La crociera

Mi trovavo a bordo di una nave da carico in rotta per l’oriente alla ricerca di nuove danze etniche quando fui improvvisamente colpito da una violenta febbre del sabato sera con induzione alle emorroidi.

Appena la cosa fu nota venni posto in quarantena dal medico di bordo che mi sbarcò con la forza su una sperduta isola delle Cicladi per timore di epidemie  a bordo dove l’equipaggio, composto di soli uomini allupati, avrebbe potuto creare disordini e ammutinamenti.

Dovetti così far sosta per un lungo periodo in una minuscola e verde isola del mare Egeo, ospite dei caritatevoli monaci ortodossi del convento di sant’Ermenegildo Zegna.

Caddi quindi preda di una fase di prostrazione fisica e morale; mi assentavo per lunghe ore dalle cure per girovagare sulle bianche spiagge dell’isola alla vana ricerca di consolazione.

Fu nel corso di uno di questi pomeriggi di profonda malinconia che mi imbattei in una bottiglia di colore verde scuro che galleggiava a breve distanza da riva, sospinta dalle dolci maree.

La curiosità in me innata mi indusse a inoltrarmi fra i flutti alla conquista dell’oggetto. Con mia grande sorpresa notai che essa era sigillata da un bel tappo di sughero. Sull’etichetta ancora parzialmente leggibile era scritto “Ferrochina Bisleri – il beverone che fa benone” una bevanda estranea alle mie pur ampie conoscenze enologiche e gastroenteriche.

La portai quindi con me alla casa dove venivo amorevolmente accudito e con molta cura provvidi ad estrarre il tappo. Dentro vi era un manoscritto recante alcune pagine di scrittura fitta e minuta, faticosamente decifrabile.

Il desiderio di saperne di più mi assalì e, seppure fossi ancora in preda alla malattia, mi misi a stendere con bramosia i fogli su un tavolaccio del convento ed a leggere avidamente.

Trattavasi della cronaca di un viaggio svolto da una congrega di adepti di una setta denominata “figli di Focus” non saprei dire in quale epoca né a quale scopo, ma sicuramente nelle stesse acque che stavano ospitando le mie stanche membra.

Il contenuto era sorprendente per motivazioni e ed accadimenti e mi affascinò oltre luogo tanto da risollevarmi lo spirito e rendere meno aspro il frizzore al deretano.

Adesso che sono finalmente tornato alla mia abituale vita di bagordi sento di  doverlo raccontare non esimendomi dal precisare che non so se si tratti di storia reale o di avventura fantasticata dall’anonimo narratore.

Lascio a voi, miei lettori occasionali, il giudizio e la curiosità di scoprire se le cronache ivi raccontate possano o meno rispondere a verità.


domenica

La nave è enorme e ci accoglie nel grembo materno come la balena di Pinocchio, dentro c’è di tutto e noi andiamo in esplorazione morbosamente curiosi.

Ci sono grandi saloni e piccole piste da ballo, poltrone e divani a perdita d’occhio, corridoi di chilometri e quindici ponti, come un grande palazzo lussuoso, e poi pianoforti e orchestrine, camerieri e bar, salottini e palestre.

Ad ogni angolo ci si imbatte in un distributore automatico di igienizzante per le mani, chiunque transiti non può fare a meno di porre il palmo sotto il getto e disinfettarsi, il livello di pulizia delle mani dei passeggeri è altissimo, su  quello del resto del corpo non scommetterei.

La colazione ha una certa regolarità di orari e alle dieci è terminata per tutti, la cena si effettua in due turni a causa del sovraffollamento, inizia alle diciannove e termina alle ventitre, tutto i resto del giorno è ora di pranzo.

Il pranzo è rappresentato da un ricco buffet, si ha la sensazione che più si caccia dentro il vassoio più si guadagna, tant’è che si notano passeggeri con chili di cibarie mescolate nel piatto che poi verranno regolarmente lasciate d’avanzo e buttate via.

Vedere i nostri bravi camerieri che ogni giorno gettano con rassegnazione quintali di cibo nei rifiuti e magari pensano ai familiari rimasti in Bangladesh o a Sumatra fa riflettere, o meglio, dovrebbe far riflettere.

Le cabine si dividono in vere camere, con tanto di splendido balcone affacciato sul mediterraneo, e loculi interni. Ad alcuni di noi è toccato uno di questi, anche a Concetta che soffre di claustrofobia e ogni volta che entra in camera le sembra di fare una risonanza magnetica.

il direttore di crociera mister Patrick si esprime in uno strano idioma rotondo: conosce perfettamente cinque lingue ma finisce che le mescola suo malgrado, le biascica e le mastica restituendo un italiano che sa di francese e spagnolo, un tedesco che sa di inglese e francese, uno spagnolo che sembra italiano e inglese e così via, con digressioni in turco e yiddish. Nessuno capisce niente nella propria lingua ma sommando le cinque versioni si intende il significato di ciò che vuol dire.

“I noxtri artosti ascpettan une gronde opplouso !” è la sua frase preferita.

Si veste elegantemente con sacchi di vario colore a quattro bottoni ed è grasso come un porcello (porc in francese, cerdo in spagnolo, pig in inglese, schwein in tedesco, χοίρος in greco, כאַזער in Yiddish  e via e via).

Gli spettacoli sono splendidi, ci si chiede dove vivano tutto il giorno gli artisti e specialmente le ballerine che sono piuttosto discrete, e quel topone della cantante,  che vivano sottocoperta ? o piuttosto sotto-le-coperte ?

Le vasche idromassaggio presuppongono un livello di conoscenza accettabile tra gli ospiti visto che è teoricamente possibile scaricarvi qualunque residuo corporale senza che nessuno se ne accorga. Di fatto il colore dell’acqua a fine giornata tende al beige scuro. C’è gente che trascorre l’intero pomeriggio nella vasca, manca solo che ci porti il vassoio con la merenda e getti dentro briciole di pane e schizzi di mostarda.

Gli asciugamani per i lettini e le piscine vengono forniti gratuitamente, sono di colore blu per la nave e arancio per le escursioni. C’è chi ne prende cinque per volta, tanto sono gratis, c’è solo il problema della riconsegna serale che è un poco scocciante.

Le piscine sono carine, hanno una densità di frequentazione di quattordici ragazzetti urlanti al metro quadro con tanto di tuffi, che sarebbero vietati, e grassi genitori stravaccati al bordo.

La zona circostante le piscine è off limits: è piena di cartelli di “fare attenzione”, ma la gente continua a scivolare e a battere crepenti a tutte le ore del giorno, l’infermeria lavora essenzialmente per loro.

Il personale di bordo è di tutte le razze, con unico elemento comune l’appartenenza a paesi del terzo mondo dimenticati dal benessere.

Sono tutti giovani, disponibili e bravi, e soprattutto indifesi, per questo sono talvolta oggetto della protervia maleducazione dei buzzurri presenti in buon numero che credono di aver acquistato,  assieme al biglietto a prezzo scontato, anche dei servi da maltrattare. La presenza costante di questi figuri loschi e abietti è uno dei lati negativi del viaggio, un vero peccato non poterli gettare ai pesci.

Un altro aspetto negativo è rappresentato dalle interminabili code: code a colazione ed al buffet, code per trovare posto nei saloni, code per le uscite ed i rientri a bordo, il naviglio è sovraffollato e con una alta percentuale di maleducati.

Magic moment  di oggi l’uscita dal canale della Giudecca a Venezia la sera, a bocca aperta per la delicatezza ed il colore dei palazzi, la navigazione non potrebbe iniziare meglio.

lunedì

La nostra rotta ci conduce a Bari ridente città nota per i tre Nicola: la chiesa di San Nicola, lo stadio di San Nicola e il cantante bruttino degli anni sessanta Nicola, detto appunto Nicola di Bari. Pare che per decreto prefettizio a Bari tutti i maschi, almeno una volta nella vita, si debbano chiamare Nicola.

Bari è famosa anche per Cassano e le cassanate  e sopratutto per essere il terrore dei viaggiatori. Pare infatti che appena messo piede dentro le mura i turisti foresti vengano depredati dei loro averi e motteggiati con minacciosi proverbi locali del tipo:

“Na parola mangande e retirde a ccaste” (Una parola in meno e ritirati a casa tua), oppure  “Le mazzate sò ssèmbe o cane mazze” (Le mazzate vanno sempre al cane bastonato) o anche “Nan tande a trà la zoche, se no se spèzze” (Non tirare troppo la fune, altrimenti si spezza). 

Così la maggior parte della nostra ciurma terrorizzata ha pensato bene di non mettere piede a terra (pied-a-terre in francese) e di trascorrere una anonima ma protettiva giornata a mollo nella vasca idromassaggio del ponte tredici, anche per rifarsi della stanchezza del giorno precedente, perché è cosa risaputa che attività stancanti come la crociera non ce ne sono.

Coloro che hanno sfidato la sorte sono stati premiati: hanno girato la città con poca spesa e notevole soddisfazione, tutti quanti hanno visto la famosa basilica di San Nicola di Bari e hanno anche preso un caffettino senza essere picchiati selvaggiamente.

Non so se sono stati loro a portarseli dietro, ma so che a sera quando siamo salpati la nave era piena di baresi e napoletani, corredati di numerosa prole, che al mattino non c’erano e che hanno preso possesso di tutto ciò che di libero esisteva: poltrone, sdraio, frutta e soprattutto i divanetti del Tucano, il nostro localino preferito.

I meridionali si sono impadroniti del piroscafo.

Non ci sono stati incidenti o feriti; Federica e Salvatore sono impegnati in una sorta di staffetta di mal di testa a coppia. Lo tengono sei ore per uno, quando passa a lei inizia  lui e così via; quando uno ce l’ha si chiude in cabina  e riemerge lo stretto lasso di tempo necessario per passarlo all’altro. Stanno tentando di battere il record dei tre giorni consecutivi.

Si sono avuti i primi giuochini  degli animatori ufficiali del bastimento  i quali sono subito entrati in sintonia con i nostri animatori interni Proto, Massimo e Valdo.

Tre volte al giorno, mattina pomeriggio e sera si scambiano opinioni e argute battute e anche qualche spintarella o scappellotto.

Nel corso di uno di questi simposi colloco il magic moment del giorno: si è bandita una gara di destrezza col lancio del hula hoop alla quale hanno partecipato praticamente tutti i passeggeri e le maestranze fallendo miseramente il bersaglio: a un certo punto Carlo, con una dose di sicumera perfino superiore al suo abituale standard, si è alzato con flemma dalla poltrona e ha tentato facendo centro al primo colpo fra lo sbigottimento generale. Da standing ovation.

Inevitabile la battuta “La classe non è acqua!”.

A notte fonda c’era ancora qualcuno al vento del ponte tredici che tentava di emularlo.

martedì

Finalmente è stato rintracciato Loriano che si era eclissato all’imbarco ed era stato cercato per giorni da una Gianna leggermente turbata: la si vedeva a più riprese, ogni volta abbigliata in tuniche di diverso formato e colore e calzari dal tacco ripido, in vari angoli, in coperta e in sottocoperta, in plancia e in sottoplancia, con aria enigmatica, sempre alla caccia della figlia o del marito, una vera cacciatrice come la divina Artemide (in greco Ἄρτεμις, Ἀρτέμιδος), figlia di Zeus e di Leto, sorella gemella di Apollo, e moglie di Loriano aggiungo io, che fu una tra le più venerate divinità dell’Olimpo e i cui simboli sacri erano il cervo e il cipresso, particolare del quale a noi non frega niente.

Si sé così scoperto che il disperso non era tale, ma si era dedicato anima e corpo alla esplorazione minuziosa del natante: da questo momento Loriano è la persona con maggiori conoscenze logistiche della nave e potrebbe fare da guida allo stesso comandante.

La nostra rotta ci conduce a Kalakolon un piccolo porto sulle coste occidentali del Peloponneso che è anche la porta di Olimpia, località pastorale prescelta direttamente dal re degli dei e luogo di culto mitologico più importante della Grecia tradizionale, una meta immancabile alla quale peraltro hanno rinunciato volentieri tutti, o quasi tutti.

Primo tentativo di sbarco di massa della comitiva con conseguenti assemblee interminabili su itinerari, prezzi, mezzi da utilizzare e finalità del viaggio, con  mozioni contrastanti  sulle attività da svolgere:  bagni di mare, acquisto di ricordini, pranzi tipici o puro bighellonaggio.

Alla fine la maggior parte è andata al mare con vari mezzi di fortuna.

Narra la ridente Silvia  che la spiaggia fosse munita di ombrelloni e sdraio gratuiti, cosa inconcepibile per la nostra società avanzata, e che venissero fornite leccornie indigene in abbondanza accompagnate da fresca acqua di fonte alla modica cifra di tre euro a piatto, cosa ancor più incredibile se non fosse stata riportata da persona di tanta grazia e gentil portamento.

Uno sparuto manipolo composto da Vinicio Mariagrazia Monica e Gianfranco ha avuto la pensata di prendere un pulman locale per Olimpia, distante oltre trenta chilometri greci, che sono notoriamente più lunghi e meno rettilinei di quelli francesi o germanici.

Il tempo a disposizione non era granché e fra il viaggio e le prime dotte disquisizioni sui resti del ginnasio e del laboratorio di Frisia, con tanto di foto ricordo e commenti vari, si erano già  giocati un’oretta, così il poco tempo rimanente si è trasformato in una sorta di omaggio commemorativo al luogo attraverso una esaltante corsa ad ostacoli fra i ruderi del Leonidaion, il tempo di Zeus ed il museo, è stato scelto quello sbagliato ma più vicino perché quello giusto era troppo lontano.

Il museo è stato visitato, invero con una certa superficialità,  nel tempo record di due minuti e trenta secondi, compresa un breve escursione ai bagni pubblici e poi a perdifiato verso il pulman per il rientro sotto il sole cocente.

Una esperienza gratificante.

La sera cena di gala. Le donne sono tabogate alla morte: lunghi abiti e tacchi alti, scialle, labbra rosse e mascara, con l’opportunità di conquistare tutti i passeggeri e l’equipaggio con uno sguardo malizioso ed un movimento di fianchi.

Gli uomini finalmente in giacca emersa dal fondo degli armadi, per una volta via magliette, calzoncini e orribili sandali, sarà pure vero che l’abito non fa il monaco, ma tutti si sentivano un poco più amabili e gentili, beh quasi tutti.

Questa impegnativa giornata ci ha riservato anche l’elezione di mister  musica, allegra manifestazione alla quale ha naturalmente preso parte Proto, era inevitabile, che si è ben comportato anche nel delicato momento della esibizione della mutanda nera.

E’ risultato vincitore un imbattibile tamarro che oltre alla mutanda ascellare ha esibito anche una canotta della salute e una notevole peluria senile, un essere repellente che  si è dato pure un sacco d’arie. Proto ne è invece uscito con dignità.

Il magic moment del giorno: un lento fox trot sulla pista del Tucano, soli io e  la mia dama. Fantasticavo di trovarmi su un set al centro del mondo, l’ombelico fatato della nave, una sensazione che è durata il tempo del pezzo morbidamente eseguito dall’Elegance Quartet.

mercoledì

Approdo a Santorini, terra di vulcani sottomarini. Un gruppo decide di salire al paese di Fira (Φηρά) in cima al costone di roccia a dorso di mulo, un altro con la funivia. Molto più carina la prima opzione che pure produce qualche scuotimento delle parti basse mascoline con conseguenti disturbi urinari.

Ci aggiriamo negli stretti vicoli tra il bianco ed il blu in attesa degli altri che salgono in funicolare e ci gustiamo gli scorci da cartolina prima dell’afflusso dei naviganti delle numerose navi all’attracco.

Una volta ricostituita la comitiva  solita assemblea condominiale per decidere cosa fare nelle due ore rimanenti, alla fine ognuno si è mosso a casaccio per proprio conto arraffando la prima opzione disponibile. Sei audaci hanno noleggiato, a prezzi spropositati tre squassatissimi quad,  quadricicli fuoristrada di derivazione motociclistica concettualmente derivati dagli ATV prodotti negli anni sessanta, detti anche muli meccanici.

Uno è stato immediatamente tolto di mano a Gianfranco dal  noleggiatore per evitare rischi a danno di cose e persone locali, sostituito con un più maneggevole ed altrettanto scassato motorino. Massimo  ha sdegnosamente rifiutato il casco a noleggio per timore dei pidocchi e per non rovinare l’increspatura bionda.

E’ stata una bella gita: faticosa uscita dal parcheggio, ricerca del distributore, metti soldi di benzina con invettive conseguenti, ripartenza alla ricerca della strada per Oia rintracciamento della strada per Oia, dietrofront e ritorno alla base visto che era già passata un’ora. Non mi sono sembrati molto disinvolti neppure Vinicio e Massimo nella guida di questi quad da battaglia, ma è stato divertente.

Qualcuno di noi ha fatto ritorno a piedi lungo la mulattiera: bell’itinerario ripido spalmato di sdrucciolevole merda di ciuco, necessaria la massima attenzione onde evitare frittate.

A sera finalmente a Mikonos

Non sappiamo perché Mikonos negli anni si sia costruita questa fama di isola licenziosa e rifugio degli omosessuali di mezzo mondo, sta di fatto che da quando dal mare abbiamo avvistato le candide case l’unico argomento di discussione è stato quanto avremmo dovuto stare attenti alle avances dei pederasti indigeni.

Si sono quindi intrecciati lazzi e frizzi, battute e mimiche nelle quali si sono distinti Loriano, Paolo e Stefano, con mani a protezione delle terga e improvvisi piegamenti dimostrativi a novanta gradi .

Ad ogni maschio che incontravano lungo il cammino veniva fatta una radiografia per percepirne le tendenze, non  parliamo poi di coloro manifestamente e orgogliosamente gay intorno ai quali si creavano capannelli ammiccanti di turisti curiosi a scattar foto ricordo.

La principale attrazione dell’isola ci è sembrato un grande pellicano accudito da un tizio che abbiamo bollato subito e senza alcun motivo per finocchio.

Il paesino e fichissimo strapieno di localini, bottegucce, angoletti bui e gioventù.

Si narra infatti che sia meta prediletta di chi vuol trasgredire in quantità di accoppiamenti di ogni genere  e natura in piena libertà, vale sia per uomini che donne, animali e suppellettili varie.

Il magic moment odierno è una riflessione amara e malinconica di fronte al bel lungomare, allo scorcio dei mulini e alla musica che fuoriesce dai locali strapieni di varia umanità: sono nato troppo presto, ai miei tempi altro che Mikonos, ci si accontentava di giocare a tappini. Beata gioventù !

giovedì

Giornata ricca di avvenimenti a bordo

La nostra peregrinazione ci conduce al centro della regione Attica nella prefettura della mitica città di Atene dove, dopo una notte di navigazione tranquilla,  siamo sbarcati alle prime ore del mattino.

Stefano e Silvana non hanno messo la sveglia e non si sono presentati all’appuntamento fissato per lo sbarco: li abbiamo chiamati per misericordia e solo  dopo aver messo ai voti la decisione, siamo o non siamo nel regno della nascita della democrazia? In dieci minuti si sono svegliati, hanno indossati calzari e vesti appropriate alla canicola e ci hanno raggiunto. Stefano con grande sconforto ha rinunciato alla colazione e questo credo che non ce lo perdonerà mai, del resto avrebbe preferito mille volte perdere il Partenone che l’ovetto sodo.

Le guide per l’Acropoli  sono state Carlo e Claudio con l’ausilio della stagista Cristina che fa tutto questo come volontariato: sono stati perfetti. Sono riusciti nell’impresa di mantenere compatto un gruppo di ben ventitre sciagurati senza perderne neppure un pezzo. Uniti e coesi siamo saliti fino al Partenone  assieme a un paio di milioni di turisti incolonnati scesi da una flotta di navi da crociera da far invidia alla spedizione di Troia. Ci siamo pestati abbondantemente i calcagni sospinti dalla ressa e da una leggera brezza che ha evitato insolazioni e rincoglionimenti.

Abbiamo potuto ammirare la sommità dei templi che era l’unico punto non occultato dall’orda di turisti totalmente disinteressati. Sono però state scattate un milioneequattrocentomila fotografie a casaccio con vari gruppi misti: mogli con gambe di passaggio di altra gente, teste di turisti spagnoli che sbucano tra le spalle del cognato e così via. Un bel ricordo per quando torneremo a casa.

I  commenti sull’Acropoli sono stati i più vari e profondi  “.. ma chi me l’ha fatto fare ?” “L’ha  indovinata chi è rimasto a bordo” “Ma qui è tutto rotto!” “A che ora si mangia?” “E’meglio il colosseo”” ma che bella visuale” “Amore, attento a non farti male” “Quello laggiù dev’essere lo stadio del Panathinaikos” e così andando.

Bollettino di giornata

Sulla strada del ritorno Annalisa si è ingegnosamente procurata una storta alla caviglia, curata con bendaggi ed unguenti dal maniscalco di bordo per la modica cifra di cinquanta euri nautici.

Claudio è stato vittima di uno scippo del portafoglio sulla metro oppure sull’autobus, oppure al mercato della Plaka, o forse lo ha semplicemente perduto. Il fatto comunque contribuirà ad accrescere la meritata fama di ladri e borseggiatori dei pacifici abitanti del luogo.

Da rilevare che tutta la nave era ben conscia di non doversi portare appresso  valori, ebbene il nostro si era voluto distinguere portandosi  carta di credito, bancomat carta d’identità e cospicuo contante, mancava solo la tessera della Coop e la frittata sarebbe stata completa. Probabilmente era  la sola persona sbarcata in mattinata con tutto quel bendiddio appresso. La cosa mette in evidenza  l’arcinota astuzia degli ateniesi  che evidentemente sono dei fenomeni, infatti qualsiasi altro avessero scippato non avrebbero cavato quasi niente.

Fortunatamente Claudio è un gentleman e l’ha presa bene. Allegria.

Al rientro a bordo Raffaele ha preso la bronchitella abituale nel passaggio tra la doccia e il self service al piano tredici, cento gradi fahrenheit di sbalzo.

Sembra un uccellino bagnato. Ce lo siamo giocato per un paio di giorni.

A chiusura di giornata Gianfranco si è sfracellato a bordo piscina saltando sugli infradito traditori: molteplici danni al costato, alla testa ed alla spalla e sopratutto ai coglioni che hanno preso a girare furiosamente.

Finalmente a cena. Serata  di gala con dolce  a sorpresa consistente in una torta gelato sammontana con al colmo un ciotolino di benzina incendiata. Flambé, si dice.

L’elezione di Miss Musica ha riservato un fuori programma di Valdo che ha impersonato una convincente versione del noto pornoattore Rocco Siffredi,  con tanto di appropriata camicia nera lucida. Come sempre Valdo ha contagiato il folto pubblico con la sua simpatia e mimica, ha perfino accennato la mossettina di bacino che lo ha reso famoso su tutte le navi da crociera del Mediterraneo.

Dopo l’elezione della miss, ovviamente ha vinto la partner di Valdo, Stefano e Silvana hanno improvvisato una spettacolare sceneggiata napoletana di litigio coniugale con soggetto libero dal titolo “Ti avevo detto che aspettavo in discoteca e tu mi ti fermi al Cristal, cazzo!”  Splendida anche l’interpretazione di Concetta che pure in un ruolo minore ha recitato la parte con grande impegno. Per alcuni minuti le grida dei tre hanno sopraffatto l’orchestrina Blue Sound Band.

Visti i numerosi infortunati di giornata a un certo punto Proto si è trovato a ballare un mambo con sei ballerine sei, tre ad ogni lato e tutte sincronizzate.  E’ stato un ulteriore momento memorabile.

La sera si è chiusa in discoteca, cosa poco gradita dai giovani della compagnia che colà stanziano  a tempo pieno.

Ammirare nella notte il mare da poppa e  la lunga silenziosa candida scia della nave con le luci de Peloponneso sul magico fondale dell’orizzonte  è stato stupendo, il magic moment di oggi.

venerdì

Oh dolce Kerkira, morbidi rilievi ammantati di verde, alte scogliere e spiagge sabbiose, patria dei Feaci, ove approdò il naufrago Ulisse, ricca di bar dai prezzi stracciati e ove approdiamo pure noialtri.

Quanto è rilassante il bagno nelle tue calme acque profonde, e quanto fresca l’ombra sotto l’unica pianticella occupata dai bianconi Valdo e Loriano.

Odo il suono allegro del buzuki e rumor di danze sarde, che non c’entrano niente, e forse non sono sarde ma di questi posti qui però ci somigliano assai.

Il bagno nel mare fresco mi ispira rime baciate e mi rigenera

dal cibo eccessivo del bastimento

di pieno gradimento

ma ricco di condimento

che mi rende corpulento.

Visitiamo le piccole stradine alla caccia di souvenir e di foto ricordo a coppie, singoli misti, incrociati e scambiati e gruppi compositi. Manca solo il febbricitante Raffaele che è rimasto a bordo per la mestizia di Paola che non si gode il passeggio e il paesaggio.

Il posto ricorda le nostre terre natie per architettura e usanze, non certo per i prezzi che sono modici. Monica cerca tendaggi e tendine, Gianna scarpe e scarpine, Enza cerca di non perder Proto a sua volta perso dietro a curiose femmine obese.

Dopo la refrigerante abluzione si rientra sul naviglio stanchi e contenti, pronti al notevole sforzo della cena perché dovete sapere che anche il mangiare così di frequente spossa le membra di noi viaggiatori.

Quindi la combriccola si espande dappertutto come chiazza d’olio: c’è qualcuno di  noi in ogni recondito angolo del piroscafo, e questo è un bene per l’armatore perché rechiamo l’armonia e la felicità del culto di Focus e facciamo proseliti un po’ dappertutto.

Enza e Gabriella si appartano misteriosamente complici, stanno  cercando un posticino sul ponte dove fumare in pace senza che qualcuno le rimbrotti.

Sulla pista a mezzaluna del Cristal  si esibiscono in un delicato paso doble i fieri Paola e Proto inventori, per la goduria degli occhi e delle orecchie, del famoso passo della lambretta, con tanto di messa in moto e smanettamento di gas

Sul ponte, Franca accenna passi di danza con tutti gli animatori contemporaneamente: è la nostra musa ispiratrice e sacerdotessa, ma in questa spedizione non è al massimo del vigore fisico, attorniata dalla premurosa Patrizia e dal consorte è comunque il baricentro della nave e delle nostre attenzioni.

Paolo e Massimo stanno proseguendo il censimento che dall’inizio del viaggio compiono sulle femmine imbarcate classificandole per età, peso e girovita, mentre le rispettive consorti Cosetta e Patrizia, a loro volta, monitorano con discrezione, scuotendo il capo, che i due non allunghino troppo il passo o le mani.

Vinicio e Mariagrazia come incrociano un foxtrot e uno spazio libero si mettono a ballare seri seri, possibilmente da soli, Stefano  è un po’ fuori dal suo mondo, ritrova se stesso solo in sala da pranzo, nel tempo rimanente  girovaga tra discoteca Q32, Crystal e Tucano senza sapere cosa scegliere e intanto Silvana, che nel frattempo si è infortunata ai piedi scuotendoli con troppa energia nell’acqua della piscina, non lo segue più, non ballano mai assieme, e questa è una notizia .

Concetta e Pasquale si aggirano perplessi  tra i piani e i corridoi per ritrovare la cabina.

Sauro e Silvia sono inseparabili, galleggiano a un metro dal suolo felici e contenti che è un piacere, Annalisa cerca in giro spunti per aggregarsi a balli di gruppo, a giochi di gruppo, a bischerate di gruppo mentre Carlo, sornione, accenna qualche passetto distaccato e si risiede comodamente ad osservare, dividendo l’attenzione tra i compagni di viaggio, il giornale e il cellulare.

Sabatino non rinuncia alle battute ed al jive che esibisce senza risparmio su qualsiasi ritmo, Gabriella ciarla a destra e a manca mentre Valdo è in compagnia degli animatori o dei camerieri o di altri passeggeri o di qualcun altro, ma sempre in compagnia sta.

Salvatore e Federica stanno bene in salute contemporaneamente e ne siamo felici, Gianfranco invece è acciaccato e Monica cerca di prendere la linea al telefono con  qualcuno di casa.

Come sempre, ogni volta che ballano, Massimo e Patrizia discutono se la guida debba essere decisa o flessibile, se il passo a destra o sinistra, se le braccia incrociate o distese, si lasciano e si riprendono, si rilasciano e vien loro da sorridere, non si prendono sul serio.

Raffaele è riemerso dal letto col golfino di lana e si aggira per i fatti suoi, Claudio filma anche la sciacquatura dei bicchieri del bar e il rullare della batteria mentre Cristina vorrebbe scendere in pista, ma è pure contenta che lui registri tutto a futura memoria.

A fine giornata viene stilato il bollettino medico:

due feriti leggeri da contusioni in condizioni stabili dal giorno precedente, un ammalato di bronchite in via di guarigione, una doppia storta alle caviglie di giornata, alcuni mal di testa risolti positivamente. Concetta ha ritrovato la cabina  e può andare a nanna.

Il momento magico oggi è questa consapevolezza che assaporo di poter girovagare a casaccio in questo enorme contenitore, fra migliaia di persone, come in un  formicaio immenso e non sentirmi solo, in ogni luogo incontro un amico e mi sento fortunato per questo.

sabato

Sbarco nella splendida città slava di Dubrovnik, o Ragusa, raggiunta dopo una lunga e faticosa camminata.

Luogo affascinante offuscato dalle migliaia di visitatori, perennemente incolonnati tipo stadio nel giorno del derby, tra piedi, scarpe e gambe di  varie nazionalità e lingua si è perfino  intravisto il pavimento marmoreo dello Stradun la strada principale che collega le due porte principali. Ci siamo perduti e ritrovati con tutti gli altri una mezza dozzina di volte, ci hanno pure costretto a cambiare i  nostri pregiatissimi denari in una valuta inutile come le kune che abbiamo utilizzato per comprare biglietti del tram e ricordini indigeni made in china, e buttando ai pesci il resto.

La visita ci ha fatto scoprire alcuni aspetti sociali interessanti:

  • questo popolo non fa salire sull’autobus se non si è in possesso di regolare biglietto,
  • alcuni rappresentanti di questa terra non sono molto cortesi con gli stranieri come noi
  • sull’autobus Concetta ha preso una accanita  discussione con una spagnola con tema “vai indietro che c’ero prima io” che ci fa capire quanto i rapporti siano tesi anche all’interno della Comunità Europea

Pasquale si è mostrato molto combattivo e, ovviamente, solidale con Concetta soprattutto sul fatto che gli stranieri, specie se slavi, specie se croati, ma anche spagnoli, ma anche tutti, dovrebbero starsene a casa loro e non venire da noi a spaccare i marroni e non pagare il biglietto del tram.

Si sono avuti numerosi interventi concitati e poco costruttivi da quali si trae la conclusione che sarebbe bene che ognuno facesse i fatti suoi e specialmente non invadesse Casalguidi.

Più tardi, tornati a bordo, Concetta e Pasquale si sono calmati.

Magic moment odierno al tardo pomeriggio:  un sodalizio di trenta persone legate dalla pratica devozionale della danza che decidono di fare a meno dell’animazione di bordo ed organizzano autonomamente giochi fanciulleschi sul ponte tredici attirando bambini gioiosi e commenti benevoli dei grandi, e, soprattutto, divertendosi un sacco.

Adoro la levità senile che anima i miei compagni di viaggio, mi fa sentire vicino a loro ed alla mia perduta giovinezza, mi ispira un sospiro.

Mare mosso

Da questo pomeriggio il mare si è agitato, stasera a cena i tavolini erano inclinati e il brodo disteso a quarantacinque gradi dentro la scodella faceva uno strano effetto. I ponti esterni sono stati chiusi col lucchetto (in inglese look-at). Silvia si è avvicinata sorridendo e dondolando, qualcosa era inclinato paurosamente, o lei o il pavimento.

Paola prima ha mangiato abbondantemente poi è sparita nella stiva a distendersi per non fare i maialini sui tappeti blu.

Qualche audace ha tentato dei passi di ballo liscio al Crystal Lounge, ho notato Vinicio e Maria Grazia e Salvatore e Federica che barcollavano, sembrava di esser sul Tit….. , ma non lo voglio nemmeno nominare.

Il piano bar funziona anche adesso,  al Tucano c’è uno spettacolino con la gente che si aggrappa alle poltrone per non cadere, il vento soffia forte e piove, non c’è nessuno che passeggia per non sbandare e battere boccate sulla moquette. Il personale di bordo chiude gli stand dei ricordini e ripone tutto in bauli verdi.

Ho deciso di prendere le pagine del diario di bordo di questi ultimi sette giorni e chiuderle nella bottiglia di Ferrochina Bisleri comprata al Vitamin Bar per soli tremila euro pagabili in comode rate mensili che mi sono testé scolato per farmi coraggio, sto facendo debiti, tanto a questo punto chissenefrega.

Adesso chiuderò la bottiglia con un bel tappo e la getterò fuori dalla nave.

Qualora dovesse accadere l’irreparabile il mondo un giorno saprà come i figli di Focus hanno vissuto questi giorni di navigazione: tutti insieme, appassionatamente.

La posta del cuore: Pina incerta e dubbiosa

Caro signor Ivano della posta del cuore

Mi rivolgo a lei perché so che è un uomo di mondo mentre io sono solo una povera ragazza incerta e dubbiosa.

Sono disperata perché mi hanno detto che ricomincia il campionato di calcio !

Ho un uomo che non mi porta mai a ballare e se ne sta tutte le sere in ciabatte a guardare le partite della Fiorentina e il processo di Biscardi sgranocchiando pistacchi.

Il sabato sera dopo la partita mi porta a cantare il karaoke in localacci  dove non si balla e mi tocca stare a sentire lui e una manica di citrulli che sbraitano nel microfono gli ultimi successi degli Alunni del sole  che, fra l’altro,  non sopporto più.

Un tempo non era così: quando mi doveva conquistare prometteva mari monti e sale da ballo, poi, una volta che mi ha soggiogata, ha mostrato la sua vera natura di maschilista che detesta i balli caraibici.

Io sono una grande appassionata di salsa e merengue e modestamente sarei anche piuttosto portata, ma devo esercitarmi da sola davanti allo specchio e sono due anni che non imparo passi nuovi.

Sono esasperata, sono tentata di mettere un annuncio sulla Pulce offrendomi come ballerina, ma ho molta paura che qualcuno fraintenda e con la scusa del ballo mi proponga altre cose che non voglio neanche nominare. Sa com’è, di questi tempi……

Mi consigli lei che ne ha fatte di cotte e di crude, che devo fare per uscire da questa ambasce ?

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 Mia dolce incerta

La tua storia mi rimanda ad un po’ di anni addietro quando anche io canticchiavo le canzoni degli Alunni del sole: era un estate rovente che trascorsi in Versilia come aiuto bagnino e nel mese di giugno, notoriamente molto indicato per la salute dei pargoli, mi ripassavo le mamme villeggianti dal lunedì al giovedì sera, prima che arrivassero i mariti da Firenze.

Mi ricordo che al bagno Lucciola attaccavo bottone con le mammine  girando nel juke box Concerto, Ombre di luci o Jenny e la sera ce la spassavamo a tutta randa

Che stagioni epiche, e quanti gelati ho comprato ai bambinelli per tenerli buoni !

Tutto finì quando il proprietario del bagno mi fece bruscamente notare che non facevo con adeguato scrupolo il mio lavoro di bagnino e che mentre me la spassavo si erano fregati tre patini e un pedalò.

Ma veniamo a te.

Il tuo è un problema piuttosto comune, molte giovani donne se la devono vedere con una rivale praticamente imbattibile che personalmente non mi tange: la passione per il football. Una rivale così si combatte male perché non la puoi graffiare o prendere a ceffoni ed è anche inutile sfasciare la tivvù  perché ci sono sempre i bar sport che è ancora peggio.

Penso però che potresti fare un tentativo sollecitando i suoi istinti più belluini.

Ci vorrà un completino baby doll da ballo caraibico in colore viola con reggiseno a balconcino e tanga con giglio bianco e rosso davanti, un grande tatuaggio del  numero dieci con la scritta rui costa sulla schiena e calze a rete a maglia larga da porta di calcio. In testa farei una acconciatura a riccioli d’oro stile Antognoni ed ai piedi scarpette da calcio rosso brillante. Ultimo tocco una coccardina tricolore con la dicitura “nonsonogobbo”.

Adesso ti manca solo di agitare festosamente una bandierina gialla da calcio d’angolo e dimenare ritmicamente il posteriore con gridolini di “alè viola alè”.

A me una messinscena così farebbe sicuramente effetto, a parte il numero dieci di rui costa che non mi dice niente, e farei tutto ciò che mi chiedi..

Se il tuo lui non si smuove nemmeno così, figliuola, mettigli pure le corna perché se le merita.

Fammi sapere come è andata

Ecchec………….

Eccheccazzo lo chiamano così perché ha questo intercalare particolare che sputa fuori ogni dieci parole in un linguaggio sconnesso tipico di chi non solo non ha studiato, ma si è sempre rifiutato di imparare qualunque cosa,  il suo vero nome però è Ernesto, “come Che Guevara”  dice lui, confondendolo con un calciatore peruviano del River Plate.

Ernesto è un bruto, un animale privo di lessico e grammatica, e anche di una qualsivoglia forma di educazione, abituato a chiedere le cose direttamente senza troppi giri di parole che sia il pane al fornaio, le sigarette al tabaccaio o un giro di ballo a una damigella seduta al tavolo del Risciò, un locale da puttanieri nei pressi delle terme che frequenta la domenica sera: donne ingresso libero, uomini venti euro con bevuta e tanta robina di seconda e terza mano, si fa per dire, da guardare con bramosia ed invitare in un allacciato ballo del mattone.

Lasciamo perdere lo stile del ballo, a Ernesto della tecnica di base, dei passi e delle figure non gliene frega niente, come non è in grado di distinguere un tango da un valzer, tanto lui balla tutto allo stesso modo, afferrando subito in una stretta letale la malcapitata e spingendo avanti le cosce  “Eccheccazzo, siamo qui per rimediare non per fare mossette da finocchi “ è la sua filosofia piuttosto elementare.

Si presenta in sala agghindato col vestito della domenica, un gessato comprato all’outlet,  grigio con strisce bianche tanto larghe che pare un carcerato, scarpe a punta e camicia aperta sul collo, impomatato e profumato di colonia al pacciuli.

Si piazza su uno sgabellone del bar e ordina subito una sambuca con la mosca.

“Eccheccazzo, non c’è giro stasera mi pare “ vocia al barista che fa cenno di si con la testa, poi si mette a scrutare scientificamente metro per metro la sala in cerca di qualcuna da trascinare in pista col suo fascino da uomo delle caverne “niente fronzoli effeminati di chiacchiere e sguerguenze, eccheccazzo”.

Inquadratane una nel mirino non pone tempo in mezzo e si avvia rapido verso la sventurata,

Ernesto di modi spicci e grevi che quando si avvicinava al tavolo dove sta seduta una femmina per rinvitarla a ballare partiva sempre con un “andiamo !” accompagnato da un movimento della testa, ha avuto nel tempo centinaia di rifiuti e rispostacce fino a  convincersi a cambiare tattica e moderare i toni. Qualcuno con uno sforzo disumano gli ha spiegato un po’ di buone maniere, ora si presenta con un “permette signora” decisamente forzato e molto formale al quale però, se segue un tentennamento della dama, fa seguito un energico “allora, ti decidi o no, eccheccazzo”  che non promette niente di buono.

Qualche coraggiosa o distratta accetta l’invito, diciamo non più del due per cento di quelle a cui chiede, e si incammina verso il supplizio: appena lo sentono stringere e spingere il bacino si rendono conto  di che pasta è fatto “tu vedrai che la sentono la differenza  fra un gne gne gne di ballerino rifinito e uno sodo come me”  si illude lui,  ma ormai l’errore è stato fatto e per buona educazione non si molla il ballerino a metà ballo a meno che questi non allunghi le mani per tastare dove non è consentito.

Con Ernesto ogni tanto accade anche questo obbrobrio e di conseguenza vola qualche sberla di femmine infuriate alle quali Ernesto risponde con aria stupita “eccheccazzo vieni a fare a ballare se non ti garba pomiciare !“ che rappresenta poi la sua regola di vita sociale.

E’ evidente che Ernesto non raccatta molto, non è insomma molto popolare come cavaliere, se la cava un po’ di più con certe tardone allupate che piglierebbero volentieri anche un  maniaco  pur di passare la serata in compagnia e che abbondano al Risciò. Con una di queste, di nome Donata,  si è piano piano instaurato un rapporto fatto di maniere brusche e schiette, strofinamenti nel mezzo della pista e palpate sulle poltroncine fino a amplessi furibondi sui sedili della opel tigra di lui parcheggiata nel piazzale vuoto dell’ipermercato.

Non si può dire sia una coppia anche se a forza di esclusioni e rifiuti delle altre è rimasta praticamente la sola a dargli spago, diciamo che non ha fatto fatica a sbaragliare la concorrenza.

La Donata del resto si accontenta di poco:  dopo una vita burrascosa ed una fama di ragazza poco seria  meritatamente conquistata sul campo, si e ritrovata sola proprio nell’età di mezzo e con un fisico che la tradiva debordando in diversi punti.

Con cellulite, smagliature e dieci chili di troppo distribuiti fra seno e fianchi diventa difficile poter scegliere l’uomo per la serata, anzi diventa difficile che qualcuno ti scelga per la serata, così Ernesto le va di lusso, non è così male come sembra, basta saperlo prendere e sopportare qualche ruvidità, ma, suvvia, non siamo educande !

Perché racconto di lui ? Perché lo conosco da una vita e so che in fondo, ma proprio in fondo, è un brav’uomo, migliore di quanto appare e fa un po’ tenerezza vedere che mette quasi paura agli estranei mentre sotto sotto è un timido. Certe volte ho dovuto scusarmi con gli altri per il suo comportamento greve, altre l’ho difeso dalle malelingue e dagli scherni, un paio di volte l’ho portato via di peso prima che lo menassero.

Insomma io gli sono un pochino amico e lo sopporto, c’è di peggio nella vita, e poi sono convinto che non si può giudicare sempre  dalle apparenze, eccheccazzo !!!!

La posta del cuore: Val di Forfora

Gentile dottor Libanore, fermo posta del cuore del SAMBA

Le scrivo con il cuore in mano perché il mio è un caso disperato.

Mi sono perdutamente innamorata di un mascalzone che ho conosciuto quindici giorni fa al Pigia Pigia, un locale dove non avevo mai messo piede e dove mi ha trascinato quasi a forza la mia amica Priscilla.

Era un bel tipo vestito alla moda, magro e tirato a lucido, e con una parlantina che mi ha fatto subito innamorare. E’ stato molto carino con me, mi ha chiesta per ballare un cha cha cha, e io detto si, ma ho notato che si muoveva poco e si guardava in giro come a cercare qualcuno.

Alla fine del ballo si è allontanato ed è tornato dopo un’oretta e mi ha chiesta per un mambo, ed io ho detto si. E intanto parlava e parlava e mi raccontava di quanto fosse solo e disperato, mi ha chiesto se lo capivo veramente,  ed io ho detto si, anche se proprio tutto tutto non avevo capito.

Poi ci siamo seduti a bere e mi si è avvicinato moltissimo e intanto mi raccontava di tutti i suoi guai, poverino gliene sono successe di tutti i colori, e mi ha messo una mano sulla coscia. Io ho lasciato fare per non avvilirlo più che mai.

Poi siamo andati a ballare un lento e lui mi ha stretto e ha cercato di baciarmi ed io ci sono stata, mi faceva tanta pena. Verso l’una di notte mi ha chiesto se lo accompagnavo  a vedere le stelle e io gli ho detto si, era tanto triste, e intanto parlava e mi palpava da tutte le parti, sembrava un polpo. Siamo stati un pochino in macchina sua e si è fatto consolare per benino poi ha messo in moto e mi ha proposto di bere qualcosa da lui, ed io naturalmente ho detto si, mi sembrava che avesse proprio bisogno di sfogarsi con qualcuno.

Così siamo saliti da lui, ma era strana come casa:  un appartamentaccio tutto pieno di specchi anche al soffitto e di tende nere e rosse, credevo fosse la sede di un milan club, ma poi ha estratto da un armadio un enorme lettone ribaltabile ad acqua  e ho capito che non era un circolo di tifosi, ma oramai era troppo tardi.

Mi ha chiesto se gli davo la prova di amore per ridargli un po’ di fiducia nel mondo e, è ovvio, gli ho detto si, non potevo mica lasciarlo proprio sul più bello.

Dopo un certo tempo e alcune prove di amore ripetute mi ha riaccompagnato un po’ svogliato al Pigia Pigia e sono tornata  a casa con una strana sensazione e tanta compassione per lui.

Questo mascalzone si chiama Nunzio e mi ha dato il numero di telefono di un altro, quando l’ho chiamato domenica pomeriggio per chiedergli come stava mi ha risposto il posto di vedetta della guardia forestale della Val di Forfora ed io sono rimasta veramente male.

Sono stata da cani per tutto il giorno, il sabato dopo sono tornata al Pigia Pigia nella speranza di rivederlo e ricominciare daccapo e invece l‘ho visto che ballava tutto appiccicato con la mia amica Priscilla, che dico ballava, pomiciavano piuttosto.

E’ stato un colpo veramente forte. Non voglio più vedere neanche lei

Cosa devo fare signor Libanore ? Come posso fare per riconquistarlo ?

Aspetto una sua risposta con tanta speranza

Trentenne disperata

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Mia dolce trentenne disperata

La tua lettera mi richiama alla mente tanti bei ricordi del tempo che fu.

Conosco bene le storie come la tua, sapessi quante ne ho fatte fuori di tipe come te quando ero giovane ! Del resto se tu mi vai al Pigia Pigia e ti lasci andare al primo bellimbusto che trovi cosa pretendi poi ?

Ma cosa credi che noi maschietti si vada a ballare per raccontarsi le novelle ?

Ricorda che l’uomo è uomo ed è sempre a caccia di passera facile. Io avevo un pied a terre delle parti dell’ipermercato, quante me ne sono fatte lì. Con le pollastrelle come te andavo  a nozze, una bella sequela di frottole, due moine, ti amo e sarò tuo per sempre, e poi una botta e via. Che bei tempi !

Ma veniamo a noi.

A queste situazioni non si rimedia, la rintronata l’hai presa e te la tieni, la cosa migliore è non  prendersela troppo. Cosa  vuoi che sia. E poi cercati un bravo giovine serio e onesto, lo troverai fra quelli tutti mogi a sedere rimpiattati in qualche angolo del Pigia Pigia, tutti timidoni e desiderosi di coccole, tu vattelo  a prendere e vendicati con lui, fagliene passare di cotte e di crude che tanto i maschi son fatti così, più li tratti male e più si attaccano, e se non altro farai pari col sesso maschile.

In quanto alla tua amica Priscilla ti suggerirei di prendere una chiave, un temperino o un cacciavite e rigarle la fiancata della macchina, io personalmente prediligo il chiodo ritorto e arrugginito.

Lezioni di ballo fai-da-te: Polka

Per far cosa gradita a quelle coppie che non possono uscire la sera per frequentare un corso di ballo a causa di bambini, anziani, difficoltà a relazionarsi con gli altri o lontananza dai centri abitati, ospitiamo con soddisfazione una nuova rubrica: le lezioni di “Ballo semplificato fai-da-te del maestro e architetto Isidoro Polvani, del Foro di Bagno a Ripoli”.

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Buongiorno, sono l’architetto e maestro di ballo Isidoro Polvani ideatore del “Metodo di ballo semplificato fai-da-te del maestro e architetto Isidoro Polvani, del Foro di Bagno a Ripoli”.

Le nostre lezioni che sono teorico pratiche, nel senso che io ci metto la teoria e voi la pratica, hanno il vantaggio di utilizzare l’ambiente familiare con notevole risparmio di tempo e denaro e senza la seccatura di dover conoscere altre persone, che non si sa mai come sono. Inoltre si possono fare esercizi a qualunque ora del giorno e della notte, vicini permettendo, e dare una ritoccatina di classe all’arredamento di casa.

E’ necessario solo un minimo di organizzazione degli spazi ed un riproduttore di musica per i pezzi giusti per quello che si sta imparando, per esempio se si sta ballando il valzer è bene non far suonare un tango e viceversa.

Innanzitutto, mie deliziose padrone di casa, procuratevi un appartamento di almeno ottanta metri quadri arredato con gusto e semplicità, meglio se è in centro e con una bella vista sul fiume, pur non essendo questo dettaglio obbligatorio.

Se disponete di una bel salotto spazioso siamo a cavallo, altrimenti andrà bene pure un tinello o due stanze comunicanti con un arco o una porta abbastanza larga da consentire il passaggio in coppia, sono sconsigliabili camere, cucine  e cucinotti, vietati gli angoli cottura, i ripostigli e sopratutto le mansarde, per via della testa.

Poi dovrete occuparvi dell’arredamento, che sarebbe bene fosse sempre in sintonia con l’architettura dell’edificio, e munito di ruote o, in subordine, di feltrini in modo da poter spostare i mobili al centro del locale individuato per l’esercitazione per poi riposizionare negli angoli giusti: dovrete infatti creare un percorso possibilmente rettangolare o ovoidale largo almeno un metro e mezzo e lungo dai dieci passi in su, tutto quel che viene in più è grasso che cola.

Poi togliete di mezzo soprammobili, abatjour, serviti di porcellana o di peltro e cornicette argentate, che ammasserete da qualche parte ed eliminate tovaglie pendenti a terra e tappeti che potrebbero intralciare il cammino, infine togliete le pantofole, sostituitele con un paio di scarpette da ballo e raccomandate l’anima a Dio di non farvi del male

Adesso siete pronti per iniziare

Inizieremo prima di tutto dalla polka, un semplice e tranquillo ballo da fare con rilassatezza nel vostro salotto dopo una giornata di duro lavoro.

In attesa di diventare dei provetti ballerini si può iniziare  a ballare la polka con una sequenza semplice in quattro movimenti: passo – chiusura – passo – saltello, dove per chiusura si intende quella dei piedi, per passo un semplice avanzamento a tempo e per saltello un sollevamento ritmico del ginocchio della gamba che non ha eseguito l’ultimo passo, quindi alternativamente destra e sinistra.

Facile, basta prendere il ritmo giusto, e uno, e due, e tre, e quattro, ma donne, fate bene attenzione a non piazzare la ginocchiata del saltello nei coglioni dell’uomo, cosa molto probabile. Se sentite un croc e vedete il vostro compagno disperatamente piegato in due e senza respiro, smettete di ballare e tornate subito all’acquaio a rigovernare facendo finta di nulla.

Con questa sequenza di passi si va avanti qualche mese perché  è vero che è facile  tuttavia mantenere il ritmo e il garbo senza incocciare i menischi e con un minimo di fluidità richiede tempo e applicazione, specialmente se il vostro partner non ne vuol sapere di ballare con voi a causa delle ginocchiate rimediate.

Quando avrete preso ben benino la dimestichezza necessaria con le assicelle ed i cerchietti potremo passar all’alfabeto vero e proprio come usava una volta in prima elementare, perché voi siete a livello di prima elementare è ovvio, ed attaccare con il giro a destra, detto anche giro naturale.

Aggiungere il giro se avrete confidenza con la base non sarà difficile, basterà coordinare lo spostamento del corpo della donna che dovrà essere accompagnata con delicatezza e decisione sulla destra dell‘uomo, passandole davanti e poi facilitando a lei il passaggio, tutto questo a una discreta velocità  e possibilmente a tempo e non dimenticando  il saltello.

Per questo passo occorre essere precisi e non ondeggiare troppo per non finire addosso al comò, che dovrà essere di noce chiaro finemente intarsiato,  e ribaltare tutti gli oggetti sopra di esso riposti, tipo candelieri, elefantini di vetro, gondoline di Venezia ed altri souvenir che vi consiglio di disporre a ventaglio sul lato sinistro del mobile. Oltretutto l’impatto col comò, che può essere liberamente sostituito da un impatto con madie settecentesche, scrittoi liberty, ribaltine in ebano e tavoli pranzo di cristallo, è piuttosto duro da assorbire per gomiti e ginocchi e potreste dover ricorrere alla cure di un paramedico, è peraltro sempre auspicabile averne uno tra i condomini.

L’esecuzione del giro naturale potrà essere inserita ogni tanto nella sequenza di passi normali, diciamo tutte le volte che vi pare, senza regole, sennò che divertimento è.

L’importante è che eseguiate bene il cambio di posto e scorriate in avanti anziché girare e rigirare su voi stessi stando fermi nell’angolo tra il cassettone rococò e una poltrona a fiori color cremisi con alta spalliera e pouf abbinato, creando uno sbattimento senza  via di uscita che dopo venti o trenta minuti potrebbe annoiarvi.

Se riuscirete a scorrere lungo la vostra stanza, che è anche la vostra linea obbligata di ballo, anche a costo di qualche danno collaterale, potremo andare avanti col programma  e passare all’apprendimento del giro a sinistra o giro rovescio che vi proietterà dritti al livello delle scuole superiori del nostro ballo fai-da-te.

Il giro a sinistra è notoriamente più difficile di quello a destra, anche per i mancini: anche questo va inteso non come un giro, ma come un cambio di posto: l’uomo prima sposta la dama sulla sua sinistra e poi apre il passo in diagonale, col secondo passo le si posiziona di fronte quindi la lascia avanzare e poi si in incrocia un pochetto, poi lei ripassa a sinistra e lui la scansa e quindi ripassa lei, …… insomma un gran casino.

Tutto questo diverse volte finché si riesce a tenere il conto, comunque non andrei oltre la ventina di giri di seguito per non rischiare malori o scrostare l’intonaco dalle pareti.

Vi consiglio di fermarvi sulla pratica dei giri per un bel po‘, diciamo sette, otto mesi di esercizio perché sono la base di una buon programma di ballo. Quando avrete consumato le scarpe e non possederete più nemmeno un soprammobile integro sarà il momento di passare all’università del ballo: la figura chiamata apertura in promenade.

Dopo una serie di giri a destra i ballerini si aprono entrambi e ballano fronte linea di ballo disposti ad angolo ottuso con i lati dell’angolo che si possono aprire e chiudere, mentre la mano sinistra del cavaliere afferra la mano destra della dama per respingerla e recuperarla in coincidenza con i corpi che si avvicinano e si allontanano. E’ un movimento molto grazioso che porta con sé la certezza di rompere qualcosa di affettivo presente nella sala, chessò una piantana, un vaso cinese,  un portaombrelli, a proposito che ci fa un portaombrelli in salotto ?, però ne vale la pena perché siamo in fondo al nostro corso fai-da-te, infatti  l’ultima figura che mi spingo ad insegnarvi sono i

giri simultanei in promenade, e qui siamo al top.

Mentre state seguendo la promenade prima spiegata, potete accrescerne la complessità ed il pericolo girando verso l’esterno contemporaneamente: il giro della dama inizia col piede sinistro; il giro del cavaliere inizia col piede destro. Un giro completo viene effettuato con tre passetti, ed i giri possono essere anche consecutivi e senza limiti di velocità,  e in bocca al lupo.

Benissimo, ora che sapete ballare decentemente la polka  potrete finalmente divertirvi a ballarla in pubblico. Dove ?

Da nessuna parte perché la polka è bandita da dancing, discoteche e night,  e nelle balere e nelle sagre paesane la si esegue al massimo due volte per serata. Tuttavia avrete le carte in regola per imbucarvi in qualche manifestazione etnica di danze popolari occitane, austroungariche o moldave e mischiarvi assieme ai gruppi folcloristici senza che la cosa disturbi, a parte il costume variopinto che gli altri danzatori avranno e voi no.

In più a fine spettacolo potrete aggregarvi al rinfresco offerto ai ballerini dalla pro loco, mangiare a quattro palmenti e inciuccarvi in allegra compagnia, dimenticandovi per una sera delle brutture del mondo.

E ora, buon divertimento dal sempre vostro

Arch. Maestro Isidoro Polvani

Io e Caterina

Ho conosciuto Caterina quando aveva cinquantadue anni ed era separata da cinque. Aveva un figlio che viveva all’estero, lavorava come ragioniera  all’ufficio delle imposte ed aveva una autonomia economica che le consentiva una vita agiata.

Era stata una bella ragazza in gioventù e di quella bellezza graziosa se ne trovavano le tracce in una maturità distinta e un po’ sofisticata. Minuta ed elegante, non faceva colpo al primo impatto, ma attirava per la gentilezza. Sembrava molto fragile.

Era affettivamente sola da cinque anni, ma anche prima del divorzio non è che fosse meno sola, conseguenza di una storia amorosa decisamente sbagliata, libera quindi e con un poco di nostalgia delle forti emozioni che portano con sé corteggiamento e innamoramento. Ma non era per quello che veniva in pista, piuttosto per confondersi nella folla, guardare  con un po’ di invidia e di nostalgia le coppie, cercare nei loro comportamenti e nei loro gesti i ricordi sfuggiti.

Io frequentavo l’Orchidea Blu ogni venerdì sera da molto tempo, era la sera del liscio, al sabato facevano discoteca e domenica era aperto solo il ristorante al primo piano.

Conoscevo  tutti gli avventori abituali, le coppie e i singoli, conoscevo i camerieri e le orchestre che passavano con regolarità, conoscevo il battito del cuore segreto del locale, i ritmi nascosti della cucina che a mezzanotte sfornava la pizza per gli avventori, il bar ed i piccoli vizi dei suoi clienti, i problemi di scarico del bagno degli uomini e la ferocia dell’impianto di riscaldamento.

Avevo inquadrato Caterina già la prima volta che era venuta, un venerdì sera di maggio a stagione di ballo quasi finita, con il caldo che si faceva sentire e muoversi in pista voleva dire sudare in abbondanza.

Era in compagnia di altre coppie i cui uomini la facevano ballare di tanto in tanto a turno, questo gesto di cortesia faceva notare ancora di più il suo stato di solitudine sentimentale.

Si disimpegnava con garbo regalando un poco di grazia ai movimenti randellati dei suoi occasionali ballerini che sbattevano qua e la ridendo e sbracciando, chi sguaiato come a rimestare polenta chi rigido come un quarto di bue appeso al gancio, sembravano capitati lì per caso.

Io feci la mia solita serata di balletti saltuari e distaccati guardandola spesso, lei credo che non mi notasse, ed era la situazione normale per me.

Tornò una volta a settembre alla ripresa della stagione invernale, abbronzata e con la stessa compagnia di ballerini disastrati: stavolta mi feci coraggio e la invitai a ballare con la consapevolezza del rifiuto.

Con mio stupore, dopo un’occhiata di intesa con gli amici, acconsentì e mi seguì in pista, l’orchestra attaccava uno slow fox che avevo ballato molte altre volte.

Lo Slow Fox ha un ritmo che deve essere sentito fino in fondo e vissuto con grande ispirazione, è un ballo molto delicato e impegnativo, basato sul perfetto equilibrio fra le pause dei lenti ed i passaggi leggeri dei doppi veloci, nelle sale da ballo viene ballato  più semplicemente come fox lento.

Con una certa timidezza, come a timore di sciuparla, era molto più bassa e più esile di me, la presi in posizione ed avviai una serie di prudenti passi, greche semplici e piccoli pivot, lei si mantenne rigida per i primi passi, stando discosta e quasi distratta senza guardarmi, come a capire che tipo di ballerino e uomo fossi, se c’era da fidarsi o meno dell’uno e dell’altro aspetto.

Ero partito con molta cautela scusandomi se non fossi stato all’altezza, falsa modestia perché avevo visto come ballavano i suoi amici e sapevo che non avrei fatto brutta figura. Lei sorrise dicendomi che non importava il come, bastava ballare, poi mano a mano che la melodia procedeva, senza parlare, presi ad accentuare la pressione sulla sua scapola sinistra facendole sentire la guida, iniziai ad allungare un poco i passi e a dare più ritmo, lei sembrava apprezzare e soprattutto, seguiva senza esitazione, a metà della canzone mi guardò stupita e mi disse sorpresa “Oddio! Finalmente si balla !”, rimasi impassibile e spinsi ancora un poco di più.

Seguirono in quel primo interminabile slow tutti i movimenti ed di trucchi che conoscevo, quando la invitai in un difficile passaggio che Caterina seguì istintivamente senza neppure sapere di cosa si trattasse capii che non l’avrei più mollata.,

Al termine del nostro primo ballo lei ansimava un poco per lo sforzo, ma era raggiante. Ballammo ancora quella sera, e poi ancora molte altre volte.

Così abbiamo imparato a conoscerci, sulla pista nelle volute e nelle rapide discese dei fox e dei valzer che prediligeva fra tutti gli altri balli e che io assecondavo con piacere. Non so in quale modo, ma riuscì a convincere gli amici a venire all’Orchidea per molti venerdì prima che si stancassero, poi da sola, finalmente, senza legami di orari e convenevoli.

Erano le nostre serate fatte di passi doppi, agili scivolate e giri,   eravamo perfetti, una coppia nelle due ore della sala, sconosciuti  nel resto della settimana, mai un appuntamento, mai una cena o qualcosa di più, con naturalezza il nostro affiatamento aveva dei ristrettissimi limiti di tempo e di luogo, e funzionava.

A fine serata bastava che uno dei due dicesse “ci vediamo venerdì ?” per aver combinato un appuntamento.

Così per una intera stagione ci ritrovammo nello stesso locale alla stessa ora a fare gli stessi gesti, non c’era bisogno di approfondire niente, ci trovavamo e basta. Si era creata una strana complicità fatta di fiducia al centro delle sala e indifferenza per il resto della quotidianità: era paradossale che riconoscessimo immediatamente i movimenti ed i sussulti dei nostri corpi e volutamente non sapessimo niente l’uno dell’altra, una solida amicizia tra quelle mura tra due estranei che davano un significato alla settimana, senza pretendere niente di più, senza nemmeno conoscere indirizzo o telefono l‘uno dell‘altra.

Poi venne l’estate e non facemmo niente per affrontarla: l’Orchidea Blu chiuse per le ferie, ci ritrovammo presi ognuno per conto proprio da altri eventi, il caldo, un po’ di problemi di salute, il mare. Saltarono i primi  venerdì di giugno, davamo per scontato che la musica avrebbe modellato il nostro destino per noi.

Così, tra vacanze e lavoro, passarono anche luglio ed agosto. A settembre dovetti assentarmi dalla città per affari alcune settimane ed arrivò di nuovo ottobre senza che ci fossimo più sentiti.

Era per me naturale tornare all’Orchidea Blu il venerdì sera e ritrovarla al solito tavolo, era un impegno al quale avevo pensato spesso durante quei lunghi mesi di lontananza da lei e dal ballo, ma non accadde né quella volta né mai più.

Non so che fine abbia fatto Caterina nella grande città e non ho fatto niente per ritrovarla se non continuare ogni venerdì ad entrare all’Orchidea Blu con la speranza di vederla. E’ andata così che ci siamo perduti.

Ma tante notti prima di dormire penso a Caterina, la immagino mentre balla arrendevole seguendomi senza esitazione nei giri repentini del valzer, nei passi incrociati e rapidi del cha cha cha, nelle ampie volute della rumba o, come la prima volta, in un morbido slow fox: è la mia compagna segreta.

E’ vestita da sera, abito lungo rosa, certe volte fucsia, altre arancio, scarpe da ballo dorate, capelli raccolti sulla nuca, trucco profondo, adagiata sul mio avambraccio destro, il capo reclinato, sorride ad occhi socchiusi, forse sogna.

E’ più giovane e bella, forse nemmeno è lei o forse è la sua idealizzazione.

E’ un buon pensiero che mi conforta e mi fa addormentare tranquillo senza pensare agli anni che passano e ai dolori della schiena che rendono sempre più faticosi i risvegli: quelle notti non ho i pensieri cupi del buio, immagino come avrebbe potuto essere diversa la mia vita. E’ una malinconia dolce che a volte mi commuove, vita un po’ sprecata ed un po’ vuota, una possibilità di amore profondo mai compiuta, un salto mai fatto.

Il fatto che lei esista tuttavia mi rincuora, due percorsi diversi e lontani che un giorno si sono sfiorati e, almeno per quelle sere, almeno per il ballo si sono uniti in una armonia provvisoria e solida, legata solo a quei luoghi a quelle musiche e che tuttavia  mi fanno sentire meno solo..

Il sonno sopravviene leggero a ritmo di valzer lento, uno due tre, uno due tre, uno due tre, forse nonostante tutto raggiungere la serenità è possibile, grazie Caterina.

Val di Forfora

Vi voglio raccontare la storia di  Nunzio Rapolano, noto trombino della Val di Forfora emigrato in città a seguito della rilocalizzazione della cartiera per la quale fa il rappresentante con un certo successo grazie alla sua disinvoltura.

Nunzio, tassativamente scapolo per scelta di vita, è un uomo di quarant’anni o giù di lì col cervello di un diciottenne in crisi ormonale. Non  molto alto e tirato a lucido, ben vestito e dalla parlantina sciolta, giusta per vendere carta da pacchi o raccattare femmine, possibilmente in calore.

Ha un sesto senso per le donne pronte a darsi da fare, Nunzio, le individua tra cento altre e difficilmente sbaglia un colpo, è un mago per tutti i maschi della Val di Forfora.

In città e meno noto, ma in certi locali  come il Pigia Pigia o il Babaluba si è già fatto una nomea di galletto che lo precede e, incredibile ma vero, ne facilità l’azione anziché danneggiarlo. Certe donne se le cercano proprio le rintronate dei bellimbusti !

Le sue regole di vita sono note tra i maschietti aspiranti trombini della Val di Forfora che se le citano volentieri l’uno con l’altro, davanti ad un bicchiere ai tavoli dei bar degli sfigati:

“Le donne bisogna sbrancarle per acchiapparle una a una”  che significa che una donna sola è più malleabile di quelle che fanno gruppo, dove c’è sempre di mezzo la saggia che rovina la festa, generalmente la più racchia piena di consigli giudiziosi e prudenti.

Oppure l’universalmente noto “Ogni lasciata  è persa” che significa ovviamente che non bisogna rinunciare mai, o anche la meno nota “Ogni uomo ha una donna dentro, in genere è una lesbica” .

Oppure la volgarissima massima che può essere utilizzata pure come battuta, da usare però con moooolta cautela: “Per natura, la donna ideale deve soddisfare due sole regole: dartela e non rompere i coglioni” .

Beh, le regole lui le sa a memoria anzi c’ha l’imprinting nel dna e certi atteggiamenti conseguenti gli vengono naturali, senza sforzo né vergogna.

Un tipo pericoloso per le donnine avvedute, capace di stravolgere la vita delle ingenue credulone con promesse di fidanzamenti che mai si realizzeranno e prove d’amore richieste dopo tre balli.

Perciò donne, attente al Nunzio sempre affamato di topa, specie nella città dove vive  e nei locali che bazzica, io ve li ho segnalati per avvertirvi.

Anzi, vi dirò di più: come fare per riconoscerlo.

Vestito elegante quando va in sala, sempre in nero, pantalone, camicia e scarpe, e anche mutande e calzini per chi avrà la cattiva sorte di vederli, senza canotta della salute e solo con un pendaglino al collo a forma di cuore infranto.

Odore di  colonia muschiosa da vero maschio che non deve chiedere mai e che invece chiede di continuo, capello brizzolato e riccioluto, baffettini sottili e denti bianchi, un vero fighetto. Gli darei di quei ceffoni !!!

Nunzio balla, ma non si sforza troppo, per non sudare ed affaticare i lombi che servono  a ben altro, perciò lo troverete a fare passettini di salsa o di mambo senza scomporsi, non lo vedrete certo impegnato in veloci cha cha o scatenate merengue, piuttosto il suo momento clou è quando l’orchestra attacca i lenti da struscio, allora lui si accamperà nel mezzo alla pista con la vittima sacrificale di turno.

Nunzio difficilmente si sbaglia: quando balla con una donna è dopo una selezione di sguardi e soppesamenti caratteriali, analisi del sangue e introspezioni psichiche che il suo cervello latino e maschilista  elabora alla velocità di mille gigabyte al secondo e restituisce con un sorriso ammiccante e una regola inderogabile: attaccare solo con quella che ci sta.

Nove volte su dieci si sa come andrà a finire: la povera pecorella finirà nella tana del lupo, nella fattispecie il suo scannatoio arredato in stile sadomaso.

Una notte di passione con mille promesse e all’indomani arrivederci e grazie.

Senza scampo e senza futuro, e poi sarà pianto e stridor di denti.

Signore e signorine io vi ho avvisato, non ce l’ho particolarmente con Nunzio, del resto siamo compaesani, anche io sono della Val di Forfora, solo che mi spiace vedere tanto spreco di passione e sentimento con un mascalzone quando ci sono in sala dei bravi ragazzi come il sottoscritto!

La posta del cuore: bassina piacente

Gentile dottor Libanore, fermo posta del cuore del SAMBA

Sono una ragazza non più di primo pelo, piacente ma bassina. Dalle ultime misurazioni in farmacia misuro infatti neanche un metro e quaranta, anche quando metto i tacchi alti non arrivo a superare il metro e cinquanta e oltretutto rischio sempre di cadere perché ho i piedini del trentatre.

Sono una grande appassionata di ballo liscio ma riesco difficilmente a combinare qualcosa di costruttivo con i rari maschi che mi invitano,  si devono sempre incurvare su loro stessi e non abbiamo un gran bel portamento. Anche tenere il passo viene difficoltoso perché i miei sono passettini e quelli loro sono passi normali.

Insomma trascorro la maggior parte del tempo a fare tappezzeria e guardare gli altri divertirsi.

A me dispiace tanto perché i maschi ignoranti mi dicono “tu saresti anche bellina, peccato che tu sia così piccina“ che non è un gran complimento, e poi non mi fanno ballare perché dicono che fanno troppa fatica e gli viene il mal di schiena.

La prego dottore mi dica se posso fare qualcosa per tirarmi su, se non altro di morale

Sua bassina piacente

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Mia cara bassina piacente

Sapessi che nostalgia mi ha assalito leggendo la tua lettera !

Mi sono tornati alla mente quei tre mesi che molti e moti anni addietro  trascorsi con le gemelle Bolini del circo nazionale del Dniepr: erano due acrobate mignon, diciamo pure due nane energiche e brillanti, che mi hanno regalato una esperienza felice e spensierata. Inutile dire che erano di una agilità straordinaria ed una fantasia sfrenata. Fu un’esperienza tonica e irripetibile, ne combinammo di cotte e di crude.

Purtroppo dovetti staccarmi da loro quando l’amministratore del circo, un colonnello dell’armata rossa in pensione, si accorse che il loro rendimento in pista stava vistosamente calando e mi buttò fuori a calci dalla carovana, del resto non ero di alcuna utilità per il circo.

Non disperare, l’importante per la femmina è essere piacente, poi bassina o altina, grassa o magra, storta o dritta va sempre bene, l‘uomo ricerca l‘originalità.

Piuttosto il problema del ballo non è da sottovalutare: con le gemelle Bolini non ebbi da affrontare questo enigma perché loro ballavano sul trapezio o sul lettone e basta, ma mi rendo conto che un tango o un valzer inglese si adattino male ad un dislivello di altezza consistente. Pertanto vedo due sole possibilità: o ti trovi un nanerottolo della tua stazza che sappia ballare decentemente ed insieme affronterete le piste da ballo sovraffollate consapevoli di rimediare parecchie gomitate sulla testa, o, all’opposto, ti trovi uno spilungone ben messo che ti prenda in collo e ti faccia roteare avvinghiata con  le gambine  al suo busto.

Di questi tipi da cavalcare ne potrai trovare negli interstizi delle sale da ballo, occultati da tendaggi e paraventi, mentre spiano affranti dalla malinconia gli altri che si divertono. Ce ne sono sempre nelle sale, sono un po’ nascosti come gli acari, basta saperli cercare. Vedrai come saranno contenti quando una tipettina piacente come te si presenterà davanti e gli intimerà di farla ballare, gli sembrerà di giocare con una bambola. Del resto sono bravi ragazzi,  hanno solo bisogno di qualcuna che prenda l’iniziativa e li comandi  a bacchetta.

Pertanto su, datti da fare e non ti compiangere, ricordati sempre che donna nana, eccetera eccetera, come si suol dire.

S.A.M.B.A.

L’Associazione di Mutuo Soccorso Ballo Amico in acronimo A.M.S.B.A., meglio conosciuta con il più simpatico e ammiccante S.A.M.B.A., è una associazione di volontariato senza fine di lucro, nata con lo scopo di aiutare il prossimo che si trova in difficoltà esistenziali, proprio come la Croce Rossa, la Misericordia o Amnesty International.

Diciamo subito che opera con un profilo più basso e con finalità molto più semplici: sollevare dalle ambasce i ballerini soli o frustrati da delusioni cocenti, prima che compiano qualche gesto inconsulto e irreparabile, tipo smettere di andare e ballare.

Per questo fra i finanziatori occulti del S.A.M.B.A ci sono anche locali notturni e dancing che, se da un lato generano lo scoramento e le difficoltà de soggetti più deboli  con la dura legge delle balera, dall’altro cercano di porvi rimedio temendo di perdere una buona fetta di mercato, quella degli sfigati.

Tutto è nato un paio di anni or sono nella nostra ridente cittadina, grazie all’incontro occasionale e fortunato tra un’aspirante ballerina con disponibilità economiche e pochi ammiratori ed un vecchio avanzo di balera sul punto di andare in disarmo.

Lei è Petronilla Dehò, della quale parliamo in un’altra storia, lui è Ivano Libanore,  giramondo in pensione con tanto tempo libero, scapolo impenitente e sincero ammiratore di tutto il genere femminile.

L’incontro del tutto fortuito tra i due avvenne nel noto locale Baiadera nella ex zona industriale ora trasformata in area a rivalutazione ambientale, come dire che non c’è nulla.

Petronilla, al termine di una ennesima serata trascorsa in attesa di qualche disperato che la facesse ballare, incrociò lo sguardo compassionevole di Ivano, noto tombeur de bal, cacciatore di balle, che, impietosito, la coinvolse in una serie di ballabili ritmati composta da due fox trot, una viennese e una beguine, una sequenza che avrebbe distrutto qualunque ballerino della domenica, ma che per Ivano era semplice routine.

Lui infatti era nato dall’unione instabile tra una madre entreneuse ed un padre puttaniere ed era stato svezzato in balera, aveva frequentato locali di tutti i generi dall’età di quattro anni e sapeva ballare tutto quanto, ma veramente tutto, anche il rumore del passaggio del treno o il suono delle campane a festa della domenica. Ora aveva sessantacinque anni, una esperienza enorme e poca voglia di mettersi in gioco; vivacchiava navigando tra locali e localini a guardare gli altri, sparare giudizi e votazioni ai ballerini e spargere pillole di saggezza che nessuno stava a d ascoltare.

L’incontro tra i due si trasformò in una piacevole chiacchierata perché erano tipi di ampie vedute e basso profilo, e non viceversa, e parlando del più e parlando del meno Petronilla fece cenno alla sua difficoltà nel reperire materiale umano che la facesse ballare.

Ivano era chiaramente un esperto in materia e, trattandola con  dolcezza come una figlioccia, le spiegò le leggi immutabili della seduzione, che poi  sono quelle applicate inconsapevolmente in balera.

I due si dettero appuntamento alla settimana successiva per un altro giro di balli amichevoli, e così via, mentre nella testolina mora di Petronilla, testolina sveglia allenata a sogni e congetture, si stava affacciando un’idea bislacca: quella di fare incontrare cuori solitari non per far nascere amori, era troppo pudica per pensare a queste cose,  ma semplicemente per fare quattro salti in padella, volevo dire in pista.

Ivano si mostrò interessato assai dell’idea, era un modo per sentirsi ancora impegnato in qualcosa di utile, e fu così che si buttarono entusiasticamente nel progetto.

Così per caso e per amore del prossimo, nacque questa società che Petronilla organizzò subito con poche regole ferree: solo volontariato, niente sesso,  non più di un appuntamento, e, soprattutto, niente furbacchioni.

Per far capire lo spirito che anima l’associazione riporto la locandina  del S.A.M.B.A. come appare sulle pagine del quotidiano locale e sui volantini appesi nei bar e alla stazione dei pullman.

“Hai serate libere ? Sai  mettere insieme quattro passi di mazurca o un semplice giro a destra di valzer ? Sei sufficientemente educato e gentile  da sostenere una conversazione per un paio d’ore con un occasionale compagno di ballo che potrebbe rivelarsi non particolarmente fascinoso ? Vuoi renderti utile al prossimo in modo non convenzionale senza avere a che fare, iddio ce ne scampi,  con poveri, ammalati o, peggio ancora, immigrati non regolarizzati ?

Il S.A.M.B.A. fa per te.

Il nostro motto è  – Buttati subito in pista ! C‘è qualcuno che ti aspetta”

La regola del S.A.M.B.A. è intervenire con soluzioni mirate e immediate caso per caso, senza favorire nascite di relazioni, né sfruttamento di alcun genere.

Una specie di banca del ballo dove al bisogno ci si rivolge per avere dritte su come muoversi, dove andare a cercare compagnia danzante, come risolvere problemini di alitosi o di compresenza con il prossimo.

Ad ogni bisogno una risposta su misura, dice Petronilla, e Ivano, che ne ha viste di cotte di crude, fruga nella memoria e trova una strada per indirizzare il problema verso una soluzione.

Così ha iniziato facendo lo sparring partner per signore non accoppiate che si sentivano non desiderate, proprio come Petronilla. E’ bastato un mese di intense frequentazioni di balere e dancing con Ivano che faceva ballare tutte le donne sole e spiegava le regole del S.A.M.B.A. per far decollare l‘associazione.

Tre o quattro femmine entusiaste si sono subito offerte come volontarie per ricambiare il servizio a maschi solitari e depressi, alcuni dei quali a loro volta hanno aderito e, con coraggio e la scusa del volontariato, hanno ampliato il giro degli assistiti,  così il giro si è allargato a macchia d’olio e a chiazza di leopardo.

Certo all‘inizio ci sono state delle incomprensioni:  una delle volontarie, un vero  cesso,  sfruttava la propria posizione di socia del S.A.M.B.A. per invitare a ballare uomini  tranquillamente seduti al loro posto, che appena squadrata scappavano a gambe levate, questa pubblicità negativa è stata rimediata togliendo la poverina dalla pista e assegnandole mansioni di centralinista.

Un paio di  volontari maschi troppo furbi hanno tentato di agganciare donne sole con promesse di gite premio o impiego part time nel S.A.M.B.A. e sono stati radiati con ignominia.

Si è poi scoperto che un certo Anselmo  spacciandosi per socio S.A.M.B.A. chiedeva cinque euro a polka ad una sciagurata dislessica che nessuno faceva ballare per paura di avere  pestati i piedi.

Ma si sa, sono i prezzi da pagare nelle aziende giovani che devono trovare un assestamento nel mercato.

Oggi il S.A.M.B.A. conta ottantasei iscritti sparsi nelle sale da ballo della provincia e undici volontari, sei donne e cinque uomini, che si prestano a interventi di ogni genere in materia di ballo: dal ripasso delle figure del tango a serate a tema, da animazione di feste in casa, a cure di casi particolari, sempre una sola volta per cliente e sempre sopratutto gratis e col sorriso sulle labbra.

Ivano non fa più molte serate, adesso  fa il maestro di  vita con gli altri volontari maschi e insegna mossette e galanterie da sala. Se ne sta parecchio tempo in ufficio a leggere la posta del cuore dei tanti clienti e ad ideare nuovi metodi di seduzione da applicare ai suoi casi.

Petronilla è la fondatrice, la presidente e l’anima del S.A.M.B.A., non lavora più nell’azienda di water closed del padre, ora  è presa  a tempo pieno dalla sua associazione grazie alla quale si sente realizzata e finalmente dentro al suo mondo.

Adesso non aspetta più che qualcuno le chieda di ballare: il sabato sera si taboga da donna fatale, tutta truccata e agghindata,  e va  nelle sale a reclutare volontari. Del resto il lavoro è lavoro !

Esibizioni

Quando ci si propone al pubblico si esprimono non solo i contenuti della danza che si sta interpretando ma anche tutto il proprio mondo emotivo.

Il rapporto con l’esibizione prevede una maturità psicologica tale da accettare che altri possano assistere alla manifestazione delle tue emozioni più profonde: è una messa a nudo della propria identità. Il rapporto che si crea tra l’interprete e il pubblico è condizionato dall’accettazione del proprio prodotto artistico che inevitabilmente coinvolge la stessa identità dell’interprete. La paura che assale deriva dal timore di una mancata accettazione e si ricollega con le angosce connesse con l’evento della nascita. Quando un interprete propone il suo prodotto artistico corre il rischio di non essere accettato e questo psicologicamente equivale al dubbio amletico “Essere o non Essere”.

La paura della prestazione può derivare da insicurezze tecniche, ed in questo caso solo l’assiduo esercizio e lo studio possono essere di aiuto. E’ tuttavia importante arrivare ad un atteggiamento psicologico che preveda una accettazione del non consenso da parte di chi guarda, rendendosi conto che la non accettazione non significa necessariamente “non esistenza in vita”. Il modo migliore per accettare i propri limiti è riconoscerli e ciò può avvenire soltanto attraverso lo studio, l’autoanalisi e la ricerca di obiettivi consoni alle proprie caratteristiche.

La sicurezza psicologica deriva dalla consapevolezza delle proprie capacità e dall’accettazione di un eventuale mancanza di consenso che, se prevista, non può determinare una paralisi o le crisi di panico tipiche di molti interpreti.

Occorre quindi liberarci dall’identificazione con il proprio ruolo permettendo di fruire delle gioie che l’espressione artistica può dare se vissuta come strumento di conoscenza e comunicazione con gli altri. La tecnica deve essere lo strumento principale che libera la persona dalle ansie da prestazione, garantendo una sicurezza dell’esecuzione ma anche un sano distacco da una eccessiva identificazione della propria identità, può quindi garantire un equilibrio, esaltando il “servizio” di comunicazione al pubblico attraverso l’evento artistico.

Hai voglia che dire, ogni volta che ci espone si rischia del proprio.

Noi facciamo una mezza dozzina di esibizioni a fine corso; è il momento cardine della stagione perché riassume gli sforzi e l’impegno profuso nell’arco di diversi mesi ed è anche la realizzazione del desiderio di mostrare agli altri ciò che si è imparato all’interno di un contesto ufficiale: una sala con presentatori, musica e pubblico.

Un atto di vanità un poco infantile che sta a dire: guardatemi come sono diventato bravo.

Ovvio che non sempre vada tutto liscio, può accadere di tutto durante una esibizione e questa imprevedibilità è allo stesso tempo affascinante e terribile.

  • Mancano cinque minuti all’ingresso in pista e ti scappa forte forte la pipi, c’è tutto il tempo, però la cerniera dei pantaloni si incaglia, tu tiri forte  e si rompe, era un po’ che veniva su male e non l’hai mai cambiata. Ora sono cavoli tuoi: cerca di ballare a gambe strette sennò ti si apre il fischio e si vedranno le mutande rosse a pois bianchi che hai messo per l’occasione come portafortuna.
  • Mancano due minuti al tuo turno e pensi che un caffeino possa darti coraggio, solo che sei già supereccitato e ti sbrodoli la camicia bianca. Non si rimedia, non puoi presentarti a torso nudo, l’unica è spillare la cravatta tutta storta a coprire la macchia, se ci riesci. Il discorso vale anche per succhi di frutta, cocacola  e altre bevande in genere. Ricordarsi di portare sempre qualche spilla da balia in tasca.
  • C’è anche di peggio: arriva la scarica di diarrea emotiva. Se vai in bagno e perdi il turno fai una figura in tono con quello che ti è appena accaduto perché in pochi minuti lo sapranno tutti, se tenti di fare il programma ed andare ad evacuare a esibizione terminata corri il rischio micidiale di fartela addosso appena apri le gambe in un medio cortè, però potrebbe pure andare bene. E’ una delle decisioni più difficili che ti capiterà di prendere in vita tua. Non ci sono consigli.
  • Corollario a quanto esposto sopra: si risolve tutto in una scarica d’aria puzzolente dalle viscere: insomma un peto immane e fetido mentre sei in fila con gli altri pronto ad entrare in pista. Ti conviene buttarla sul ridere, ma sarai marchiato a vita come lo scoreggione del gruppo.
  • Mancano venti secondi all’uscita in pista e dai un’ultima stretta alle scarpe per paura che non calzino abbastanza: tac, si rompe una stringa. Sono cazzi amarissimi. Dovrai ballare con una scarpa ed una ciabatta a rischio fuoriuscita del calcagno nel bel mezzo di un pivot. Stringi i denti, e gli alluci.
  • Sei già sulla pista e stai aspettando l’attacco della musica quando ti sale un bel riflusso gastrico da ernia iatale di origine nervosa. Sopporta ed inghiotti fiele mantenendo un’aria serafica. Una volta partito dovrebbe andare tutto a posto.
  • Non trovi la posizione giusta in sala, ed intanto la musica parte e devi attaccare da un angolo che hai sempre evitato, con tutta una sequenza da improvvisare e far capire alla tua dama in pochi secondi. Difficilmente si rimedierà, avresti dovuto pensarci prima.
  • Non si sa come mai, ma hai sbagliato l’attacco e sei fuori tempo e ti prende un immediato stato depressivo fulminante. E’ un disastro che si mitiga solo con sangue freddo, fortuna e esperienza. La cosa migliore è fermarsi di brutto ammettere l’errore e ripartire, questa volta a tempo.
  • La coppia di cari amici con la quale hai condiviso mesi di lezioni e serate va in confusione un metro davanti a te, ti vengono addosso mentre vorresti fare un giro spin e ti inchiodano all’angolo dal quale non esci che zompando e scavallando senza ritmo. Mantieni la calma anche se vorresti strozzarli tutti e due sul posto.
  • La tua dolce metà decide che è il momento di apportare varianti al programma studiato e provato per un anno e ti inventa un’apertura dove non dovrebbe esserci lasciandoti come un fesso ad annaspare nel tentativo di riagguantarla. Sorridi.
  • La tua dolce dama comincia a  farti notare i piccoli errori che fai e ti innervosisce proprio quando vorresti stare tranquillo, la conseguenza è che i tuoi errori aumentano via via di gravità e lei continua a rimbeccarti. Sorridi digrignando i denti.
  • La tua dolce compagna insiste a sbagliare l’ingresso del giro a sinistra del tango nonostante i miliardi di volte che lo avete provato. Fai finta di niente, se ne accorgeranno in pochi.
  • La tua dolce partner decide che per una occasione così importante è lei che guida e inizia a far resistenza e tirarti dove le pare. Cerca di darle una bastonata metaforica con lo sguardo, devi riprendere il comando ad ogni costo.
  • Arriva un irrefrenabile attacco di tosse canina, devi fare tutto a bocca chiusa a costo di diventare paonazzo e rischiare il soffocamento.
  • Qualcuno del pubblico ti chiama a gran voce o ti fa cenni assurdi e ti distrae col rischio di farti sbarullare la sequenza di figure. E’ l’equivalente del secchio d’acqua gelata tirato addosso ai ciclisti in salita. Tira dritto e smoccola piano.
  • Mentre sei impegnato in una promenade aperta intravedi tra il pubblico la tua amante che ti manda baci tutta estasiata. Te la sei cercata, chi te la fatto fare di accennarle a questa serata ? Non ti resta che sperare in una improvvisa catastrofe naturale che crei il caos assoluto in sala e ti consenta di scappare a gambe levate lasciando moglie e amante a vedersela fra loro.
  • Come sospettavi la pista non è l’ideale: è dura di cemento corrosivo e le scarpe si piantano, devi saltellare anziché scorrere con fluidità oppure è scivolosa e il bufalino delle tue suole e troppo liscio e ti partono piedi e gambe da tutte le parti. Dovevi pensarci prima e verificare la tenuta delle gomme.
  • Sei ormai in stato confusionale ed hai piazzato passi di fox nel valzer o viceversa. Fai finta di niente, se ne accorgerà e te lo farà notare solo qualche merdaiolo di compagno di squadra.
  • Hai fatto male il primo ballo e te ne aspettano altri due da affrontare col morale sotto i tacchi e non ci stai capendo più niente. Coraggio, c’è di peggio nella vita, sorridi e vai avanti.

Ecco, se dio vuole è finita.

Saluta, fai un inchino e torna al tuo posto teso e sorridente come una maschera di cera di Madame Tussaud dal titolo “danseur hésitante”.

E’ stato bello ?

Si, è stato bello.

Post Scriptum

Qualcuno vorrebbe sapere come è andata a noi ?

Tutto bene, ovviamente.