




Gianfranco Lotti
Immaginate che un certo giorno qualcosa interrompa il normale corso della vostra vita, una malattia degenerativa travolga con prepotenza la quotidianità. Da quel momento cambia la prospettiva, dovrete affrontare una realtà del tutto modificata: priorità che saltano, progetti azzerati, abitudini da cambiare, una emergenza dura e costante.
Dovrete abituarvi a convivere con l’incertezza e prima lo farete meglio sarà
Questo è un piccolo manuale di cose da fare, da richiedere, da applicare; c’è qualche utile suggerimento, ci sono documenti scartoffie riflessioni e delusioni ma è anche il racconto di una esperienza vissuta in prima persona, ricordi imbarazzi e piccoli successi, il tutto attraversato da un humour che non è fuori luogo perché bisogna pur trovare delle regole di sopravvivenza e il sorriso non ci accorcia la vita, anzi!
È il racconto di un cammino ancora in corso che richiederà altri capitoli, altre risposte e adattamenti alla cruda realtà.
È uno strumento utile a chi ha a un ammalato vicino, ai parenti e amici che vogliono capire, entrare un poco più nell’intimità della vita della famiglia invasa dal male è la mia versione delle peripezie del caregiver, non è generalizzabile, ma può aiutare a capire che non siamo del tutto soli, sollevando lo sguardo dalla disperazione possiamo ritrovare un poco di noi stessi negli altri.
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Alle ore 00.00 circa di ieri notte, cioè di oggi, si presentavano presso questo comando il maresciallo Battaglia e l’ausiliario Rino Badalà posizionato seppure in piedi alle spalle del maresciallo stesso, unico assente l’autista agente semplice Tasselli Gerardo che trattenevasi semiaddormentato nell’auto di servizio.
La truppa trascinava seco in manette tale Giandomenico Serra di anni 53 e mesi 4, nato a Pozzolatico e residente a Decimumannu (CA), censurato varie volte per reati minori contro la pubblica quiete.
Scossosi dallo stupore, vista l’ora desueta, l’agente Tumiriello richiedeva ulteriori informazioni al maresciallo Battaglia sul perché ed il percome e soprattutto come mai a tale ora tarda. A tali precise richieste, utili peraltro alla compilazione del modulo RAV 74 del “Manuale delle corrette modalità di arresto e detenzione”, il maresciallo in maniera piuttosto esagitata asseriva che trattavasi dell’autore del furto della lancia metallica della statua di San Michele Arcangelo risalente al XVII secolo che trovavasi nell’omonima chiesa di Cagliari, furto dai più definito sacrilego e vilipendioso che destò sgomento nella locale popolazione di credenti e non.
I fatti:
Lo scorso mese di aprile un malvivente si introduceva nella chiesa di San Michele, fingendosi un comune devoto e approfittando del fatto che la statua dell’Arcangelo, rimessa a nuovo da un lungo e costoso restauro pagato dalla banca locale, era stata posizionata davanti all’altare invece che nella sua nicchia centrale, aveva rubato la lancia uscendo poi dal luogo di culto con cosiddetta noncscialans usando la spada di San Michele come un comune bastone da passeggio, sebbene molto appuntito, e passando dunque inosservato fra la folla dei fedeli che peraltro risultava assente. Il furto era stato denunciato il 19 aprile allorquando il sacrestano, tale Virgilio Amoruso di anni 97 disoccupato, si era accorto del sacrilego furto in quanto il Santo, ad una attenta osservazione, risultava in posizione definita ambigua in quanto il braccio destro in alto impugnava qualcosa che non c’era, ovvero la lancia di cui sopra.
Il parroco aveva quindi fatto prontamente togliere dalla mano sinistra dell’Arcangelo anche la bilancia per evitare che facesse la stessa fine della lancia e San Michele risultava quindi desolatamente a mani vuote ed aveva infine esortato i fedeli a pregare un’Ave Maria per chi si era reso colpevole dello sfregio e che, sempre a detta del religioso, farà poco guadagno nel venderla, a meno che non voglia usarla per altri riti non meglio definiti.
Veniva dunque allertato il comando generale che assegnava il caso definito spinoso al drappello del Maresciallo Battaglia ritenuto a ben vedere specializzato in tutela del patrimonio artistico in quanto notoriamente appassionato delle videotrasmissioni di tale Alberto Angela, incensurato. La pattuglia investigava prontamente tralasciando vari casi di pedinamento di prostitute in corso. Ricostruiti faticosamente i fatti grazie a un serrato interrogatorio del sacrestano, furono poscia esaminati i filmati della videosorveglianza della chiesa e di alcuni negozi della zona che portarono alla identificazione dell’autore sorpreso nell’atto efferato, ovvero il ben riconoscibile dai tratti somatici Serra, già tristemente noto alle autorità locali per atti vandalici e spesso inconsulti.
Rintracciato prontamente il 53enne Serra veniva messo alle strette dall’atteggiamento minaccioso del Maresciallo e confessava adducendo motivazioni definite di matrice spirituale: soffriva nel vedere la lancia che lacerava le carni al Diavolo. Così approfittando di un momento di solitudine e penombra della chiesa, aveva sfilato dalle mani della statua lignea seicentesca di San Michele,. «È stato il diavolo a ordinarmi di rubarla. Non sopportava più il dolore provocato da quella lancia, specialmente temendo che venisse direzionata verso le parti basse».
Il Serra confessava inoltre di averla tenuta gelosamente per qualche ora, il tempo di arrivare in piazza Matteotti e prendere il primo autobus per Flumini e solo lì abbandonava la sacra arma in un canneto dove a tempo debito saranno indirizzate le ricerche. Precisasi che la lancia non è autentica è risale al XIX secolo, è di metallo ma non di pregio.
A questo punto avendo reperito i dati necessari alla compilazione del modulo RAV 74 l’agente Tumiriello dava il nulla osta affinché il Serra venisse tradotto in ceppi presso la camera di sicurezza locale e ivi venisse trattenuto a disposizione in attesa di essere incriminato per demenza senile e sottoposto a giudizio sommario per atti efferati contro la religione cattolica e non, come da regolamento, oppure essere trasferito al locale Ospedale psichiatrico.
Scritto, letto e riletto e firmato dal sottoscritto verbalizzante
Agente scelto Settimio Paccosi fu Gerolamo

Domani parto !
messaggio rivolto ai miei coetanei che si scoglionano perché non sanno cosa fare della loro giornata e mugolano di noia con la moglie spazientita lamentandosi del futuro, umarelli per vocazione: inventatevi qualcosa, quasiasi cosa.
Non è una gita, non un trekking e neppure un pellegrinaggio, ma un viaggio da costruire prima di tutto nella testa e poi nelle gambe, alla ricerca di una sfida mai pensata in gioventù, emersa adesso quando rasenta il limite delle mie possibilità. Si potrebbe anche dire: come cercare rogne quando tutto filerebbe liscio !
Ma di cosa si tratta,
Si tratta del Cammino di Fatima detto anche “Caminho do Tejo”: 5 giorni e 143 chilometri lungo il fiume Tago che tradotto in soldoni sono 28,6 km al giorno di media, con due tappe di 33 km, decisamente troppi per le mie capacità: mai stato un camminatore, né aspiro a esserlo, per sole tre volte mi sono avventurato per percorsi così lunghi, in compagnia e prendendola comunque con molta calma.
Si tratta soprattutto di farlo da solo, senza gli amici fidati, solo con le mie incertezze e fragilità, con l’età che avanza crudelmente, il dolore alla schiena che va e viene, la sordità galoppante che mi isola e il raffreddore che ho preso proprio oggi.
Si tratta di provare (e perché no ?).
Di idee un po’ folli ne vengono a tutti, a me vengono, e non tutte si possono cestinare come impossibili o semplicemente come cazzate, ogni tanto qualcuna si può trasformare in obiettivo perché è bello vivere anche di sfide, di scommesse con se stessi.
L’idea di Fatima nasce dopo Santiago quattro anni fa, un pomeriggio a una celebrazione dei pellegrini officiata da Padre Fabio dei Guanelliniani di Santiago: mentre lui parlava di pellegrinaggi interiori, di scoperta degli altri e di spiritualità, preso da un raptus emotivo mi son detto: “voglio andare a Fatima, e lo voglio fare da solo !” e perché cazzo mi sia venuto in mente proprio non lo so.
Poi il covid, e gli impegni familiari e tutto il resto hanno ricacciato indietro l’dea, fino all’autunno scorso quando si è ripresentata, prima timidamente come una facezia, poi sempre più concretamente, ma vuoi vedere …. ma no dai………ma si, si può fare ……maddaiii !, e così rimuginando, tanto per esplorare, ho iniziato a consultare internet, e si sa che internet è un demone che quando ti prende sei finito e non ragioni più con lucidità.
Esistono pochi siti web che forniscono informazioni sul percorso, tracce, logistica dove esiste, spiritualità, il principale è “Caminhos de Fatima” (https://www.caminhosdefatima.org/pt/) , ci troviamo quasi tutto comprese le tracce gps per me indispensabili vista la mia predisposizione a perdere frequentemente la strada.
Non esistono guide in italiano.
La prima esigenza è stata quella di trasformare le cinque tappe previste in sette tappe di una ventina di chilometri ciascuna. In questa zona non esiste un sistema di accoglienza diffuso per cui è stato necessario dividere le giornate sulla base degli alloggi disponibili da individuare e prenotare prima di partire e non necessariamente in base alle tappe canoniche.
Ulteriore esigenza: sono abituato alle comodità, non voglio dormire in un ostello, in tenda, in sacco a pelo o in qualche caserma di pompieri, non mi piace e non mi sarebbe né di stimolo né di conforto, quindi la ricerca si è indirizzata su bed and breakfast, affittacamere, pensioni o alberghi, in ordine di preferenza.
Altra premessa: non so leggere le mappe, il mio amico Andrea ha provato più volte e inutilmente a spiegarmi, ma non ho dimestichezza con la bussola, il mio senso di orientamento è nullo. Quindi prima di tutto occorrevano le tracce GPS.
Le tracce GPS sono reperibili sia sul sito del Caminho de Fatima sia sulla applicazione Wikiloc, sia su alcuni siti del cammino di Santiago Portoghese. Non tutte le tracce coincidono esattamente per cui è stato necessario fare una sintesi e adottare un percorso, cioè costruire le mie tracce sulla mappa (tutto virtuale ovviamente).
Poi dovevo segnarmi i centri abitati lungo il percorso e tracciarli secondo il chilometraggio, appoggiandomi dove possibile alle tappe ufficiali ed inserendo le deviazioni o le tappe intermedie dove necessario.
Ho familiarizzato con l’area geografica e mi sono studiato le mappe e le strade, è stata una attività curiosa e divertente che ha occupato il mese di febbraio del 2023.
A questo punto avevo chiaro le zone dove avrei dovuto ricercare un alloggio tenendo conto che si tratta all’inizio di squallide zone industriali e successivamente di piccoli centri abitati. Il bello di questa fase è che il lavoro si basava tutto sulla immaginazione, considerando che tra un puntino e l’altro di Google Maps che magari sembrano vicini ci sono magari quattro, cinque chilometri da fare a piedi che a fine giornata non sono per nulla gradevoli.
L’individuazione di possibili alloggi collocati alle giuste distanze ha occupato il mese di marzo. E’ stato divertente.
Prima poi si doveva arrivare al conquibus, ovvero prenotare il volo; dopo una serie di tentennamenti, indecisioni, dubbi e menate varie il 6 aprile ho prenotato i voli Ryanair che ovviamente sono costati il doppio rispetto ai mesi precedenti (credo che questa gita fuori porta verrà a costare un botto di soldi !)
I giorni successivi sono stati dedicati alla prenotazione degli alloggi (camera con bagno privato) e siamo arrivati a metà aprile, meno di un mese dalla partenza e ….basta non c’erano più scuse bisognava macinare chilometri per fare la gamba. Ecco diciamo che questa parte è stata un pochino trascurata e in effetti sto partendo con un bel quaderno fitto di appunti, con una serie infinita di tracce sul Garmin e sul telefono, ma …… senza allenamento.
Questo mi riporta al mio stato di umarello in pectore, ma, cazzo, com’era bello in inverno stare al calduccio a immaginare il viaggio, quasi quasi non c’era nemmeno bisogno di partire davvero!


Ed eccomi finalmente solo soletto a Lisbona dopo un volo buono, emozionante l’atterraggio fra i palazzi col pilota che correggeva l’assetto del velivolo col joystick: oscillazione da Luna park.
Tutto secondo i piani: la metro è pulita, precisa, economica e chiara da leggere, ordinata e funzionale, ottima impressione. Sbarcato alla Placa do Pombal che è enorme, impressionante nel suo saliscendi circolare, individuato con qualche problemino l’alloggio Good Marquez Suites (71 euro) che sta nello stesso palazzo dell’Ambasciata del Belgio. La receptionist è un tantino spazientita perché non afferro il suo inglese che peraltro mi sembra corretto, ma il rincoglionito sono io che non seguo, non capisco e, a differenza del passato, non mi sforzo nemmeno di capire.
Finalmente in camera (cameretta) con finestra cieca su mezzanino (no spoiler).
Poi di nuovo Metro alla Placa do Comercio, bella, un po’ Trieste, un po’ Napoli o Barcellona o altre città di mare che non conoscerò mai.
All’Ufficio del Turismo non danno più le Credenziali del Cammino, di nessun Cammino che sia Santiago o Fatima è uguale, quindi informazione sbagliata ricevuta direttamente con e.mail dall‘ente del Turismo Portoghese e ahi ahi l’efficienza lusitana mi cade un poco, così mi sembra d’essere ancora in Italia.
Allora vado alla vicina Cattedrale da Sé che è pure l’inizio del Caminho: ingresso 6 euro e io da buon pellegrino non sono entrato. Qui hanno finito le Credenziali del Caminho di Fatima, ho il sospetto che le abbiano finite da molto, molto tempo, anzi che magari non ci siano mai state, in compenso per due euro mi hanno consegnato la Credenziale di Santiago, e va bene lo stesso, tanto per Fatima manco csiste la certificazione.
L’impressione è che non glie ne freghi niente del Caminho di Fatima e Santiago del resto è molto lontana, inizio a pensare che non saremo in tanti per strada e a me va pure bene così.
Poi ho fatto qualche, anzi molti giri nel quartiere di Alfama (due ore piene di giri) per vedere i vicoli caratteristici e cercare pure un ristorante.
In effetti di ristoranti, trattorie, bettole con Fado e osterie ce ne sono un miliardo e per tutti i gusti e baccalà e sardine quante ne volete; mi sono incaponito con Tripadvisor e ho cercato uno, due, tre posti assolutamente introvabili, o chiusi per turno o per cessata attività, alla fine ho trovato O Beco, anche troppo riservato, che aveva un sacco di pallini su Tripadvisor e mi sono fatto la mia prima Sagres e il “baccalao com Natas” che non so cosa sia, forse besciamella, panna o qualche altra cosa molliccia servita in una padella rovente. Non sono soddisfatto.
Nel frattempo noto che le donne di Lisboa sono belle e apparentemente morbide e gli uomini giovani e magri, sembrano calciatori del Benfica e mi suggeriscono nomi come Joao, Ricardo e Sergio, mi sembra di conoscerli da sempre, sono abbronzati e il colore della pelle è magnificamente sfumato dal bianco al nero. Invidio questa loro cadenza strascicata e dolce, come una serena tristezza da Fado.
Per i pochi che non lo sapessero il Fado è un genere di musica popolare tipica delle città di Lisbona e Coimbra, riconosciuto dall’Unesco come patrimonio intangibile dell’umanità.
Viene eseguito da una formazione musicale composta dalla voce (fadista) che dialoga con la guitarra portuguesa a 12 corde, accompagnati dalla chitarra ritmica o viola a cui possono essere aggiunti un basso portoghese (baixo) e una seconda chitarra portoghese.
Il nome deriva dal latino fatum (destino) in quanto si ispira al tipico sentimento portoghese della saudade e racconta temi di emigrazione, di lontananza, di separazione, dolore e sofferenza. Questo dice Wikipedia e chi siamo noi per dubitare ?, aggiungo che dopo dieci minuti di Fado la malinconia raggiunge inevitabilmente le parti basse dell’addome e fa cadere i coglioni a terra, in caso di maschi, cosa accade alle donne non so.
Comunque all’Alfama ogni ristorante che si rispetti ha qualcuno triste che canta il Fado tutta la sera fino a notte inoltrata, ecco perché è opportuno mangiare da qualche altra parte.
Caffè e gustosa pasterella portoghese in un bar davanti alla Cattedrale e rientro nella mia casa di stasera:
Puzza di fogna all’ingresso,
Puzza di fogna in camera
Scarafaggio gigante spiaccicato tramite scarpone e immortalato per la recensione che sarà pessima.
Insomma …….
In questo giorno ho molto guardato e poco pensato, non mi sono sentito solo, sono gasato al punto giusto e non vedo l’ora di partire.
Mi addormento col pensiero di sentirmi qualcosa zampettare sulle gambe e non è una bella sensazione, speriamo di riposare.
Fine della prima giornata.



Percorso snodato esattamente secondo i miei progetti invernali: 21 chilometri con pochissimi errori. Arrivato alle 15,45 locali stanco, molto stanco.


Il Miratejo, una sottospecie di residencial, nel suo pregustato squallore mi è parso un paradiso quando sbucando dall’ennesimo cavalcavia della ferrovia l’ho intravisto in fondo alla statale 10 dei miei sogni invernali, laggiù, proprio di fianco al distributore Galp e proprio come cento volte l’avevo esplorato su Google Maps. Che bello !
La camera è spartana ma profuma di pulito ed è una sensazione bellissima e necessaria, la signora è gentile e non pretende di parlare in inglese, si esprime nel linguaggio universale dei gesti: no documenti, 45 euro in contanti, nessuna registrazione, in cima alla scala a destra, ci siamo intesi benissimo e prima di salire mi sono fatto una Sagres gelata (adoro questa birra leggera come in Spagna ho adorato la Estrella Galicia, sarà un caso ?).


Incrociato tre pellegrini in tutta la giornata: il primo vicino alla Cattedrale, mentre stavo per partire, ci siamo parlati senza capirci, eravamo abbigliati da pellegrini e spiccavamo come due mosche sulla panna in mezzo a turisti e lisbonesi svaccati nei bar, e questo ci ha attratto l’uno verso l’altro: lui aspettava l’apertura della chiesa per la credenziale e il timbro, io invece ho fatto tutto ieri sera. Non ho capito se andava o tornava da Santiago o da Fatima o da un altro cazzo di posto, il mio inglese è primitivo. Addio.
Il secondo era un distinto signore di mezza età, pellegrino nei modi e nel vestiario, che cercava i segnali nel centro di Lisbona; abbiamo fatto qualche chilometro insieme, non più di un paio, uno avanti l’altro indietro di cento passi e poi viceversa, quello avanti inforcava un bivio e cercava la muta approvazione dell’altro con lo sguardo, e se si accorgeva di un errore tornava sui propri passi facendo un breve cenno di intesa all’altro. In effetti c’è un bel pezzo di Lisbona nel quale le segnalazioni del Cammino sono carenti. Lui viaggiava con un libro/guida molto approssimativo, io con il mio infallibile Gps da polso ma con minor senso dell’orientamento. Direi che siamo stati vicendevolmente di aiuto per quel poco che ci serviva. Ci siamo persi di vista dopo un po’ e senza rimpianti. Voleva stare da solo anche lui. In effetti credo che abbiamo scambiato non più di tre parole.
Il terzo era un asiatico in bicicletta con un discreto bagaglio distribuito su tutti gli appoggi del mezzo meccanico e non, che ho incrociato per pochi minuti sulla statale nr. 10 di Santa Iria. Credo che lui abbia proseguito su quella strada diretta ma pericolosa mentre io sono uscito subito verso un altro percorso, Ci siamo scambiati un “Buon Cammino” che detto a uno in bicicletta è un po’ un controsenso, ma non saprei cosa altro augurare.
A proposito della statale nr. 10, era una mia opzione della prima stesura quando decisi che mi sarei distaccato dal Cammino ufficiale per prendere una scorciatoia a mia capocchia personale.
Avevo già subodorato dalle foto che non sarebbe stato il caso ed avevo quindi individuato una terza ulteriore opzione, un poco più lunga ma più sicura, a fianco all’autostrada, una volta sul posto, poi, cioè oggi, ho avuto la conferma: traffico sostenutissimo sulla nr. 10 e niente marciapiede, pericolo costante e gas di scarico, sarebbe stata la via più diretta verso Santa Iria, ma una missione suicida ed io non sono qui per suicidarmi. Auguri al pellegrino ciclista con tratti somatici orientali. Io passo di là !


E’ stata una giornata dalle emozioni contrastanti: rabbia per la mancanza di indicazioni del percorso, delusione per il percorso stesso che è veramente orrendo diviso tra fatiscenti quartieri di Lisbona e la periferia infinita industriale, ferrovie, porto, autostrade fabbriche cavalcavia e tutta strada asfaltata. Unica zona interessante il quartiere del “Pavillao delle Nacoes” sul fiume Tago, moderna, imponente sfavillante, un poco fuori contesto e il grande ponte sul Tago, che qui si chiama Tejo.
Ma anche consapevolezza di farcela con le mie gambe e le mie scelte, soprattutto grande soddisfazione. Anche stupore infantile, curiosità, appagamento gioioso nel percorrere realmente le strade inseguite su internet per mesi, nel constatare di persona che avevo avuto le impressioni corrette. Mi sono divertito moltissimo quando ho trovato la mia strada alternativa che avevo pensato a casa e che si rivelava esattamente come immaginavo e il tutto ha funzionato bene. Bellissima sensazione.
Dal chilometro 17 ho avuto una crisi di gamba e di sconforto che mi ha accompagnato fino alla fine, l’ultimo tratto a fianco dell’autostrada con sole e camion è stato molto lungo e faticoso, mi sembrava di non arrivare mai.
Poi in camera a leccarsi le ferite e a bere Sagres. Cena al Miratejo stesso con “bife portugues” (bistecca alla portoghese ovvero con uovo affrittellato e montagna di patate) per un costo di 14 euro e 10. Discreta.
Prima di dormire ho studiato ancora una volta il percorso di ricongiunzione col Camino che mi aspetta domani mattina, saranno 4 chilometri di statale 10 che un poco mi preoccupano. Insomma per adesso sto bene, anzi benissimo, a pancia piena e senza puzza di fogna. Condiviso con la famiglia, con Fulvio e Andrea che sono i soli che mi seguono con interesse e affetto.
A domani.



Due tracce divise: la prima fino a Sobradinho 13,29 chilometri in 3 ore e 47 minuti fino alla sosta, poi da Sobradinho a Vila Franca de Xira 6,49 chilometri e 1 ora e 39, per un totale giornaliero di 19,78 chilometri.
Anche i percorsi sono stati a loro volta separati, il primo breve dal Miratejo fino al ricongiungimento col Caminho ed il secondo fino alla fine della giornata.
Alla fine i conti tornano con quanto previsto: la prima tappa ufficiale del Caminho di 44 Km è diventata due tappe distinte di 21 e 19 con alcune deviazioni che a forza di taglia, modifica e cuci hanno portato un risparmio di 4 chilometri e sono diventate adatte alle mie possibilità. Sono molto fiero di questo primo risultato tanto da consigliarlo ai futuri arditi camminatori.
Colazione sobria al Miratejo, a proposito in Portogallo fanno il caffè come in Italia. I primi chilometri sulla statale 10 sono stati molto brutti con un traffico bestiale, molti camion e niente marciapiedi. Ho trovato lì per lì una serie di deviazioni che hanno allungato un poco il percorso ma evitato il più possibile la statale con più attraversamenti della linea ferroviaria ad alta velocità che sta proprio fra i maroni del percorso che va un po’ di qua e un po’ di là. Poi un nuovo quartiere in costruzione sul Tago e finalmente il ricongiungimento con il Caminho. Quando ho rivisto la prima indicazione di Fatima mi sono sentito lo zaino più leggero. Dalla Praia des Pescadeores in poi inizia il vero cammino perché fino a questo punto ho attraversato Lisbona e la periferia, le cittadine satellite e la zona industriale, adesso finalmente siamo nella natura.

Molti chilometri fra canneti infiniti e una moltitudine di podisti ultraleggeri ed ultrasudati che non salutano, fa molto caldo anche di mattina. Da Alverca, dopo il museo dell’aereonautica, si rientra in una piccola zona industriale e poi di nuovo verso la statale 10 e la malefica ferrovia, ancora un po’ di qua e un po’ di là.



Vorrei fermarmi a mangiare qualcosa ma sono uno sprovveduto e non ho portato niente con me e per la strada non si incontra un bar o un alimentari nemmeno a pagarlo a peso d’oro. Alla fine arrivo in un posto che si chiama Sobradinho che pare un paese popolato e uscendo dalla statale trovo un baretto salutare dove sedermi e riposare un poco, mangiare, farmi una birra gelata e riordinare le idee. Il ragazzo di servizio al bar, il figlio, appare un poco ritardato, il padre è indaffarato con i tavoli del piano di sopra dove gli operai mangiano e va su e giù per le scale per non trascurare i clienti e nel contempo per dare sostegno al figlio evidentemente impacciato. Mi fanno una tenerezza infinita. Io passo di sfuggita, loro restano qui ! imprimo in memoria questa scena per ricordare sempre che esistono persone che ogni giorno affrontano con pazienza difficoltà enormi.
La prima traccia Gps si interrompe qui e da questo stesso posto parte la nuova traccia che mi condurrà a fine giornata.
Alla ripartenza da Sobradinho incontro Ricardo, l’unico essere vivente con il quale ho socializzato in undici giorni. Un tipo solare.

L’impatto con Ricardo è stato singolare: questo individuo in tenuta da mare mi stava seguendo da un po’ ed io da vero omarello, soli in mezzo al nulla, cominciavo a temere che volesse semplicemente fregarmi il portafogli, magari dopo una botta in testa, per cui cercavo di stare alla larga e non dare confidenza. A un certo punto visto che mi si era affiancato e non potevo più ignorarlo ci siamo parlati in inglese portogallato.
E come si fa presto a cambiare opinione e atteggiamento.
La storia di Ricardo è questa: sposato e con due figli è partito questa mattina da casa sua a Lisbona, una quarantina di chilometri fa, e intende arrivare a Fatima domani 13 maggio anniversario dell’apparizione ai pastorelli.
“Come farai ?” chiedo io, “camminerò giorno e notte”, dice lui, “e dove riposerai ?” dico io, “dove capiterà” dice, ed io dico: “cazzo!” (in italiano) e lui non risponde ma sorride.
Ora, come farà a fare 150 chilometri in due giorni io proprio non lo immagino nemmeno, ma mi fido di lui: è alto, longilineo e in forma, viaggia con la maglietta della nazionale di calcio portoghese, bermuda e scarpe di gomma, un cappellino e occhiali da sole, l’antitesi del pellegrino sovraccarico e ansimante, un gazzellone dinoccolato, gambe lunghe = falcata ampia.
Ha uno zaino microscopico e la determinazione nelle parole e nella leggerezza con cui cammina. Cavolo se mi piace ! arrivi pure a Fatima o dove lo porteranno le forze, ma quest‘uomo vorrei che vivesse vicino a casa mia e vorrei prendere molte birre con lui, anche senza parlare molto. Amo i sognatori, amo quelli che credono nelle sfide impossibili e questo è uno di quelli.
Non diciamo molto: qualche informazione familiare, qualche considerazione sulla strada da fare e una sana compagnia silenziosa. Dice che suo padre è un poco più vecchio di me e vive in Algarve dove cammina ogni giorno. “Bene a sapersi” dico “a me invece non piace camminare” e lui mi guarda un po’ sconcertato, “allora cosa ci fai qui ?” chiede, “Mah ! non saprei esattamente”, rispondo.
La strada è piacevole, si capisce che poco lontano si sta preparando una festa per la sera, si sentono le prove di un orchestrina e la frenesia di quelli che incontriamo per strada. Arriviamo infine a Vila Franca de Xira, io stanco morto e lui bello pimpante, ma io mi fermo qui e cerco il mio alloggio e lui prosegue. Ci facciamo una foto insieme, questa foto qui sopra, e ci auguriamo un buon camino, e tutti e due ne abbiamo davvero bisogno.
Rifletto sulla diffidenza che ho provato nei suoi confronti e penso che anni fa non sarei stato così, sono diventato cinico e sospettoso con l’età e la cosa non mi piace affatto. Se si fosse presentato Jack lo squartatore abbigliato da pellegrino con scarponi e zaino non avrei avuto alcun sospetto. Che sia diventato un benpensante ?
A malincuore lo lascio, attraverso ancora una volta la ferrovia e sono in paese. Mi consola pensare che da qualche parte di mondo Ricardo esiste davvero.
Girare significa conoscere realtà inaspettate, imparare, condividere anche solo un breve tratto di strada, accenni di vita. E’ fantastico.
Da casa mi inviano un video di Alessandro che inizia a camminare, è un messaggio per me, ci accomuna questa attività sulla quale siamo entrambi concentrati, ognuno col suo sforzo. Muoversi in libertà è una fortuna che non tutti apprezzano appieno.
Riguardo la foto con Ricardo: sembro incinto, mi vedo brutto, affaticato, goffo; non mi piaccio, specialmente in questa fase della vita, mi sembra di essere troppo simile al mio anziano fratello dal quale invece vorrei essere completamente diverso in tutto, quasi vorrei non ci fossero elementi che ci accomunano, e invece ! Se lui è veramente la mia proiezione nella vecchiaia sono preoccupato.
Si può essere amici con un fratello, o una sorella ? A me non è capitato e tutto sommato non ne ho mai sentito la necessità, i fratelli me li sono trovati nascendo e così siamo andati avanti per tradizione e appartenenza. Gli amici me li sono cercati e li ho trovati e più o meno intensamente custoditi, sono stati una scelta inequivocabile.
Pernottamento all’albergue/ostello “Suites & Apartments”, molto pulito ed efficiente e chiusura di serata in trattoria tipica “Espeto Real” (consigliato da Tripadvisor, ma….non mi freghi più).
Mangiato male: zuppa del giorno ovvero acqua bollente con tracce di bietola e “Arroz de Polvo”, specialità locale ovvero riso con moscardini in brodaglia. Mentre ceno alla tv trasmettono in diretta una corrida, una corrida vera intendo, quella con i tori, con giovanotti che per sport uccidono a sangue freddo animali fra le grida di giubilo degli spettatori paganti, con tanto di replay dei momenti più trucidi. Nella trattoria aficionados locali di mezza età sono molto presi dalla competizione fra toreri con la faccia di bambini e tori condannati a morte atroce, sono esperti e riconoscono toreri e banderilleri. Di corride ne hanno fatte vedere tre di fila. E già avevo mangiato male !
Notte tranquilla, oggi ho preso il sole.

Prima di dormire e ancora l’indomani mi vien fatto di pensare ancora a Ricardo: che strada starà percorrendo in quel momento, se sarà riuscito a raggiungere Fatima per il 13 maggio. E’ la cosa migliore che mi sia capitata oggi.

Tutta seguendo il tracciato tradizionale ben segnalato 21,38 chilometri sotto il sole di questo sabato, quando tocchiamo i 100 chilometri da Fatima per quasi 7 ore di marcia. Seguire il cammino è stato semplice e rilassante; è il terzo giorno di marcia e dovrebbe essere il più duro, domani si dice che andrà meglio perché fisico e gambe si saranno adattate a questo ritmo, ma i piedi fanno un po’ male, il secondo dito di entrambi i piedi, uno ha l’unghia pestata e duole sopra, l’altro è leggermente spaccato di lato e duole per lo sfregamento. Per fortuna calze e scarponi formano un tutt’uno col piede e bloccano i movimenti articolari delle dita, tanto da poter camminare agevolmente e con un po’ di precauzione. So comunque che dovrò convivere con questa situazione fino alla fine, non vedo l’ ora di arrivare a sera per ungere abbondantemente i piedi e infilare quegli orrendi sandali che non piacciono a nessuno ma che mi danno grande sollievo.
Finalmente lunghi tratti fuori dalle strade e comunque oggi non c’è traffico. Alle 12 incrocio il cippo dei 100 e chiamo famiglia ed i soliti amici per condividere la mia soddisfazione, sento che un poco di loro è con me.

In effetti sono contento, e sono pure digiuno come al solito, sto bevendo pochissimo ed è un errore che non posso permettermi, domani mi riprometto di rimediare ma intanto anche oggi non si trovano barettini o alimentari, pare che in questa zona ci siano solo paesi fantasma abitati da operai agricoli e non esistano negozi.
Ho avuto un poco di incertezza negli ultimi 6/7 chilometri perché temevo che seguire le indicazioni del Caminho mi avrebbero portato lontano dall’albergo e in condizioni di sole molto caldo, vento e strada sterrata ero molto affaticato. Sono arrivato stremato, completamente sulle gambe e si vedeva.
La camera alla “Casa de Rainha” fa un po’ schifo ma il bagno, seppure microscopico, c’è e la posizione è centrale nel paese.
Oggi per strada ho visto tre pellegrini in lontananza, ognuno per proprio conto, altre tre signore abbigliate da pellegrine le ho incrociate dall‘affittacamere ma non ci siamo detti alcunché, siamo tutti in là con gli anni e con scarsa voglia di socializzare.
Stasera ho deciso di fare la spesa al vicino supermercato supereconomico e mangiare nella cucina comune di questa brutta struttura. Sono riuscito a spendere 13 euro di stupidaggini anche se qualcosa mi servirà domani, tipo un pezzo di formaggio da mangiare a morsi come un selvaggio perché non ho coltello.
Ho deciso di modificare le ultime due notti portoghesi, una a Fatima e l’ultima a Lisbona, mi pare di averne vista anche un po’ troppa di città fino ad oggi e anche questo è il bello di non dover rendere conto a nessuno.
E adesso devo parlare della Feira de Maio de Azambuja.
Nella passeggiata post cena guardavo con curiosità le staccionate posizionate lungo le strade, come un corral e non ne capivo il perché, così mi sono informato, meglio tardi che mai. Il Ribatejo è la regione portoghese dell’allevamento dei grandi bovini e Azambuja ne è un centro importante.


Ogni anno a maggio, quest’anno inizia fra pochi giorni il 25 maggio, si svolge questa manifestazione molto sentita: è proprio come le nostre feste paesane, ma qui il tema sono i bovini in generale, i cavalli e naturalmente i tori: messa, sfilate, ballo, esibizioni, mostre di animali e corrida (da noi per fortuna manca la corrida).
Il paese si sta preparando: cavalli, cavalieri, tori e altri bovinidi più mansueti sfilano per vie del paese tutti agghindati e le staccionate servono a mantenere compatta la processione, hai visto mai che una mucca, o peggio un toro da una tonnellata si infili in casa di qualcuno.
A proposito della corrida portoghese detta tourada: differisce da quella spagnola ben più conosciuta sostanzialmente per un elemento: il toro non viene matato (sta per ucciso) nell’arena, ma dopo, con calma, dietro le quinte. Nell’arena i toreador si limitano a torturare e insultare (?) l‘animale fino allo sfinimento, risparmiando agli spettatori paganti lo spettacolo della morte in diretta. E’ perciò meno cruenta ? no, per nulla. E mi taccio una volta per tutte sulla tauromachia portoghese.
Giornata per la quale non ho altro da aggiungere. Comunque Azambuja non è poi un brutto posto ed io sto prendendo troppo sole.
Notte.



Un’altra delle mie pensate invernali: il percorso originale per questo giorno prevedeva il tratto da Azambuja a Santarem per 33 chilometri di difficoltà media. Troppi per me che lavorando solo sull’immaginazione e Google Maps ho inventato due tappe distinte: la prima da Azambuja mi avrebbe portato a Cartaxo, quella che faccio oggi, la seconda da Cartaxo a Azoja de Baixo, oltre Santarem, quella che farò domani.
Premetto che ho fatto una cazzata, ma al contempo anche adesso che sono qui non saprei individuare una alternativa migliore se non farsi un tappone lungo 33 km che solo adesso so essere nelle mie possibilità, visto che comunque ne ho fatti 27!
Insomma oggi si tratta di due percorsi distinti: il primo seguendo la rotta del Caminho fino a Morgado e il secondo lasciando la strada maestra per deviare fino al paese di Cartaxo, 9 chilometri e mezzo fuori rotta dal Caminho, del tutto gratuiti.
Come ho detto non è stata una grande pensata e lo sconsiglio vivamente. Oltretutto la strada alternativa da me individuata è la statale nr. 3 e percorrerla non è stato per niente bello, mi sono sembrati proprio chilometri e fatica sprecati.
E’ andata così, a volte si indovina altre si sbaglia, bello è che non devo rendere conto a nessuno, ma mi girano un po’ le palle.
E’ stata comunque una bella giornata piena di sole, belle strade e paesaggio e le gambe che cominciano a tirare come si deve. Il Tago in questo tratto è bellissimo e selvaggio e pare più pulito, si cammina fra distese infinite di campi di pomodori e aziende agricole tanto estese da avere piste di atterraggio per piccoli aerei da diporto.


Ma come si passa il tempo da soli ?
Stamattina ho fatto la prima registrazione, non voglio perdere pensieri, impressioni passeggere per poterle recuperare a mente fredda quando sarò meno stanco e meno impegnato sulla strada
“Domenica 14, neanche tre chilometri da quando sono partito sotto il sole in mezzo a canneti e campi di pomodori e sono già stanco. Cosa sto facendo ? Cosa mi spinge a fare questo viaggio ? da dove viene questo desiderio irresistibile di verifica ? questa sfida che mi mette alla prova, una prova dura che in questo preciso momento mi fa rimpiangere di non essere a casa con la mia famiglia mentre ci prepariamo al pranzo domenicale, tutti insieme, verranno i ragazzi alla spicciolata e Monica avrà cucinato per tutti, ci sarà il piccolo Alessandro, la nonna e il gatto, staremo insieme a pranzo e poi tutti se ne andranno velocemente per godersi la loro domenica e noi resteremo a rimettere in ordine con calma e soddisfazione, un’altra occasione in cui stare tutti insieme. Mi dispiace di non essere con loro, oggi. Saudade come dicono qui, nostalgia.
Non lo so cosa ci faccio qui, fra questi canneti in questa domenica di maggio; speravo che fosse un cammino di fede ma forse non lo è, e neppure è una ricerca di fede. Non ho fatto una riflessione su Fatima, non mi sono informato, non so quasi nulla sui pastorelli, sulle profezie, sulla storia del santuario o sulla sua venerazione. Né so cosa farò una volta arrivato a Fatima.
Di sicuro non prego, in questi giorni non ho mai pregato e non ne ho sentito la necessita. No, non è un viaggio di fede il mio anche se è un paradosso che proprio la fede lo abbia a suo tempo ispirato.
Non so cosa mi fa andare avanti: forse la sfida per dimostrare agli altri ma sopratutto a me stesso che ancora ce la posso fare anche alla mia età, ma in effetti non ho mai fatto una cosa come questa e quindi non ci saranno termini di paragone.
Non potrò verificare se sono come prima, piuttosto vedrò se sono diverso dal prima se sono in grado di diventare diverso, affrontare le cose in maniera diversa iniziando proprio da oggi e da questa strada.
Ogni anno, ogni periodo della vita che passa ci propone qualcosa di nuovo, ci costringe al cambiamento e anche quando le cose vanno bene è difficile vivere come si viveva dieci anni prima, o anche cinque o tre anni prima, quando il nostro corpo, la nostra mente cambiano e assorbono esperienze e amici e parenti lentamente a loro volta si trasformano.
L’ idea che mi sta venendo stamani mentre cammino sotto il sole è che forse in questo viaggio, come nel resto in quello che mi resta da vivere, devo avere pazienza, non dico fiducia, dico pazienza, può darsi che occorra tutta questa strada che ancora mi separa dalla fine per capire, per scorgere le motivazioni vere che mi spingono avanti, ma lo dico senza nessuna certezza o speranza, può darsi, in questo momento semplicemente non lo so. Non lo so.”
Quindi il tempo passa pensando, ma spesso neppure penso, mi guardo in giro con curiosità e lascio andare le gambe facendo molta attenzione a dove metto i piedi perché non voglio cadere o sbagliare strada.
Molto tempo lo passo canticchiando fra me, certe volte a voce alta, ripasso le canzoni degli anni 30 che sto studiando col mio maestro di musica, american swing, mi mettono allegria e mi fanno una compagnia incredibile. Di sicuro non mi annoio, sono fondamentalmente uno spirito solitario.


E alla fine eccomi a Cartaxo questa cittadina piuttosto grande che col Caminho di Fatima non c’entra una beata mazza. L’albergo Bathaloz House è pulito, ma il bagno non è in camera ma in fondo al corridoio, dovrei andare in giro in mutande e la cosa non mi piace per niente. La recensione risentirà profondamente di questo malinteso anche se la ragazza che mi riceve è premurosa e gentile.
E‘ domenica sera e tutto è chiuso. L’unico locale aperto per cena è un self service di sushi, tutto compreso a 15 euro, e allora ne approfitto per fare la mia prima esperienza sushiana.
Alla fine ho mangiato bene, mi sono saziato ed ho sperimentato.
La notte invece è un casino! tre giornate di sole e vento mi hanno ustionato braccia e gambe e non riesco a dormire. Alle due attraverso seminudo il corridoio e vado in bagno a mettermi sotto l’acqua fredda e spalmarmi dappertutto di crema per l’emorroidi che ho portato con me per precauzione, tanto sempre di infiammazioni si tratta. Ma il sonno è difficoltoso e riposare male dopo queste giornate non è bene.
Domattina assolutamente sarà necessario trovare una farmacia.
Visto che sono sveglio mi metto ad esaminare il problema che mi si presenterà domattina quando dovrò pagare il dazio di altri 9 chilometri inutili per ricongiungermi al percorso originario, ma che stavolta non voglio assolutamente fare a piedi: autobus se esiste o taxi, visto che in paese ci sono.
Presa la decisione mi sento più tranquillo e mi addormento




Mattina difficile dopo la solata di ieri pomeriggio, non ho dormito bene, ma in genere non dormo bene in questo viaggio.
Stamattina alle sette mi sono svegliato con due problemi da risolvere: il primo era proteggere braccia e gambe ustionate, quindi ricerca di una Farmacia e abbondante spalmatura di crema antiscottature specifica, oggi si viaggia con pantaloni lunghi a camicia con maniche abbassate. Fatto !
Il secondo problema era trovare il mezzo che mi portasse fino al bivio con la strada poderale che a sua volta mi avrebbe ricongiunto col cammino, il tragitto individuato questa notte.
Non si riesce a trovare un autobus in questo paese, né indicazioni, o informazioni in merito, ho tentato anche con l’applicazione Bolt ma dopo aver fatto tutti i passaggi corretti non dava alcun mezzo disponibile in quel giorno per quella tratta (e ti credo). Per fortuna ci sono i taxi, i benedetti taxi ed il buon tassista Djogo per 12 euro ben spesi mi ha fatto risparmiare 10 chilometri di una strada incasinata piena di traffico in una giornata di sole caldissimo, goduti invece nel fresco dell’aria condizionata della macchina, e mi ha scaricato a destinazione in pochi minuti. Fatta anche questa.
Oggi tre tracce gps per tre percorsi distinti.
La prima traccia va da Cartaxo al bivio Estrada do Peso, quei 10 bei chilometrucci fatti sul taxi, la seconda a piedi dalla strada poderale di connessione al Caminho nei pressi della pista di aviazione leggera e da qui fino alla città di Santarem, sono poco più di 6 chilometri.
Infine terza traccia da Santarem a Azoja de Baixo dopo poco più di 9 chilometri.
Molti chilometri su strade provinciali con asfalto e il traffico del lunedì, brutta tappa con saliscendi, “mangiaebevi” direbbe il mio amico Andrea, e la salita di Santarem che mi ha provato fisicamente (a me basta poco).
Nella bella città di Santarem il Caminho di Fatima prende la propria strada allontanandosi malinconicamente da quello per Santiago. Nella rotatoria principale si passa fra quegli alberi e la palazzina bianca della foto qui sotto. In giro si vede qualcuno acconciato come un pellegrino, ma vanno tutti inesorabilmente verso destra, verso la lontana Santiago e ho la certezza che anche quei rarissimi incontri avuti fino ad oggi per strada saranno un ricordo. Da ora in poi sarò veramente solo sul Caminho, sembra che nessuno vada a Fatima a piedi.

Dopo il cavalcavia sull’autostrada il paesaggio si fa più bello, superato il cippo dei 50 chilometri a Fatima Il percorso è ben segnalato e mi gusto il panorama senza timore di perdere la rotta.

Arrivo a Azoja molto presto, poco dopo le 15 come un vero pellegrino, ma il fatto è che oggi ho percorso non molti chilometri, poco più di 15 a piedi, ed il ritmo è diventato costante. Mi sono organizzato per bere spesso: viaggio direttamente con una bottiglia d’acqua in mano che consumo a piccoli sorsi frequenti. In effetti sento che il corpo è più idratato e si viaggia meglio.
Ormai prendo con regolarità due Tachipirine al giorno, integratori al Magnesio, Taurina e Glucosamina e bustina di Oki quando serve per il doloretto ai piedi, insomma sono strafatto, ma vado come un diesel.
Arrivato a Azoja resto un poco sconcertato. La storia di questo fine tappa è questa:
Azoja de Baixo è un piccolissimo paese sul Caminho e l‘unico fra Santarem e Fatima con un posto dove dormire: un ostello. Questo lo sapevo già prima di partire, mesi fa, e sapevo che dormire in una camerata di 40 letti non mi sarebbe piaciuto, ci sarebbe anche nella stessa struttura un appartamento grande dal costo di 110 euro ma mi pareva, e sarebbe stato, un vero spreco di denaro.
Così ho fissato per tempo un letto in dormitorio alla modica cifra di 28 euro con molta riluttanza. Su mie richieste costanti mi hanno rassicurato già un paio di volte che sarei stato il solo ospite dell’ostello e questa magnifica notizia me la confermano anche adesso che sono davanti al portone, con una e.mail asettica con la quale mi dicono appunto che sarò solo, quali sono codici per entrare e come chiudere l’uscio alla partenza. Tutto per e.mail senza vedere nessuno perché in effetti …..non c’è nessuno ! Non c’è anima viva nell’ostello (benissimo) e non c’è anima viva in paese (malissimo). Paese fantasma. Ho girato in lungo e in largo per i vicoli di Azoja e sono rimasto basito: non c’è manco un cane, o quasi, un vecchierello mi dice che l’unica trattoria è “fechada la segunda feira” ovvero chiuso il lunedì, e oggi è appunto lunedì. Non esistono bar né alimentari, spacci, bazar, chioschi o bancarelle.

Tenendo conto che in tutto il giorno ho mangiato solamente una banana e due arance mi si prospetta una giornata di digiuno. Mi prende l’ansia da fame, devo fare qualcosa.
Ma intanto esploriamo il temutissimo ostello.
La struttura è bianca, grande, esageratamente vuota e quindi deduco che posso fare come mi pare. Così la giro tutta: dormitorio, cucina e refettorio, magazzino, lavanderia, locali dello staff e anche gli appartamenti che sono due e sono aperti, uno ha ancora i letti disfatti ma anche una comoda poltrona sulla quale mi svacco a riposare. La camerata ha una quarantina di letti a castelli di tre, tutti disfatti ad eccezione del primo in basso appena all’ingresso, deduco che sia il mio posto. Le docce sono sporche e nel water non si può gettare la carta igienica che va depositata in un cestino a parte, quindi avremo un cestino pieno di merda nel bagno vicino a dove dormirò. Ottimo ! Penso che mi converrebbe andare a cacare in uno degli appartamenti ma mentre sto elaborando la cosa compare un tizio dal nulla, un inserviente non parlante, che chiude a chiave gli appartamenti e gli altri locali, raccoglie un po’ di immondizia sparsa, ma solo un po’, e se ne torna nel nulla. Riesco solo tramite gesti inequivocabili a farmi dare la carta igienica che vedevo pericolosamente scarsa.
Comunque me la godo da solo, questa qui sotto è la foto della camerata: il mio letto sta subito dopo la porta di sinistra, i bagni sono accanto. I maschi sono opportunamente divisi dalle femmine perché i primi entrano dalla porta di sinistra e le altre da quelle di destra. Fa niente se lo stanzone all’interno è tutt’uno.

Rimesso in sesto con doccia riparto alla ricerca di cibo. Gira di sopra e gira di sotto nelle stradine del minuscolo paese trovo sottostrada un locale buio, una specie di baretto: “Traz do Jogo – Vinhos e petiscos” recita la piccola insegna rustica. Il locale è buio, vuoto e povero. Dal nulla compare una signora di una certa età vestita di nero che sarebbe la barista che abita al piano di sopra e scende in bottega quando vede arrivare qualcuno e a quest’ora di pomeriggio evidentemente non aspetta nessuno.
Non è cordiale e neanche ciarliera. Prendo una birra per farmela amica e a questo punto parte una pantomima, una piccola recita che io interpreto in porto-iberico-anglo-italiano e lei risponde solo con i cenni della testa: no, no e no.
Io chiedo se si può mangiare questa sera in questo localino accogliente? Risponde scuotendo la testa: “No !”
Si può avere qualcosa di petiscos ? tipo panino, frittatina, hamburger, baccalà alla livornese, tonno in scatola ? Lei risponde scuotendo il capoccione: “No !”
Ma è proprio sicura ? vede, io sono un pellegrino pedestre, pedante, pedissequo, non ho niente con me, solo lo zaino che ho a casa anzi nell’ostello del vostro ridente villaggio e….. Lei risponde: “ Nein !“
Ma posso pagare sa, non sono ricco ma ho i miei bei euro da spendere, vede ho appena ordinato una birra e l’ho subito pagata, in contanti. Lei irremovibile: “Niet !”
Signora, maledetta puttana (questo l’ho solo pensato), ma non ha un cazzo in questa bottega ? Lei allarga le braccia.
Basterebbe un po’ di pane …… Ella fa cenno accondiscendente, che vuol dire “si potrebbe fare, se proprio insiste…”
E un poco di formaggio ? aggiungo io incontentabile. E lei miracolosamente muove la capoccia su e giu. Evviva, pane e formaggio si può fare.
E magari un pochino di prosciutto, jambon, presunto, mortadella o come si dice insisto io ? e lei scuote di nuovo la testolina: “Noneeee ! , solo pane e formaggio “
Grazie signora, tegame malefico, verrò alle otto mia salvatrice, donna della provvidenza, baldracca, ti amo alla predizione, va bene ? “Si !” fa lei, va bene.
Fine del primo atto.
In attesa del secondo atto, che sarebbe la cena alle otto, ho immaginato che in un paesino di cento abitanti a esagerare, sperduto tra le colline portoghesi se capita un pellegrino straniero a piedi che si reca a Fatima per devozione si dovrebbe fare festa e l’ostessa quando dice pane e formaggio intenda come minimo una coppia di pane appositamente cotto nel forno di casa e una moltitudine di formaggi spremuti dalle pecore locali ai quali magari si aggiungano due pomodori, un cetriolo e insalata a volontà e magari due ova sode che non guastano mai.
Così alle otto spaccate parto per il secondo atto e mi reco pieno di aspettative e di fame al Traz do Jogo dove sostano nel buio tre avventori abbrutiti dalla fatica che bevono birra e vino in silenzio e la signora, sempre in silenzio, mi presenta numero uno miserrimo panino e tre o quattro sottilette !
Tutto qui ! Ho provato a chiedere il bis ma non c’è stato niente da fare. E ho pure pagato 8 euro.
In sintesi questa è la differenza fra il cammino di Santiago e quello di Fatima. Fanculo a questo paese di merda.
In camerata la porta a vetri dista due metri dal mio letto e mi inonderà di luce all’alba perciò sarà meglio andare a dormire presto. Non c’è campo per il telefono, quindi non c’è internet per avere una distrazione, mi infilo nel letto appena fatto buio dopo essermi cosparso di unguenti atti alla sopravvivenza e tutto sommato ho ancora buone sensazioni, sarà la fame ?
