu s’essere pintore,
un’istatua ‘e marmu ti vachia
s’essere istadu eccellente iscultore,
ma cun dolore naro: “Non d’ischia”.
Ma non balen a nudda marmu e tela
in cunfrontu ‘e s’amore d’oro vela. 

Ti cherio abbrazzare egh’e basare
pro ti versare s’anima in su coro;
ma da lontanu ti deppo adorare.
Pessande chi m’istimas mi ristoro,
chi de sa vida nostra tela e tramas
han sa matessi sorte prite m’amas. 

Sa bellesa ‘e tramontos, de manzanu
s’alba, aurora, su sole lughente,
sos profumos, sos cantos de veranu,
sos zeffiros, sa brezza relughente
de su mare, s’azzurru de su chelu,
sas menzus cosas dò a tie, anghèlu.


Non trovo riposo, amore, cuor mio:
il mio pensiero volge a te ogni momento.
Non esser triste, gioia d’oro,
non dispiacerti e non stare in pensiero.
Ti giuro che desidero solo te
perché ti amo, ti amo, ti amo.

Amore mio, tesoro inestimabile,
a te sola è riservato il mio affetto.
Se avessi avuto le ali per volare,
sarei volato da te mille volte:
sarei venuto per salutarti almeno
o anche solo per vederti appena.

Se potessi prenderei
la forma di un angelo,
d’uno spirito invisibile,
ruberei dal cielo sole
e stelle per formare
un mondo bellissimo per te
per poterti dare ogni bene.

Amor mio, rosa profumata;
amor mio, garofano odoroso;
amore, cuore, immagine adorata;
amore, cuore, io spasimo per te,
amore, sei il sole lucente
che spunta la mattina in oriente.

Sei il sole che m’illumina
e m’esalta cuore e mente;
giglio in fiore, candido come la neve,
sei sempre presente nel mio cuore.
Amor mio, amor mio, amore:
vivi senz’amarezza né dolore.

Se la luce delle stelle e del sole
e tutto il bene che c’è nell’universo,
avessi potuto prender tutto in una volta
mi sarei immerso come un palombaro
in fondo all’oceano per regalare a te
vita, sole, terra e mare.

Se fossi pittore ti farei un ritratto,
una statua di marmo
se fossi un eccellente scultore.
Invece dico con dolore: “Non lo so fare”.
Ma il marmo e la tela nulla valgono
in confronto alla vela d’oro dell’amore.

Vorrei abbracciarti e baciarti
per versare la mia anima nel tuo cuore.
Ma debbo adorarti da lontano.
Il pensiero del tuo amore mi conforta,
tela e trama della nostra vita
hanno la stessa sorte perché m’ami.

La bellezza dei tramonti, l’alba del mattino,
l’aurora, il sole splendente,
i profumi, i canti della primavera,
gli zefiri, la brezza rilucente
dal mare, l’azzurro del cielo
le cose più belle dono a te, angelo.


Per chiudere con un sorriso faccio una proposta dissacratoria:  cantare  sulla frase musicale di “Non potho reposare”  le prime quattro rime di un saltarello medievale dell’Italia centrale il cui testo proviene da un manoscritto conservato alla British Library di Londra, nel quale sono contenute tutte le musiche strumentali italiane di cui sia rimasta traccia.

Non era usanza di quel tempo mettere per iscritto musiche non vocali,  per questo motivo sono andate perse quasi tutte le musiche strumentali del Medioevo italiano.

Come si vede si tratta di una cosa seria, il cui significato fra l’altro è tutt’altro che spensierato, e non di una goliardata,

 Non posso far bucato che non piova

Se’l tempo bello, subito si turba,

Balena, tuona, e l’aria si raturba

Perch’io non possa vincer la mia prova.

 Così sanza ragion m’è fatto torto

Ch’io servo ogni uomo e ciascun mi vuol morto

Di che la vita mì viver non giova

 Qualcuno dirà:  ma cosa c’entra ? niente, si fa per cazzeggiare !

Andrea Parodi e Al di Meola: Non potho reposare

Balli di gruppo

Il dancing & terrazza è un vecchio locale che sta lì da cinquant’anni: i nostri padri ci son passati per bere, giocare a carte o a biliardo, le nostre madri almeno una volta ci sono andate a ballare al ritmo di rock o di liscio o a vedere i complessini beat degli anni settanta. Da qualche tempo si è trasformato in locale dedicato prevalentemente alla social dance, volgarmente conosciuta come ballo di gruppo.

La moda del ballo di gruppo nasce da una esigenza reale: la necessità di potersi muovere in pista indipendentemente dall’avere un partner e in un modo libero, senza regole prestabilite. L’unica regola è quella di seguire il ritmo della base musicale lasciandosi andare a personali performances con la massima naturalezza.

Un po’ quello che accade con la discomusic con la differenza che questo è rivolto a tutte le età, anzi, la terza età è privilegiata nella esecuzione trattandosi di un misto di aerobica e ginnastica dolce delle gambe, senza sforzo, né allungo, sono la durata o l’affollamento della sala che fanno faticare

Il rito comincia quando qualcuno dell’orchestra urla nel microfono “….e ora un bel mambettino per cominciare, evvai…..!”

Allora una masnada di aspiranti ballerini si dispone in file disordinate occupando tutta l’area della pista fino alle poltrone emarginando i disperati che volessero affrontare un ballo di coppia tradizionale e che si ritrovano a camminare lungo i bordi della sala tra i tavoli con i gomiti strettissimi fino alla rinuncia definitiva.

Questa sera hanno sbagliato locale.

Non si sa come, ma l’orientamento delle file è sempre disordinato cioè qualcuna è rivolta verso ovest, altre verso la Mecca, altre ancora verso la stella polare, ma tant’è, mica stiamo parlando di una parata militare,  importante  e che almeno all’interno della stessa fila siano tutti rivolti in uno stesso verso altrimenti si creano incrocchi pericolosi per stinchi e menischi.

Certe orchestre manco si prendono la briga di suonare, attaccano sul computerino portatile una base di quelle che si scaricano gratis da internet e che  si sentono ad ogni karaoke, poi ci mettono sopra il rullo della batteria per accentuare il tempo e la voce della cantante, doverosamente una morona grassoccia e discinta oppure una bionda anoressica col vestitino bianco di ordinanza e gli stivali.

I passi sono praticamente i soliti per qualunque ballo, cambia solo l’ampiezza ed il ritmo. Generalmente si ha un primo passo incrociato a sinistra con gambetta destra proiettata in un calcetto stile gemelle kessler, poi lo stesso passo verso destra con conseguente gambetta sinistra e calcetto, poi stessi  passi avanti e poi indietro ed infine cambio di orientamento del corpo di novanta gradi verso destra e si ricomincia; come variante si possono battere le mani ritmicamente.

Gli sguardi sono fissi davanti a sé privi di ogni espressione e di qualunque barlume di intelligenza, la testa in alcuni casi è leggermente reclinata come  a concentrarsi sul ritmo.

E‘ un movimento meccanico: un, due, tre, incrocio, saltino ripetuto all’infinito cambiando solo il fronte che porta alla ripetitività ossessiva del gesto. E‘ l’antitesi del ballo  di coppia, che è fatto di regole  e programmi  contraddistinti e diversificati tra uomo e donna.

Come si può capire io non amo questo genere di balli e, quindi, non amo il Milleluci, ciò nonostante ritengo sia uno dei posti migliori per cuccare, specialmente donne di mezza età, sposate e non.

Intanto mi posso buttare in pista in qualunque posto desideri ovvero posizionandomi come se nulla fosse accanto a qualche bella mora, poi facendo finta di niente posso attaccar discorso disquisendo su passi e ritmi e tentando dialoghi indagatori senza eccedere, e da lì si vedrà.

La prima selezione avviene  al termine della prima serie di  balli quando le donne si riaccomodano perbenino ai loro posti e si capisce se sono accompagnate o no, per questo non conviene  fare un primo approccio deciso, ma solo esplorativo ed amichevole.

Una volta fatta la prima verifica delle accompagnate, che vanno subito scartate come la peste, ci si dedica alle altre: alla ripartenza del ballo ci si riposiziona nelle vicinanze di una o più di queste, il vantaggio infatti è quello di poterne tenere sotto osservazione più di una per volta: quella che sta nella fila davanti a noi, quella che sta nella fila dietro e le due ai lati. La conquista di una buona posizione centrale è quindi strategica perché ci offre quattro alternative possibili, a meno che qualche sfigato di maschio non ci venga accanto, cosa da impedire con ogni mezzo.

Si dà un orecchio alla musica, è necessario purtroppo, e ci si muove in sintonia con gli altri facendo finta che ci piaccia. Dopo un po’ di “macarena” e di  “meneito” e qualche cambio di fronte si tenta una prima avance cominciando da una qualunque delle quattro, tanto si deve provare con tutte: vanno bene risolini, commenti e battiti di mani.

Quelli che fanno i balli di gruppo sono gente di ogni età e capacità motoria, in effetti non è richiesto molto impegno basta seguire il tempo e fare quello che fanno gli altri, la regola è prendere a riferimento un solo ballerino e seguirlo sperando di non toppare.

Dopo un’oretta di questa solfa saremo tutti un po’ cotti e rintronati dalla musica, ma dovremo aver ristretto la cerchia ad un paio di bimbe, si fa per dire, da puntare.

L’approccio comincia in pista ma continua ai tavoli o lungo i bordi della stessa   mentre di tanto in tanto si fa una pausa per riprender fiato, commentando i movimenti del gruppone  ci si asciuga il sudore e si beve attaccati alla bottiglietta della minerale da quarto di litro.

Se non se ne può fare a meno, se lei lo richiede o fa la mossa di andare da sola, è consentito ributtarsi nella mischia per un altro giro di “alli galli (Hully Gully)” o di “moviendo la scalera“,  ma bisogna non esagerare per non omologarsi alla massa proteiforme.

Nei balli di gruppo infatti bisogna distinguersi se si vuole cuccare, infatti il più ambito è colui che guida il gruppo, diciamo il battistrada o il nocchiero, ovvero colui che tenta di non far perdere la bussola alla folla accalcata e minacciosa che si muove in pista. A volte è un brasiliano, vero o finto, meglio se di colore, altre uno pseudo maestro di ballo che mostra fianchi  e sculettamenti esagerati con aria di superiorità, altre ancora, e sono i casi più critici, è un tizio che si improvvisa condottiero senza avere l’esperienza per tenere a freno la folla inferocita e affamata. In questi casi lo sciagurato comincia  a guidare tutto convinto, poi si guarda le spalle e si emoziona e non regge più di un minuto. Coltane la debolezza, viene subito affiancato prima da uno, poi due ed infine da folle di aspiranti colonnelli ansiosi di mettersi in mostra.

E’ infatti nella profonda indole di questo genere di ballerini il bisogno di sentire l’armonia del gruppo ed il bisogno di un leader, qualcuno che guidi tutti gli altri, tuttavia nessuno può pensare di imporre uno standard per molto tempo perché la plebe si stanca velocemente dei capipopolo ed ogni schematizzazione di questo ballo è impossibile.

Per farsi notare dalle nostre bambole non ci si deve mai avventurare verso la prima fila perché rischieremmo di fare un brutta fine, piuttosto bisogna trasmettere una sensazione di sicurezza nelle nostre mossettine, far quasi immaginare alle prescelte che potremmo anche guidare il gruppo ma preferiamo dedicarci unicamente a loro. Questa è la mossa vincente !

Approfittando dell’attacco di “un dos tres maria“ si comincia  a mostrare varianti di passettini laterali o saltelli aggraziati tanto per invogliare le compagne  di ballo che, avendo la possibilità di una miniguida vicina, la preferiranno a quella lontana lassù, in cima alla pista che manco si vede.

Sarà facile a questo punto che ci seguano in tutte le fantastiche e originali trovate che ci verranno in mente tipo un piegamento sulle ginocchia, un braccio su ed uno giù, un saltello e così via, tutto quello che avevamo imparato all‘asilo, insomma.

Se poi affronteremo la “bomba” con tutte le figurazioni regolamentari e codificate avremo conquistato definitivamente la loro fiducia.

A questo punto però dovremo fare l’ultima scelta e puntare decisamente su di una sola femmina accalorata, penso questa moretta ricciolina ad occhio e  croce quarantenne con le calze a rete ed il vestito blu che sembra addomesticata dai passi che facciamo noi.

E’ con lei che affronteremo senza paura “el tipitipitero” a tutta gamba nonostante la fatica e qualche inizio di dolore alle articolazioni.

E’ andata, ci segue ciecamente, l’abbiamo conquistata.

Ma dopo questo salta su l’orchestra con una versione sfrenata del “ballo della casalinga” che la nostra  compagna non vuol perdere. E’ notevole che non abbia perso quasi nessun ballo in tutta la sera ed anche adesso  continua e continua, tra un “mueve la colita“ ed un “tuta tuca”. Deve essere una ex atleta della germania dell’est.

Intanto si sarà fatta l’una del mattino, avremo ballato strascicando i piedi anche l’ultima tarantella e saremo stanchi morti e completamente rincoglioniti con la camicia madida di sudore ed i piedi gonfi in vetta. E’ però finalmente arrivato il momento di raccogliere i frutti di questa immane fatica.

La nostra morettina di stasera sarà pure lei stanca, ci guarderà con occhio di pesce ed un sorrisetto stiracchiato e facendo ciao ciao con la manina  se ne andrà sottobraccio al marito che spunta fuori dal nulla e che ha passato una serata tranquilla nell‘altra sala a giocare al biliardo.

Sei contenta cara che ti ho portato a ballare ?”  fa lui

“Tanto, amore. Pensa ho incontrato un giovanotto gentile che mi ha fatto ballare tutta la sera, alla fine era ridotto uno straccio, poverino.” Risponde lei.

Il tappeto volante

Allorquando le spalle siano dritte ed aperte con il busto eretto ed il petto in fuori, il collo proteso in alto, la testa rivolta dalla propria parte con lo sguardo fiero che fissa lontano, i gomiti  sollevati in alto all’altezza del proprio orecchio, i polsi in verticale con il pollice che combacia con quello della dama, i buchi del naso divaricati alla ricerca di aria di montagna, i capelli impomatati pettinati possibilmente all’indietro e le sopracciglia distese.

E poi il bacino sia proteso in avanti che tocca la dama, lato destro dell’uomo con lato destro della donna, le gambe rilasciate col peso del corpo perfettamente in equilibrio sul proprio asse senza aggrapparsi all’altro, i polpacci elastici dentro calzettoni neri elasticizzati e piedi possibilmente non doloranti dentro scarpe all’uopo acquistate.

La ballerina con la testa rilasciata all’indietro, la linea del collo allineata con il dorso, adagiata sulle braccia, le gambe in posizione leggermente piegata e rilassate pronte allo slancio dentro le scarpine da ballo coi laccetti, le guance arrossate dal desiderio o dal fondo tinta ed i capelli raccolti in un chignon con fermaglio risplendente come un diadema.

Bene, adesso che si è spuntata tutta la personale lista che si ha nella testa alla voce postura, si può cominciare a sentire la musica, quindi, raccogliendo tutto il coraggio ancora utilizzabile in sala, partire ed andare a tempo con sollevamenti ed abbassamenti del tronco ricadendo al tempo musicale giusto dell’elevazione e molleggiando le caviglie con passi di taccopianta, pianta, piantatacco, quindi allungare la falcata a coprire la pista traguardando oltre la dama e stando accorti a non urtare nessuno e a non farsi interrompere la sequenza e la linea di ballo dalle altre coppie. Il tutto guardando sempre in avanti col sorriso stampato sul volto come se non si trattasse di uno sforzo ma di uno stato di armonia eterea.

Inizia la rigida sequenza di passi e figure studiata e provata per mesi nei singoli dettagli.

Questo è il valzer lento, una fatica terribile di braccia, gambe e applicazione che con tre balli ti sfianca, ma ti dà la soddisfazione maggiore perché quando prendi il passo giusto con la partner ed il movimento del corpo corretto a tempo di musica te ne accorgi e senti che non stai facendo solo attività fisica intensa o che sei concentrato al massimo o che il cervello coordina con efficacia un mucchio di movimenti o che si sta creando una nuova intimità con la tua dama o che magicamente l’equilibrio precario si trasforma in spinta e movimento armonioso, ti accorgi che finalmente stai ballando…………..,

sei salito sul tappeto volante,

e tutto il resto scompare.

A proposito della beguine

Nelle balere si suona e si danza la beguine mentre nelle scuole di ballo la si ignora perché ufficialmente la beguine non esiste: non fa parte delle danze latino americane e non fa parte del ballo da sala, questo ballo un tempo famoso è caduto in disgrazia e bandito dai manuali e dalle scuole.

Nonostante ciò viene ballata moltissimo, le orchestre infatti la propongono costantemente durante le serate cogliendo ed interpretando i gusti e le inclinazioni del pubblico che l’apprezza per le sue doti di semplicità d’esecuzione, pacatezza, e possibilità di personalizzazione.

La  beguine è la rivisitazione in chiave moderata della rumba cubana; dopo il 1930 rumba e beguine fecero la loro apparizione nelle sale da ballo, in concorrenza fra di loro, differenziandosi come vivace la prima e moderata la seconda.

La rumba era nata come danza di corteggiamento: il ritmo era talmente veloce che il ballo consisteva in una successione rapida di movimenti del corpo e dei fianchi, l’azione dei piedi era ridotta e prevaleva la gestualità. Fu proprio la beguine, con l’attenuazione del ritmo, ad introdurre numerose figure sul posto e brevi camminate.

Ad oggi negli Stati Uniti  all’interno dei cinque balli Rythm di Stile Americano si è mantenuta la distinzione fra rumba lenta, definita Rumba-Bolero e ballata sui ritmi lenti tipici della Rumba che per noi appartiene alla disciplina Danze Latino Americane con 27/29 battute al minuto e la versione veloce, oltre le 30 battute, chiamata Rumba-Beguine.  In Italia rientra nella categoria del “Ballo Sociale”, ossia quel genere o stile di ballo generico adatto ai dancing.

La tecnica di base è semplice: si ballano i primi tre battiti effettuando una pausa sul quarto. Il peso del corpo cade di volta in volta sul piede che si muove e la pausa si effettua sul piede che ha eseguito il terzo passo, le gambe morbide ma non piegate, l’interpretazione è quella di un ballo naturale e scorrevole, al pari di una passeggiata.

E’ un tipico ballo da terza età in quanto non richiede grossi sforzi nei passi e nelle aperture, si può gestire con moderazione facendo una buona figura ed è un movimento salutare senza strappi o torsioni, consigliabile e praticabile  per non abbandonare la pratica del ballo anche quando le articolazioni non rispondono più tanto bene. Capita di vedere coppie di ottantenni muoversi lentamente e con soddisfazione lungo i lati della pista in modo molto più decoroso di giovani ruspanti disadatti.

Ogni volta che l’orchestra attacca una beguine i ballerini devono fare una scelta rischiosa esponendosi all’immancabile giudizio degli altri: ballare il pezzo con passi di fox,  di rumba o, appunto della tanto bistrattata beguine? Certe volte qualcuno tenta di ballare il ritmo con un jive lento lento fino a fermarsi per arenamento o con figure di salsa eseguite a due all’ora fino allo stallo completo. Può inoltre accadere che dopo i primi trenta secondi del brano ed i primi passi che non convincono, ci siano improvvisi rovesciamenti di fronte e chi ballava il jive passi al fox, chi ballava il fox passi alla rumba o viceversa con pentimenti poco convinti, finisce che si termina il pezzo senza essere persuasi del tutto di aver indovinato il ritmo giusto. Si salva chi ha iniziato e continua imperterrito con la beguine.

Quando l’orchestra suona una beguine io ballo la beguine e, certe volte, quando ho voglia di chiacchierare o di riposarmi, la ballo anche quando l’orchestra suona il fox.

Come tutti mi nuovo a modo mio: il quadrato come passo base e poche figure della rumba semplificate, e vado avanti con passetti non accentuati e finte e controfinte a scartare con la mia dama gli avversari in pista.

Il ritmo è accattivante, la sequenza semplice, da sgambatura. Si va come a passeggio sul corso e ci si intrattiene in conversazione con la donna o con i vicini di passo, si guarda il pubblico seduto e le cosce della cantante, si salutano gli amici in sala dandosi appuntamento a dopo, ci si gode il pezzo canticchiandolo e senza preoccupazione di sbagliare i movimenti, tanto vanno bene tutti.

E via andare.

ESEMPIO DI UN FIN TROPPO CORPOSO PROGRAMMA DI BEGUINE

  • base naturale  – quadrato
  • alemana dama su base naturale
  • hand to hand
  • cucarachas cavaliere in senso inverso rispetto alla dama
  • cross basic
  • base mambo
  • semigiri alternati
  • giri alternati 360°
  • presa delle mani ad otto (braccia incrociate):  alemana  e cambio parete
  • cambio parete:
  • con dama che passa a dx del cavaliere
  • con dama che passa a sx del cavaliere
  • impatto
  • spirale
  • arrotolamento dama + srotolamento
  • promenade in Shadow Position:
  • verticale
  • circolare
  • new york
  • spots turn
  • alemana dama senza lasciarle le mani:
  • presa incrociata dietro la schiena di lei
  • cambi parete
  • promenade lungo la linea di ballo

Spiegazione del quadrato:

Il quadrato rappresenta una forma semplice ed elegante di introduzione. I passi del cavaliere sono i seguenti (la dama esegue i movimenti contrari):

  1. sinistro di lato
  2. destro chiude
  3. sinistro avanti + pausa
  4. destro di lato all’altezza del sinistro
  5. sinistro chiude
  6. destro dietro (in posizione di inizio ballo) + pausa