Tre umarell… – 14° Intanto a casa ….

Intanto a casa il ciclista provetto era triste perché pensava ai compagni in giro per la Spagna mentre lui coltivava una solenne bronchite che non lo faceva neppure salire in bici.

Era stata una decisione saggia quella di non andare, pensava. Prima i dolori ai piedi che erano reali e non immaginari come malignamente insinuavano gli umarelli, e poi la bronchite iniziata con qualche colpo di tosse sottovalutato, un malessere strisciante alla gola e una insolita debolezza.

E pensare che era merito suo se quella faccenda aveva preso corpo e si era sviluppata negli anni e poi, mannaggia,  si era dovuto fermare sul più bello. Ma perché non riusciva mai a tenere gli eventi sotto controllo?  perché la cose andavano alla deriva in maniera confusionaria con strappi e scelte azzardate, senza un briciolo di pianificazione e di cautela?  Lui che era così avveduto perché le cose si fanno perbenino un po’ alla volta e senza perdere il legame con la quotidianità, perché camminare andava bene, ma lo si può fare anche sulle colline intorno casa  e ci si può perfino spingere a stare anche una giornata fuori, ma la sera vuoi mettere la serenità del rientro nella propria rassicurante camera da letto, vuoi mettere la pace che ti dà guardare la tua automobile al sicuro in garage!

Perché questo bisogno di strapazzo e incertezza affascinava gli altri umarelli? perché non apprezzavano  la routine del caffè seduto al bar col giornale  in mano a guardare il passeggio e dibattere di questioni importanti, di arte, politica, letteratura, interessi che non erano da umarello, ma da persona seria, istruita, interessata al mondo e narrare di personaggi, fatti, date e informarsi prima di parlare per non apparire generalisti  ma pertinenti, documentati e salutare i passanti “Buongiorno Tizio. Salve Caio. Come va Sempronio” . Cosa cavolo facevano gli altri con le loro cazzate improvvise? 

C’era sempre stata questa imprevedibilità degli amici che lo spiazzava, che fosse far tardi la notte, un’avventura strampalata, un muoversi senza senso, una donna impossibile, una partenza senza destinazione o l’esplorazione pericolosa di una grotta senza alcuna precauzione.  

Il bolognese era stato uno specialista di questi improvvisi cambi di programma, il ballerino era notoriamente inaffidabile e il camminatore era cresciuto totalmente ruspante, tanto incontrollabile quanto attraente proprio per questa imprevedibilità. Gli altri due, il forestale e il politico, erano più coscienziosi, ma per questo stuzzicavano meno lo spiritello che gli stava appollaiato sulla spalla sinistra o lo attirava e poi lo respingeva, lo eccitava e poi fatalmente si trovava a fare i conti con quel maledetto grillo parlante saggio e avveduto che gli stava saldamente radicato sulla spalla destra.

La loro storia di amicizia era questa: partecipava a tutto con passione e poi a un certo punto, non si sa come, gli toccava guardare dalla finestra cosa accadeva agli altri.

Il fatto è che seguiva il proprio razionale ragionamento: uno più uno fa sempre due e i passi si fanno uno dopo l’altro non in modo strampalato e disordinato come sembrava attirare tanto gli amici.

Aveva voglia che proporre iniziative interessanti e tranquille come la visita alla statua equestre del pulcino pio o il ricco percorso museale del fagiolo con le cotiche o l’esplorazione degli scritti inediti di Butriolo da Volpedo, niente da fare, gli altri preferivano dilettarsi in futili cazzate come dar fuoco alle canali, incendiare le scoregge, andare a funghi  o inciuccarsi di vino scadente e in età più matura boicottavano  le sue iniziative con sfilze di scuse classiche tipo  non mi sento bene,  mia moglie ha preso un impegno, non ho ferie, ho il torneo di canasta. Le sue iniziative culturali e ragionevoli non trainavano.    

Quante volte gli amici avrebbero invece desiderato scompaginarlo, creargli un casino intorno per vederne le reazioni e gustarselo allo stato brado, ma lui resisteva imperterrito perché si trovava in difficoltà ad adeguare i propri ritmi a queste improvvisazioni. Non è che teoricamente non gli piacessero le stupidaggini, anzi, ne era un buon teorico, ma quando si trattava di porle in atto aveva posto l’assicella del limite alle cazzate molto più in basso degli altri. Insomma era sempre stato quello posato, metodico, razionale, era il suo limite e la sua qualità  perché uno così fa sempre bene come equilibratore in una banda di improvvisatori.

Si capiva però che a lui mancava quell’avventura spagnola, che una parte di sé avrebbe voluto essere con loro, per questo era contento quando si sentivano al telefono, chiedeva cosa stessero facendo, dove fossero, cosa  accadeva intorno a loro e rideva divertito e voleva essere partecipe.  Loro gli mandavano fotografie e video perché sarebbe stato bello averlo accanto in questa isola dei non-famosi per misurare insieme il grado di tolleranza e coinvolgimento e riderci sopra e ricordare poi per anni. 

Intanto progettava pranzi, gite, camminate da fare una volta tornati, tutte cose moderate, precise e soddisfacenti. Pensava il futuro ed evitava il presente mentre gli  altri non sapevano  affatto se e quando avrebbero camminato di nuovo insieme o se sarebbero andati a pranzo proprio quel giorno là.

Fissa te, gli dicevano, e lui si  ingegnava a trovare il dove e il quando poi chiamava uno ad uno e disordinatamente gli rispondevano si va bene, ma ora non posso, forse, chissà, vediamo.

Senza dubbio era stata una decisione più che saggia quella di non andare,  ma certe volte la saggezza bisognerebbe mandarla a quel paese e prendere una ubriacatura di stupidaggini e di frivolezze, questo lo sapeva, si trattava solo di trovare il modo di fare quel piccolo salto nel buio insieme agli amici, staccarsi dal ventre di vacca della concessionaria auto o del Caffè Centrale e poi stare a vedere quel che succede. E quel giorno, prima o dopo, sarebbe arrivato.

Intanto “il bolognese” se ne stava ovviamente a Bologna e faceva il suo come sempre. Era difficile mantenere i contatti con gli altri a cento  chilometri di distanza  e con abitudini ormai diverse. Difficile sincronizzare gli impegni dopo la desuetudine alla frequentazione. C’era stata negli anni una colpevole e deplorevole disattenzione degli altri, in particolare del ballerino di liscio che, come sempre, aveva interrotto le comunicazioni  quaranta anni prima senza alcun motivo logico, solo stanchezza, voglia di cambiare e proprio verso di lui  con il quale c’era sempre stata una complice comunanza di follie. Troppo tempo era trascorso senza  sapere niente l’uno dell’altro, lasciando che si sedimentasse l’indifferenza. Ma ora il tempo della lontananza era finito e per sempre. Basta distacco, ora c’era da recuperare il tempo perduto, questo tratto della vita, l’ultimo, l’avrebbero percorso in sintonia e non ci sarebbe stata più freddezza.

Intanto in un’altra casa di un’altra città  l’ultimo omarello che nella vita si era sempre esposto e speso per gli altri, doveva stare buono buono e vedere da lontano le piccole avventure degli altri senza intervenire. Assistere mentre la sua amata politica nella quale aveva sempre creduto fermamente  si riduceva ogni giorno di più a bottega senza poter fare più niente se non sagge considerazioni inascoltate, come fosse un vecchio rimbambito fuori del tempo che “ai miei tempi …..” e non uno che le aveva provate tutte per migliorare la società anche andare in gita premio al Cremlino fiducioso di trovare qualcosa di buono, anche fare politica attiva, quella di quartiere, quella di impegno personale e poi nulla, nessuno lo stava a sentire. E ci mancava pure di veder camminare gli altri senza poter mettere gli scarponi e andare, senza respirare la deliziosa aria di montagna, senza la sensazione di libertà che gli dava uscire all’aria aperta e misurare le proprie forze. Ci voleva pazienza, ora, e aspettare per vedere come inquadrare il futuro, ma lui era ormai un  omarello saggio e, come tutte le altre volte, qualcosa gli sarebbe venuta in mente. Pazienza pazienza…..

continua…

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