Rocco e Rosa

Scarpe di cuoio numero cinquantanove con balaustra in vibram, alto due metri con peso forma di mille chili distribuiti tra muscoli e ossa di granito, di professione vivaista: Rocco.

Dolcissima, minuta e rotondetta, solare e profumata di pane appena sfornato, scarpette di vetro rosse e bianche, commessa di merceria: Rosa.

Una coppia giovane ed amabile, timida e riservata nella vita quotidiana che in sala  si trasforma per incanto in un corpo contundente, in una macchina bellica.

Talvolta mi è capitato di incontrarli allo Chalet dei Tigli o all’Arlecchino in serate di inverno noiose che loro trasformavano in eventi ricchi di suspence.

Sono buoni ballerini ma un poco irruenti ed energetici rispetto alla media dei frequentatori di quei locali di liscio, in genere pensionati e casalinghe rinvecchiate abituati ai brevi stacchetti di beguine o a mazurche da interpretare come una passeggiatina.

Rocco e Rosa fanno simpatia fino quando stanno seduti a scambiare convenevoli con tutti, ma quando scendono in pista si crea una certa tensione innaturale.

Quando Rocco attacca il valzer lento muove le leve piegando le ginocchia a novanta gradi con uno slancio pauroso e con falcate da mezzofondista tracciando un solco sul pavimento, Rosa gli viaggia appesa al collo, spalmata sul torace, con le gambette che squittiscono veloci in aria per recuperare il tempo giusto. La pista è una autostrada a otto corsie senza limiti di velocità e divieti di sorpasso, si muovono in più direzioni per volta e chi capita per distrazione sulla traettoria  viene sbalzato ai bordi della sala.

Gli altri ballerini si muovono circospetti e prudenti nel timore di rimediare una scarpata o una puntata di gomito nella schiena.

Quando ballano il fox veloce si forma un vuoto d’aria che risucchia il pubblico seduto troppo vicino al bordo ring.

Quando ballano la salsa lui si inceppa regolarmente sulla breve pausa che sta fra le sequenze di passi uno-due-tre e cinque-sei-sette, in attesa del quattro che non arriva mai perchè non c’è, allora lei lo rimette delicatamente in carreggiata con un dolce sguardo di perdono.

Quando ballano il cha cha cha con le aperture ed i New York volano schiaffi sugli astanti, una volta ne ha preso uno pure il sassofonista dell’orchestra che si era sporto troppo dal palco.

Quando ballano la rumba si guardano teneramente con torsioni del busto da strappo e pericolosi ondeggiamenti delle braccia.

Quando ballano il tango assumono le movenze di una trebbiatrice che solca lo spazio con battito di tacchi che fanno gemere la graniglia della pista.

Ma la cosa più bella è quando ballano la polka figurata con i giri a destra e a sinistra ed i saltelli: allora si crea l’effetto tsunami sul percorso: chi precede accelera furiosamente per non essere investito fino a mettersi a correre in tondo,  gli altri si addensano stretti stretti al centro della pista facendosi coraggio, lasciando  largo al turbine che tra smanacciate, scalciate e trottole travolge e spazza ciò che incontra come un trattore a vapore di mille cavalli.

Alla fine, ansimanti e trafelati, si guardano con occhi luminosi, sorridono e si

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