Tre umarell … – 3° Come nacque l’idea

Quella volta si era in autunno e  si parlava soprattutto di funghi e di chi ce l’ha ancora duro quando a un certo punto quello che ballava il liscio la buttò là: “Andiamo a Santiago ! “ tanto per vantarsi che lui c’era già stato vent’anni prima, sicuro che nessuno sarebbe stato disponibile.

Nessuno  rise, e fu già una sorpresa. Vi fu una lunga pausa e un lento tentennamento di testoline meditabonde: qualcuno rimase con l’involtino infilato nella forchetta sospesa a mezz’aria, la bocca semiaperta e il riflesso immobile, altri bevvero un bicchiere di vino in silenzio, una ruga sulla fronte, uno giochicchiò col tovagliolo, tutti pensarono  a quando erano giovani, ai viaggi con macchine scassate,  senza meta e con due lire in tasca, alle tenere notti all’aria aperta e a luoghi lontani che non facevano paura. Tutti vissero un fuggevole attimo di malinconia.

Poi nel giro di pochi minuti l’incantesimo svanì e ritornarono alla realtà: tempi finiti per sempre.

Fra un boccone e l’altro riacquistarono l’uso della favella con frasi sconnesse, senza sbilanciarsi, snocciolando ragionevoli considerazioni sull’età,  la prostata, le gambe molli ed i bisogni corporali fuori controllo,  ma il tarlo si era insinuato nelle menti senili e ognuno in silenzio faceva i conti con se stesso.

Poi si parlò un poco dell’amministrazione comunale che dopo settanta anni era passata alla destra un po’ per colpa di tutti loro, ma soprattutto degli altri. Discorsi da umarell, insomma, perché alla fine la colpa è sempre degli altri.

Al termine del pasto quando furono ai saluti e si dettero appuntamento a inverno finito, quello sicuro di se rilanciò “E allora ? Si va o non si va ?”

E fu proprio lì, nel parcheggio della trattoria della Cugna, dove peraltro non si era mangiato un granché bene, che  alla prima scrollata ne rimasero soltanto tre disponibili per andare a Santiago, dove per Santiago si intende quello di Compostela e non  quello del Cile.

Fu così che dei sei umarell originali ne rimasero in ballo soltanto tre.

Passò l’ inverno e poi, guarda un po’, anche quella volta venne la primavera e i nostri umarell erano sopravvissuti a tutto questo, ma nulla si era ancora mosso. Così lo sborone che aveva buttato là l’idea si dilettò a fare un bel programmino dettagliato di una dozzina di giorni di cammino con orari, tappe e chilometri, lo mise nero su bianco tanto per far capire le difficoltà e  quando si incontrarono di nuovo  lo mostrò a tutti  sicuro che nel frattempo si fossero smontati anche gli irriducibili e con una scusa si sarebbero scrollati l’impegno di dosso.

Ma non andò così.

Andò invece che gli altri due umarell da molti anni covavano segretamente quel desiderio di andare a Santiago e non avevano mai trovato l’occasione o la giusta compagnia per farlo come volevano loro: a piedi. Ed ecco che  quella insperata occasione era capitata.

Il primo dei due era il camminatore ecologico, uno che aveva fatto delle escursioni una ragione di vita. Uno che visse due volte: nella prima vita si sposò, costruì una casa in collina, ebbe due gemelli e fece il grullo per un bel po’ fondamentalmente perché era infelice. Per lavoro girava la provincia guidando autobus pubblici sulla linea Crespole – Lanciole, per  Calamecca si cambia, un chilometro dopo l’altro suonando il clacson a ogni curva “ poopiipoopii poopiipoopii “ e lentamente, anno dopo anno, deperiva.

Nella seconda vita lasciò la moglie e la casa in collina, cambiò  città, si fece una fidanzata nuova, chiuse con il lavoro di autista e si riciclò nella sua passione infantile: camminare.

Principiò quindi a girare mezzo mondo avanti e indietro sempre a piedi accompagnando ragazzi, ragionieri obesi e vecchietti su sentieri e crinali, dormendo in tenda e nei rifugi finalmente a contatto con la natura e godendosi la compagnia del cane: era la vita che aveva sempre desiderato.

Adesso era felice, ma non era mai riuscito a infilare nei percorsi suoi e degli altri il cammino di Santiago.

L’altro era un vecchio forestale, esperto di abeti rossi e di piste da sci, montanaro di cultura e adozione con la passione sfrenata di spengere incendi e con una intuizione geniale su questa attitudine si era creato una rimarchevole reputazione. Anche lui aveva girato il mondo per  monti e vallate spengendo fuochi qui e sciando di là, arrivando fino all’estreme propaggini del Cile, visitando la Santiago sbagliata, elargendo consulenze in giro per i boschi d’Italia. felice di come la gente ne riconoscesse le qualità, destreggiandosi fra figli, nipoti e uno strampalato e mutevole  tifo calcistico, facendo molte cose interessanti meno una: anche lui non era mai riuscito a trovare qualcuno che andasse con lui a Santiago, quella vera.

Così tutti e due avevano colto al balzo la palla buttata là in trattoria e si erano fermamente convinti che ora o mai più. Era il mese di marzo e  la faccenda aveva preso una piega decisamente seria e fu così che il ballerino di liscio si ritrovò invischiato nella sua stessa spacconata e non si poté più tirare indietro neppure lui.

continua ….

Tre umarell… – 2° La rimpatriata

Abusato termine per indicare un incontro fra vecchi amici, utilizzato nei tempi moderni tramite Facebook e internet per riunioni di vecchi compagni delle elementari, del collegio dei Salesiani o del servizio di leva. E’ generalmente causa di sgradite sorprese  quando ci si accorge che qualcuno è morto, la ragazza che ci faceva perdere la testa è diventata un’anziana triste e grinzosa, lo snello è diventato grasso e il bullo un vecchio fanfarone malinconico e soprattutto tutti sono invecchiati tremendamente e se lo sono gli altri ……lo siamo  anche noi! Una occasione nella quale si tocca con mano il declino proprio e altrui, e quando si rientra  a casa si dice: non lo rifarò mai più.

Il ciclista provetto, che fra le altre molteplici attività era anche un convinto gommonauta e che aveva venduto automobili a tutta la città meno che agli amici, non era di questo parere ed ebbe un giorno la sconsiderata idea di organizzare una di queste rimpatriate. Contattò così i vecchi compagni di gioventù con la decenza di farlo a voce e non  utilizzare Facebook o il computer, anche perché con questi strumenti, non appartenendo alla categoria dei veicoli, non aveva gran dimestichezza.

Ai più parve  una forzatura, una rottura di maroni, un patetico tentativo di tornare indietro, ma lui insisté cocciutamente, l’ostinazione era uno dei suoi pregevoli difetti, finché tutti accettarono di rivedersi attorno a un tavolo di trattoria nel Mugello.

Si chiamava Antica Osteria di Montecarelli.

L’incontro fu cordiale “ma come stai ? ma la famiglia com’è ? e i figli che fanno ? e la pensione ? e la salute ? e via e via con l’ova …” , e intanto  addentavano crostini neri e tagliatelle al sugo, bevevano bicchieri di vino rosso e assaggiavano carne arrosto sotto al pergolato dell’osteria. Ma non erano venuti fin qui per ragionare delle mogli e dei figli, erano qui per loro stessi.

Un poco di imbarazzo all’inizio, poi, con prudenza, le reticenze lentamente si scioglievano, le perplessità venivano superate e ci si lasciò andare passando olre il riserbo. Certo, erano tutti invecchiati, ma conservavano ancora la scintilla che li aveva accomunati  tanti anni prima. Assaporarono il piacere di riconoscere i vecchi tic e le vecchie ossessioni e la voglia di sorridere immutata. e per tutti fu come ritrovare un  po’ di se stessi, vecchi compagni cresciuti col mito di Berlinguer che non rimuovono il passato, anche quello sbagliato.

Fu una giornata inaspettatamente piacevole al punto che da allora divenne una consuetudine ritrovarsi una volta l’anno, poi due volte l’anno e infine ogni volta che qualcuno ne avesse avuto voglia.

Questa fu la genesi, e in questo caso la rimpatriata riuscì alla grande e il ciclista provetto da allora in poi poté raccontare orgogliosamente questa cosa alla nipote:

“Lo sapevi che il nonno una volta chiamò a raccolta i vecchi amici di gioventù e si fece una gran festa ? te lo avevo mai raccontato ?”

“E basta nonno !  me l’avrai  detto cento volte ! prendi le pasticche piuttosto sennò rimbambisci del tutto. su, apri la bocca !”

continua……

Tre umarell…

Tre umarell andarono a Santiago e tre umarell se ne stettero a casa: il primo disse che aveva male ai piedi e non poteva camminare, ma solo andare in bicicletta per fare sui 140 chilometri al giorno. Il secondo ebbe un infarto asintomatico mentre tentava di scalare una montagna non innevata e fu portato in elicottero all’ospedale dove gli dissero: “Signore mio, questi son  segnali ! Stia attento a non  fare sforzi e soprattutto non si strapazzi”, e questa fu senza dubbio la scusa migliore,  il terzo, che era l’unico biondo, non aveva ferie in quel periodo sebbene fosse in pensione da otto anni.

Ma andiamo con ordine.

Anni 70: c’era un bel gruppetto di ragazzi sfigati allevati nella casa del popolo che  si frequentavano e si divertivano con leggerezza, ma ogni tanto sapevano essere anche seri.

Avevano vent’anni, vivevano insieme la giovinezza, le lotte “si-fa-per-dire” di classe e i primi amori quando a un certo punto, come sempre accade, scomparvero i brufoli e scoppiò  la maturità e con essa una infinita sequenza  di  novità serie e inopportune come  fidanzate che poi si trasformavano in mogli che poi si trasformavano in madri, relative famiglie che crescevano, pensieri, case da comprare, mutui  e conseguente necessità di lavorare a testa bassa senza tanti grilli per il capo..

Sommersi da quella valanga di responsabilità accadde così che senza neppure accorgersene si persero, allontanati per strade e frequentazioni distanti l’una dall’altra.

Passarono nell’oblio quaranta anni (quaranta !) e qualcuno dei ragazzi non ce la fece: Sandro, Roberto, Marco, Piero che con la casa del popolo  non c’entrava niente. E’ vero che si erano allontanati ma le notizie correvano comunque e ogni volta che uno di loro moriva qualcosa veniva perduto per sempre da tutti gli altri.

Di qualcun altro si persero le tracce definitivamente per scelta o incuria e alla fine ne rimasero soltanto sei.

Alla soglia dei settanta e digerita l’eccitante novità della pensione, sembrò che tutta una vita di lavoro fosse appartenuta a qualcun altro e si ritrovarono senza accorgersene nella categoria degli umarell,  di coloro che non hanno un cazzo di nulla da fare, mentre nel frattempo le mogli, com’è giusto, continuavano a lavorare.

Giornate lunghe che riempivano con le attività più svariate:  qualcuno faceva  consulenze per arrotondare, un’altro tirò fuori dal garage  la bicicletta, uno si mise a ballare il liscio, uno si dedicò anima e corpo a metter su una seconda famiglia, chi faceva le scalate e chi suonava il pianoforte, chi girava in moto, chi faceva il bolognese a tempo pieno e chi ancora vendeva automobili per prendere il caffè coi clienti.

Erano quelli che avevano sperato in un futuro migliore e involontariamente contribuito a farne uno peggiore,  un po’ viziati, un po’ mammoni, col pensiero dominante della ragazza e col lavoro a tempo indeterminato. Era la generazione nata e cresciuta dopo la guerra senza averne vissuto i dolori e troppo giovane per aver goduto della rinascita economica, incapaci di stare dietro ai tempi frenetici e alle ristrutturazioni, ai cambiamenti sempre più rapidi, ai tagli del personale e ai ritmi moderni, in difficoltà coi cellulari e nemici giurati dei social.

Tutti smisero prima o dopo di andare a donne, tutti prima o dopo si pentirono di aver votato Renzi e tutti a un certo punto della vecchiaia covavano la nostalgia dell’atmosfera della casa del popolo, alla ricerca di qualcuno simile a loro, come  a chiudere un cerchio per troppo tempo rimasto aperto.

continua …….