Il baratto

Felice Cocquio è un dipendente del catasto di trentanove anni, alto e con un portamento da gara da puledro purosangue. È insomma un uomo fascinoso. Ha alle spalle un matrimonio fallito con una pazzoide nevrastenica con manie di grandezza di nome Ivana  con la quale era impossibile vivere e che lo aveva ridotto uno straccio.

Il divorzio gli è costato una franata, ma mai soldi furono spesi meglio.

Lei, dopo esser passata da uno psichiatra a un analista, da un esorcista ad un guaritore sembra abbia trovato un certo equilibrio in una comunità di buddisti del casentino, dove conduce una vita ascetica, si dice, e si accontenta di pochi lussi, cosa che pare un po’ singolare viste le sue abitudini di vita precedenti.

Erano due ottimi ballerini da gara, le volte in cui lei non aveva le paturnie e lo piantava in asso, adesso Felice è un ballerino singolo perché non vuole più sapere di far coppia fissa, né in sala da ballo né  nella vita.

Felice e quasi un uomo felice, il quasi è relativo ai brutti ricordi impressigli dalla ex che, generalizzando, ha esteso a tutto il genere femminile.

Intendiamoci Felice non ha cambiato tendenze sessuali e non si è rinchiuso in se stesso, è soltanto che non vuole più avere rapporti impegnativi con nessuna donna.

Così vive da solo in una casettina di periferia, ma senza una mogliettina semplice e carina, ed è proprio come piace a lui !

Guadagna bene e dopo aver passato gli alimenti a quella pazza della ex, gli resta quanto basta per fare una vita discreta senza sacrifici: orario di lavoro che termina alle due e  tanto tempo da dedicare a se stesso: sport, bei vestiti, e frequentazioni di cinema e bar con gli amici del cuore. Al sabato sera ballo, per gusto e per questione di sopravvivenza.

Felice Coquio è felice del proprio menage e della sua vita affollata di presenze e priva di contenuti, è un uomo trasparente, tanto trasparente da far sorgere il dubbio che sia proprio vuoto, nell’ambiente dicono che è semplicemente un furbacchione che sa come prendere le donne.

Felice balla bene e balla di tutto, classico da sala, latini caraibici e tango, oltretutto è di aspetto gradevole, si veste con eleganza, ha soldini da spendere e non è un micragnoso, tutte cose che piacciono, eccome se piacciono !

Felice ha una gestione amministrativa piuttosto complessa delle serate tra quelle dedicate alle donne e quelle agli amici, segue delle regole precise per non confondersi, ma in caso di emergenza  è libero di rinunciare a qualunque impegno senza troppe giustificazioni e sensi di colpa.

Felice si divide scientificamente tra quattro sale da ballo: il Babilonia il primo ed il secondo sabato del mese, il Caprice, il terzo sabato del mese, il Flamenco l’ultimo sabato ed il Blue Moon tutti i venerdì.  A Pasqua  e Natale riposa e va a trovare la zia a Villafranca.

Analogamente si divide tra molteplici donne e con tutte ha stretto da anni rapporti chiari e limpidi e di reciproca soddisfazione.

Tutto è nato casualmente e si è sviluppato nel corso del tempo, quando le sue varie ballerine sparse per città e provincia hanno capito che non sarebbe mai divenuto un partito affidabile con cui costruire qualcosa di serio. A quel punto hanno smesso di considerarlo una bocconcino da impalmare ed hanno avviato a trattarlo per quello che è: un uomo solo, impenitente e senza sentimenti e  con tanto bisogno di donne in senso lato, ma molto lato.

Non avendo più una madre protettiva da molti anni l’unica presenza femminile costante nella vita di Felice è un spaventosa donna delle pulizie filippina difficilmente classificabile come donna, che tre volte a settimana gli sistema la casa, il resto nisba.

Felice è ancora giovane  e pimpante ed i bisogni sessuali non se li può gestire in proprio, tra le donne con le quali balla attraverso una selezione naturale è emersa pian piano l’Amina Allori, una moretta cinquantenne di bell’aspetto, anche lei felicemente separata, che non ha nessuna intenzione di rifarsi una vita di coppia e che sta benissimo da sola.

L’ha conosciuta al Babilonia, un  locale di liscio dove lui spadroneggiava in pista e tra i tavolini con quell’aspetto distaccato ed elegante. I due si sono piaciuti e si piacciono fisicamente,  ballano, parlano e fanno vita di coppia all’interno del locale, poi finiscono a letto in casa di uno dei due e trascorrono così un bel sabato sera, al mattino ognuno a casa propria ed alle proprie abitudini consolidate e stop per quindici giorni, fino al prossimo richiamo delle gonadi. Un menage di reciproca soddisfazione fra due persone mature che non chiedono più di innamorarsi.

Contenti loro, contenti tutti !

Quindi l’impegno al Babilonia è legato al liscio e all’Amina e alla soddisfazione di certi bisogni primari che niente hanno a vedere con l’amore platonico.

Differente è il caso del Caprice.

Il Caprice è una milonga, un locale da ballo specializzato in tanghi, milonga e vals argentini dove vanno gli specialisti e i fissati di questi balli e se ci capita un estraneo che non conosce l’ambiente rimane basito aspettando invano un fox trot.

Qui Felice ha una schiera di puledre di varia stazza ed età che lo aspettano a gloria per fare un ballo decente con un vero macho fra tanti smidollati che saltellano strascicando i piedi e  illudendosi di tangare.

Tra ganci, parades e ocho cortado,  Felice si divide equamente tra le frequentatrici del Caprice con balli accalorati e passionali nei quali la passione è solo figurata.

Fra queste dame di compagnia la storia con l’Antonia, un fisico tirato a lucido dal body building giornaliero e una abilità straordinaria nel tango, è nata per caso quando lei, timidamente anni fa gli chiese di insegnarle qualche nuovo passo dichiarandosi disposta a pagare. Felice è un galantuomo e mai avrebbe accettato soldi da una donna, ma parlando del più e del meno scoprì che lei era appassionata di cucina e fra un convenevole e un’allusione finì che l’Antonia un bel sabato si presentò con una vaschetta di sugo all’arrabbiata pronto per condire gli spaghetti.  Felice gradì assai.

Da allora è consuetudine che il terzo sabato del mese, Antonia prepari qualche leccornia la metta sotto vuoto e la porti in sala da ballo per consegnarla a Felice, non  come pagamento delle lezioni, ma come pensiero gentile nei confronti di uno scapolone incapace di cucinare. Così, visto che le dosi sono andate aumentando e le vettovaglie dovevano durare più a lungo, Felice se ne torna a casa dopo il tango come se tornasse dal supermercato, quando con pentole di ribollita, quando con conserve di mirtillo, quando con barattoli di pesto alla genovese fresco e profumato.

E tutti sono contenti.

Poi c’è il Flamenco, l’ultimo sabato del mese: qui si balla latino e caraibico.

Questo è il regno delle gemelle Tramonti, Alba e Luna, che se lo contendono tra salsa, merengue e cha cha cha. Le sorelle sono note in città per il negozio di tessuti e passamaneria Tramonti, operativo nello stesso vetusto locale dal 1915 e già fornitore della real casa nel segmento bottoni e cordoni per tendaggi.

Le gemelle Tramonti hanno a che fare quotidianamente con le sartorie industriali, dunque quale miglior fornitore per vestiti, ma anche rammendi e aggiustature degli abiti per Felice.

Le sorelle in cambio della sua disponibilità illimitata a sequenze di balli frenetici sono sempre pronte a darsi da fare per trovare il negozio o la sarta giuste per rispondere alle richieste di Felice, e le richieste sono molteplici perché lui è un vero vanesio.

Recentemente  hanno pure disegnato e prodotto dei bottoni su misura per lui, con l’immagine minuscola di una ballerina, che lui desiderava tanto per la sua nuova giacca nera a due petti.

Ah, questi uomini ! sospirano  le gemelle, e lo guardano orgogliose come fosse un  figlio un po’ discolo.

Infine il Blue Moon, locale sul mare che vede Felice in azione tutti i venerdì sera: qui non ci sono partner affezionate, ma tre grandi piste dove ballare latino e caraibico, discodance e liscio e un mucchio di gente,  un paese del bengodi per i ballerini scapoli con tante donne sole che non cercano di meglio che un’avventura o una relazione, un ottimo bacino di utenza dove trovare di volta in volta una esperta in manicure o una fisioterapista, un’affidabile commercialista per la denuncia dei redditi, o una bancaria per consigli sui risparmi.

A dire la verità servirebbe anche qualcuna che sapesse stirare i capi delicati meglio della filippina, ma convincere le donne a venire a casa a stirargli le camicie in cambio di una polka e una mazurca è un po’ più difficile, non gli è ancora riuscito !

Provateci un po’ voi se ne siete capaci.

Il reperibile

Claudio: un uomo, un perchè

Dal nomen latino Claudius, che significa letteralmente claudicante, zoppo, anche se altre teorie fanno derivare il nome dal sabino clausus, che significa chiuso.

Il nostro Claudio, invero, non è zoppo, poichè balla piuttosto bene, né chiuso, in quanto risulta anzi molto aperto e disponibile verso gli altri.

E’ difficile far rima con Claudio: ha un accento sdrucciolo sulla prima sillaba,  vengono bene solo audio e gaudio, che gli si addicono certamente, o altre un poco forzate come agrario, ammalio, anacardio,  antiorario, antiparassitario, antipolio, antiquario,  acquario, armadio, armamentario, armonio, ascidio, assedio, assegnatario, astrolabio, ausiliario, autoferrotranviario, autoritario,  aviario, aviatorio, avorio,  avversario,  azionario, solo per citare la “a”, che forse non sono troppo adatte a lui.

Troppo complicato un pensiero in rima

Ci sono Claudio famosi: cantanti come Villa, Abbado, il pianista Arrau,  attori come Amendola e Bisio, calciatori come Marchisio, Gentile o il portiere Claudione Garella, politici come Claudio Fava, Scajola e Signorile, il fisico e informatico Claudio Allocchio o il mitico Claudio Lotito.

Il nostro Claudio è un signore un poco demodè: gira in giacca e cravatta, è compìto e di modi gentili, porge la destra alle signore e non disdegna abbigliamenti teutonici con tanto di sandalo e calzino grigio, sembra uno zio impiegato al catasto che riporta alla memoria racconti  borghesi del novecento.

Ma il nostro Claudio è anche moderno: munito di cinepresa o magnetofono registra le sensazioni della signora e dei compagni, non come farebbe un papararazzo qualunque  per spiarne i movimenti o deriderne i gesti, bensì per goderne appieno con loro nella serate di ricordo e nostalgia. Niente a che vedere con i cattivi esempi di oggi, piuttosto un testimone, un benevolo biografo di giorni spensierati.

E’ un poco distratto a dire il vero, certe volte confonde i nomi o si fa portare via borsellino e documenti con un poco di ingenuità, ma da vero signore non inveisce e non sbraca, assorbe con dignità e sorrriso sulle labbra, chiunque altro avrebbe sclerato in quel caldo pomeriggio di Atene, ma lui no, non fa una piega. Si limita ad assolvere alla fastidiosa incombenza della denuncia del caso e riprende a ballare con la consenziente Cristina  da dove si era interrotto, senza nemmeno un moccolo!

Quando ci vuole Claudio c’è,  e”se non c’era ci andava messo “, lui è il nostro “reperibile” .

A noi piace così !

Ecchec………….

Eccheccazzo lo chiamano così perché ha questo intercalare particolare che sputa fuori ogni dieci parole in un linguaggio sconnesso tipico di chi non solo non ha studiato, ma si è sempre rifiutato di imparare qualunque cosa,  il suo vero nome però è Ernesto, “come Che Guevara”  dice lui, confondendolo con un calciatore peruviano del River Plate.

Ernesto è un bruto, un animale privo di lessico e grammatica, e anche di una qualsivoglia forma di educazione, abituato a chiedere le cose direttamente senza troppi giri di parole che sia il pane al fornaio, le sigarette al tabaccaio o un giro di ballo a una damigella seduta al tavolo del Risciò, un locale da puttanieri nei pressi delle terme che frequenta la domenica sera: donne ingresso libero, uomini venti euro con bevuta e tanta robina di seconda e terza mano, si fa per dire, da guardare con bramosia ed invitare in un allacciato ballo del mattone.

Lasciamo perdere lo stile del ballo, a Ernesto della tecnica di base, dei passi e delle figure non gliene frega niente, come non è in grado di distinguere un tango da un valzer, tanto lui balla tutto allo stesso modo, afferrando subito in una stretta letale la malcapitata e spingendo avanti le cosce  “Eccheccazzo, siamo qui per rimediare non per fare mossette da finocchi “ è la sua filosofia piuttosto elementare.

Si presenta in sala agghindato col vestito della domenica, un gessato comprato all’outlet,  grigio con strisce bianche tanto larghe che pare un carcerato, scarpe a punta e camicia aperta sul collo, impomatato e profumato di colonia al pacciuli.

Si piazza su uno sgabellone del bar e ordina subito una sambuca con la mosca.

“Eccheccazzo, non c’è giro stasera mi pare “ vocia al barista che fa cenno di si con la testa, poi si mette a scrutare scientificamente metro per metro la sala in cerca di qualcuna da trascinare in pista col suo fascino da uomo delle caverne “niente fronzoli effeminati di chiacchiere e sguerguenze, eccheccazzo”.

Inquadratane una nel mirino non pone tempo in mezzo e si avvia rapido verso la sventurata,

Ernesto di modi spicci e grevi che quando si avvicinava al tavolo dove sta seduta una femmina per rinvitarla a ballare partiva sempre con un “andiamo !” accompagnato da un movimento della testa, ha avuto nel tempo centinaia di rifiuti e rispostacce fino a  convincersi a cambiare tattica e moderare i toni. Qualcuno con uno sforzo disumano gli ha spiegato un po’ di buone maniere, ora si presenta con un “permette signora” decisamente forzato e molto formale al quale però, se segue un tentennamento della dama, fa seguito un energico “allora, ti decidi o no, eccheccazzo”  che non promette niente di buono.

Qualche coraggiosa o distratta accetta l’invito, diciamo non più del due per cento di quelle a cui chiede, e si incammina verso il supplizio: appena lo sentono stringere e spingere il bacino si rendono conto  di che pasta è fatto “tu vedrai che la sentono la differenza  fra un gne gne gne di ballerino rifinito e uno sodo come me”  si illude lui,  ma ormai l’errore è stato fatto e per buona educazione non si molla il ballerino a metà ballo a meno che questi non allunghi le mani per tastare dove non è consentito.

Con Ernesto ogni tanto accade anche questo obbrobrio e di conseguenza vola qualche sberla di femmine infuriate alle quali Ernesto risponde con aria stupita “eccheccazzo vieni a fare a ballare se non ti garba pomiciare !“ che rappresenta poi la sua regola di vita sociale.

E’ evidente che Ernesto non raccatta molto, non è insomma molto popolare come cavaliere, se la cava un po’ di più con certe tardone allupate che piglierebbero volentieri anche un  maniaco  pur di passare la serata in compagnia e che abbondano al Risciò. Con una di queste, di nome Donata,  si è piano piano instaurato un rapporto fatto di maniere brusche e schiette, strofinamenti nel mezzo della pista e palpate sulle poltroncine fino a amplessi furibondi sui sedili della opel tigra di lui parcheggiata nel piazzale vuoto dell’ipermercato.

Non si può dire sia una coppia anche se a forza di esclusioni e rifiuti delle altre è rimasta praticamente la sola a dargli spago, diciamo che non ha fatto fatica a sbaragliare la concorrenza.

La Donata del resto si accontenta di poco:  dopo una vita burrascosa ed una fama di ragazza poco seria  meritatamente conquistata sul campo, si e ritrovata sola proprio nell’età di mezzo e con un fisico che la tradiva debordando in diversi punti.

Con cellulite, smagliature e dieci chili di troppo distribuiti fra seno e fianchi diventa difficile poter scegliere l’uomo per la serata, anzi diventa difficile che qualcuno ti scelga per la serata, così Ernesto le va di lusso, non è così male come sembra, basta saperlo prendere e sopportare qualche ruvidità, ma, suvvia, non siamo educande !

Perché racconto di lui ? Perché lo conosco da una vita e so che in fondo, ma proprio in fondo, è un brav’uomo, migliore di quanto appare e fa un po’ tenerezza vedere che mette quasi paura agli estranei mentre sotto sotto è un timido. Certe volte ho dovuto scusarmi con gli altri per il suo comportamento greve, altre l’ho difeso dalle malelingue e dagli scherni, un paio di volte l’ho portato via di peso prima che lo menassero.

Insomma io gli sono un pochino amico e lo sopporto, c’è di peggio nella vita, e poi sono convinto che non si può giudicare sempre  dalle apparenze, eccheccazzo !!!!

Val di Forfora

Vi voglio raccontare la storia di  Nunzio Rapolano, noto trombino della Val di Forfora emigrato in città a seguito della rilocalizzazione della cartiera per la quale fa il rappresentante con un certo successo grazie alla sua disinvoltura.

Nunzio, tassativamente scapolo per scelta di vita, è un uomo di quarant’anni o giù di lì col cervello di un diciottenne in crisi ormonale. Non  molto alto e tirato a lucido, ben vestito e dalla parlantina sciolta, giusta per vendere carta da pacchi o raccattare femmine, possibilmente in calore.

Ha un sesto senso per le donne pronte a darsi da fare, Nunzio, le individua tra cento altre e difficilmente sbaglia un colpo, è un mago per tutti i maschi della Val di Forfora.

In città e meno noto, ma in certi locali  come il Pigia Pigia o il Babaluba si è già fatto una nomea di galletto che lo precede e, incredibile ma vero, ne facilità l’azione anziché danneggiarlo. Certe donne se le cercano proprio le rintronate dei bellimbusti !

Le sue regole di vita sono note tra i maschietti aspiranti trombini della Val di Forfora che se le citano volentieri l’uno con l’altro, davanti ad un bicchiere ai tavoli dei bar degli sfigati:

“Le donne bisogna sbrancarle per acchiapparle una a una”  che significa che una donna sola è più malleabile di quelle che fanno gruppo, dove c’è sempre di mezzo la saggia che rovina la festa, generalmente la più racchia piena di consigli giudiziosi e prudenti.

Oppure l’universalmente noto “Ogni lasciata  è persa” che significa ovviamente che non bisogna rinunciare mai, o anche la meno nota “Ogni uomo ha una donna dentro, in genere è una lesbica” .

Oppure la volgarissima massima che può essere utilizzata pure come battuta, da usare però con moooolta cautela: “Per natura, la donna ideale deve soddisfare due sole regole: dartela e non rompere i coglioni” .

Beh, le regole lui le sa a memoria anzi c’ha l’imprinting nel dna e certi atteggiamenti conseguenti gli vengono naturali, senza sforzo né vergogna.

Un tipo pericoloso per le donnine avvedute, capace di stravolgere la vita delle ingenue credulone con promesse di fidanzamenti che mai si realizzeranno e prove d’amore richieste dopo tre balli.

Perciò donne, attente al Nunzio sempre affamato di topa, specie nella città dove vive  e nei locali che bazzica, io ve li ho segnalati per avvertirvi.

Anzi, vi dirò di più: come fare per riconoscerlo.

Vestito elegante quando va in sala, sempre in nero, pantalone, camicia e scarpe, e anche mutande e calzini per chi avrà la cattiva sorte di vederli, senza canotta della salute e solo con un pendaglino al collo a forma di cuore infranto.

Odore di  colonia muschiosa da vero maschio che non deve chiedere mai e che invece chiede di continuo, capello brizzolato e riccioluto, baffettini sottili e denti bianchi, un vero fighetto. Gli darei di quei ceffoni !!!

Nunzio balla, ma non si sforza troppo, per non sudare ed affaticare i lombi che servono  a ben altro, perciò lo troverete a fare passettini di salsa o di mambo senza scomporsi, non lo vedrete certo impegnato in veloci cha cha o scatenate merengue, piuttosto il suo momento clou è quando l’orchestra attacca i lenti da struscio, allora lui si accamperà nel mezzo alla pista con la vittima sacrificale di turno.

Nunzio difficilmente si sbaglia: quando balla con una donna è dopo una selezione di sguardi e soppesamenti caratteriali, analisi del sangue e introspezioni psichiche che il suo cervello latino e maschilista  elabora alla velocità di mille gigabyte al secondo e restituisce con un sorriso ammiccante e una regola inderogabile: attaccare solo con quella che ci sta.

Nove volte su dieci si sa come andrà a finire: la povera pecorella finirà nella tana del lupo, nella fattispecie il suo scannatoio arredato in stile sadomaso.

Una notte di passione con mille promesse e all’indomani arrivederci e grazie.

Senza scampo e senza futuro, e poi sarà pianto e stridor di denti.

Signore e signorine io vi ho avvisato, non ce l’ho particolarmente con Nunzio, del resto siamo compaesani, anche io sono della Val di Forfora, solo che mi spiace vedere tanto spreco di passione e sentimento con un mascalzone quando ci sono in sala dei bravi ragazzi come il sottoscritto!

Equilibrio

Nel ballo l’equilibrio occupa un posto importante. Possiamo dire che è essenziale mantenere tre genere di equilibri: personale, di coppia e di movimento.

Porco cane, detta così sembra proprio difficile !

Giannino Gallinacci in fatto di equilibrio non temeva concorrenti: fin da bambino camminava per divertimento sul cordolo dei marciapiede un passo dietro l’altro senza scomporsi, saliva su tutti i muretti a secco lungo la strada provinciale e camminava spedito senza tentennamenti, era sicuro che sarebbe stato capace di camminare anche sul filo sospeso se solo gli avessero spiegato come si tende il filo e anche che razza di filo sia.

In officina portava  fino a quattro barattoli d’olio motore uno sull’altro con la sola mano destra e su una sola gamba, saliva sulle passerelle di legno dei ponteggi e si divertiva a far finta di cadere giù facendo gridare i presenti dalla paura.

Possedeva insomma quella dote naturale di stabilità dovuta al baricentro basso ed al peso piuma, arricchita da buoni piedi taglia quarantatrè e polpacci muscolosi.

Quando ballava Giannino ballava il liscio, preferibilmente polka e mazurca, alla Casina di Vetro nel quartiere della fiera, e non aveva problemi a condurre la ballerina di turno in vorticosi giri. Non era proprio ortodosso come tecnica, la sua scuola era stata unicamente la balera, li, osservando gli altri e provando e riprovando, aveva appreso le regole ed trucchi per girare e cambiare posizione. Certo il portamento di danza non era bellissimo a vedersi, un po’ altalenante procedeva a saltelli inventando piroette e giravolte che parevano avvitarlo alla pista, però era efficace.  Per questo le ragazze del quartiere non si negavano anche se poi una volta finito il ballo doveva riaccomodarle a sedere perché da sole sbandavano per il giramento di capo. Certo era meglio esser state leggere a cena o non aver bevuto troppi bicchieri perché dopo c’era il rischio di fare i maialini in pista.

Per mantenere un giusto equilibrio nel ballo occorre essere coscienti del proprio centro di gravità. Il centro di gravità va trovato, curato, capito e usato per una buona tecnica del movimento.

Giannino non sapeva niente del centro di gravità, se proprio avesse dovuto dire dove era il suo centro di gravità avrebbe fatto un gestaccio volgare portandosi le mani sul suo rispettabile pacchetto anteriore e avrebbe detto una vaccata, era orgogliosamente ignorante, tuttavia sapeva che per piroettare agilmente doveva stare col peso più in basso possibile, così sentiva la forza delle cosce e dei polpacci e poteva scattare ripetutamente con strappi violenti come quando andava in montagna con la bici da corsa.

Le flessioni  devono sempre essere protese verso il centro di gravità in modo che un partner possa mantenere l’equilibrio senza il supporto dell’altro partner, ciò per evitare fatica; è necessario flettersi ed estendersi con naturalezza.

Anche delle flessioni Giannino non sapeva niente, però piegava le ginocchia quanto bastava per darsi slancio senza finire addosso alla ballerina. Questo movimento lo aveva imparato a proprie spese dopo essere più volte rovinato in braccio alla damigella sdegnata spiattellandola  per le terre, precarietà di equilibrio condiviso, appunto. In quanto alla fatica ci voleva ben altro che un ballo per sfiancarlo, Giannino era uno che lavorava dieci ore il giorno col sorriso sulle labbra.

Ogni parte del corpo che si muove deve sempre essere attenta e far riferimento al centro di gravità del corpo in movimento.

Effettivamente Giannino era attento, molto attento e curioso, ma più verso quello che succedeva intorno che verso il proprio corpo: non voleva perdersi  nulla di quel che succedeva in pista e tra il pubblico, amava farsi vedere e salutare gli amici e rideva fregandosene del centro di gravità. Le parti del corpo gli si muovevano autonomamente e con allegria: le braccia si agitavano in su e giù come pale di mulino, la testolina vagava a destra e a manca sul perno del collo e le gambe si muovevano freneticamente di motu proprio indipendentemente da tutto il resto.

Il centro di gravità è sempre in movimento e assume la sua posizione in base ai movimenti, alle rotazioni e alle mutevoli posizioni di coppia.

Era meglio se non muoveva il suo cosiddetto centro di gravità perché quando ciò accadeva si trasformava in una parodia dell’atto sessuale fratto di scatti del bacino avanti e indietro, avanti e indietro  accompagnati da grasse risate non sempre raccolte con scherzosità dalla ballerine che più di una volta lo avevano piantato in asso sdegnate a quel gesto.

Una delle difficoltà maggiori consiste nel riuscire a mantenere la buona posizione durante tutta la competizione senza far “soffrire” il partner né scomporre la coppia.

Non è che facesse soffrire le compagne di ballo, anzi si divertivano assai, bastava che fossero coscienti di cosa le aspettava entrando nel vortice delle sue mazurche:  chi si lanciava con lui si divertiva garantito, meglio che sul calcinculo dei giostrai della festa di Sant’Antimo, e pure gratis.

Niente gonne strette o scarpe col tacco alto, piuttosto abbigliamento da trekking e biancheria intima rinforzata per non correre rischi di rimanere denudate nel corso degli avvitamenti. In quanto alla posizione di certo non era in grado di mantenerla stabile sennò che divertimento era.

La contrazione dei muscoli deve essere in perfetta sintonia coi movimenti di estensione e conferire al corpo “flessuosità” morbidezza di movimento e un controllo rilassato e soffice.

Quanto alla contrazione dei muscoli meglio soprassedere, come sull’argomento della flessuosità: quei termini gli avrebbero richiamato pensieri a sfondo sessuale che lo avrebbero sicuramente distratto dal ballo. “Non son mica finocchio!” tagliava corto con chi gli faceva notare una certa mancanza di grazia  nelle sue trottole.

Se uno dei partner sente fatica significa che lui o l’altro partner sta facendo qualcosa che non va.

Giannino era sicuro di far bene, le altre si arrangiassero a stargli dietro, non aveva molto riguardo per la dama più che altro perché era troppo felice  e preso dalla propria energia per curarsi di quello che provava la sventurata di turno.

Nei vari movimenti la dama reagisce all’iniziativa dell’uomo con una intensità dieci volte maggiore a quella messa in moto dal proprio partner.

Le reazioni della dama occasionale erano le più svariate: qualcuna partiva in  quarta assecondando i suoi tempi e il turbinio di braccia e di gambe  che spazzolavano la pista come un rotowash, altre dopo pochi passi si pentivano di aver accettato il giro ed essere salite a bordo e si ranicchiavano facendosi il più piccine possibile in attesa della fine della sofferenza con uno sguardo tra l’atterrito e l’attonito. Una volta la Teresa, la guardarobiera della Casina di Vetro, di mole robusta e pochi complimenti, che dopo tanta insistenza aveva finalmente accettato il suo invito, frenò immediatamente dopo pochi passi e gli mollò un ceffone pensando di punirlo come si fa coi bambini troppo irrequieti.

 

Le inclinazioni non devono servire solo per migliorare l’equilibrio durante le rotazioni, ma anche e soprattutto per imprimere al movimento l’importante effetto di swing.

Beh lo swing per Giannino era il “sing” e voleva dire presentarsi in pista abbigliato alla Tony Manero con completino bianco e camicia nera e dondolare le spalle camminando e masticando cingomma.

Giannino non era un adone, piccoletto e mingherlino con capelli rossi ed una barbetta che lo faceva assomigliare inevitabilmente ad uno gnomo. Faceva il meccanico di trattori sulla provinciale per la collina, operaio a tempo indeterminato ma solo finche c’era lavoro, e per ora ce n’era sempre stato.

Era benvoluto da tutti perché era allegro e disponibile, e poi era piccino e faceva tenerezza. A Natale faceva il lanternino nella processione del presepe vivente, cioè il bambino che apre la sfilata addobbato da pastorello con la lanterna in mano e per l‘occasione si faceva anche la barba, a Pasqua nella ricostruzione della passione del venerdì santo faceva il centurione romano strappando un sorriso bonario a tutti, tanto che lo chiamavano “cinturino” .

Aspettava la domenica pomeriggio per andare a ballare e l’estate le sagre della polenta o del cinghiale e roba del genere che si concludevano immancabilmente con la serata di liscio. Non aveva nessuna relazione stabile, solo qualche battona a pagamento raccolta sullo stradone dell’ipermercato che gli finiva mezzo stipendio in una serata ma che lo rimetteva a posto nei punti essenziali.

La sua vita passava così e Giannino era  convinto che fosse una buona vita fatta di sentimenti semplici e naturali, un poco ingenui e senza grosse pretese.

Se la gustava fra pastasciutte abbondanti, ore in officina e giri di mazurca, senza litigare con nessuno e senza invidiare quelli apparentemente messi meglio di lui.

Forse non aveva un gran equilibrio nel ballo ma sicuramente possedeva un notevole equilibrio nell’affrontare la vita.

Cavanatte

Lo chiamavano Cavanatte perché segnava porri, verruche e malocchio nel paese e dintorni, ma di mestiere faceva il contadino ed aveva un bel podere tutto suo.

Non gli mancava niente e segnava gratis per quelli che glielo chiedevano, pare anche che le sue segnature funzionassero tanto che lo impegnavano fino a tardi dopo cena dopo che era tornato dal lavoro vero. Lui lo faceva volentieri,  aveva il “dono” ereditato geneticamente dalla madre e come lei sentiva di doverlo condividere con generosità  con chiunque avesse bisogno di lui.

Era un omone alto e grosso con braccia nerborute e fianchi tosti, un colosso da far paura e con lo sguardo accigliato, ma buono come il pane e grezzo come si conviene. Un uomo semplice.

Il sabato sera andava al Cucharacha, la balera del comune vicino specializzata in balli caraibici e ballava il merengue e la bachata ancheggiando come una puttana.

Aveva una partner fissa che si chiamava Adele Imperial e che faceva la sarta; non arrivavano mai assieme al locale, lei con la panda,  lui col furgone, sedevano a tavoli vicini ma ognuno per conto proprio come se non si conoscessero e l’incontro avvenisse per caso, poi appena partito il primo pezzo di bachata ritmata, si gettavano in pista e si avvinghiavano cosce contro cosce, bacino contro bacino sculettando a più non posso ed agitando braccia e spalle.

Sguaiati come pochi si dimenavano sbracciandosi e sudando a refe nero. Pareva che lui volesse farsela lì, in mezzo alla pista.

L’Adele faceva Imperial di cognome, ma non era discendente da una famiglia nobile né tanto meno imperiale: era sarta brava e laboriosa, con un po’ di annetti sulle spalle e un matrimoniaccio fallito con un pezzo di delinquente.

Si cuciva dei vestitini da ballo che erano una favola e una promessa: grandi scolli e spacchi, stretti in vita, anche se la vita non era più stretta. La foderavano, come si dice, come un guanto, mettendo in mostra una mercanzia sovrappeso matura, ma sempre appetibile per uomini forti di braccia e di lombi.

Non aveva ufficialmente nessuno, ma tutti sapevano che se la faceva col Cavanatte come degno finale di serate di balli provocanti e famelici.

Lavorava duro per tutta la settimana fregandosene dei pettegolezzi e delle battutine di chi non ha di meglio da fare; era una donna forte che ne aveva passate di tutti i colori e non era certo qualche chiacchiera in più che  avrebbe potuto intimorirla, faticava per mantenersi indipendente e libera dagli uomini come il suo ex e per potersi scegliere chi le pareva e quando.

Si era così conquistata una rispettabilità accettabile anche in quel paesone un po’ bigotto della pianura e si riteneva una donna quasi libera, il quasi era legato all’ex marito che poteva sempre costituire una minaccia per la sua tranquillità.

Per quello le piaceva il Cavanatte perché era buono e giusto, e pure grosso, avrebbe saputo difenderla e, all’occorrenza, le levava anche il malocchio..

La storia era nata per caso dopo una serata di merengue sempre più appiccicosi fatti di inciuci, sombreri, sciarpe e strofinamenti che avevano eccitato i sensi di lui in maniera  vistosa, tanto che le aveva fatto una corte serrata, ma tanto serrata che a mezzanotte erano finiti nel retro del furgone di lui a completare la festa in maniera adeguata.

Al Cucharacha ormai erano di casa: passavano la settimana ognuno per conto proprio a faticare e tirar la carretta e si davano appuntamento da un sabato all’altro, compresi prefestivi e santo patrono.

Il giorno prima lui ripuliva per bene il furgone dalle granaglie e dagli attrezzi del campo e ci piazzava dentro un materassone gonfiabile da campeggio con tanto di luce di cortesia e coperte, poi al sabato si scatenavano in sala fingendo di essere lì per caso e, più tardi si scatenavano in altra modalità sul retro del furgone.

Era un menage che funzionava e che nessuno dei due aveva il coraggio di cambiare addentrandosi in relazioni più serie e impegnative.

Tutto filava liscio fino al giorno infausto in cui al Cucharacha, dopo una spiata da parte di ignoti, si mormora che gli ignoti non fossero tali bensì quelli del Macumba locale concorrente del paese vicino, accaparono assieme la Guardia di Finanza, la Siae e la Asl ovvero la peggior congiunzione di cataclismi che si possa temere, e scoppiò la tempesta perfetta dei locali da  ballo.

Non c’era praticamente niente in regola: scontrini due ogni dieci, libri contabili neanche a parlarne, uscite di sicurezza bloccate, bagni orrendi e pure gli estintori erano finti.

Risultato: sigilli al locale  e denuncia per il gestore, niente bachata al sabato sera e niente appuntamento per Cavanatte e Adele.

Quel sabato quando i due si presentarono ignari, ognuno per proprio conto e trovarono il Cucharacha chiuso, rimasero talmente sorpresi da non riuscire a reagire in alcun modo. Si fermarono davanti l’ingresso con altri avventori capitati senza saper niente a far congetture sulla sorte del locale e della serata, poi, lentamente, ognuno riprese la strada verso altre destinazioni e, sconsolatamente Adele lanciò uno sguardo al Cavanatte fece una smorfia di delusione e senza dire niente, risalì sulla panda verso casa.

Anche lui si avviò mestamente verso il furgone,  salì e se ne andò.

Passarono le settimane, i due senza il Cucharacha non avevano la scusa per ritrovarsi, era come se  mancasse il movente per far scatenare la passione, come se la loro relazione traesse ragione e vigore solo grazie a quel locale.

Cavanatte segnava i porri distrattamente e non li mandava più via, levava il malocchio senza convinzione e le sciagure non abbandonavano i malcapitati, era triste e sconsolato.

Adele aveva smesso di cucirsi nuovi abitini leggeri, si limitava al suo lavoro di routine senza passione.

Passarono anche i mesi e Cavanatte aveva voglia di lei e il locale era sempre sigillato e il furgone era sempre sporco.

La storia potrebbe finire qui, con i due che non si ritrovano, perché il Cucharacha di fatto non fu più riaperto: ci volevano troppi soldi da investire per risistemarlo ed il gestore se ne era scappato a Cuba a veder ballare i caraibici dal vero.

Però l‘Adele era sveglia, più sveglia di lui è ovvio, e anche cocciuta, e non voleva perdersi l’uomo per colpa di un cretino di amministratore che non faceva bene il suo lavoro di localaio.

Così decise di fare il primo passo e andare da lui con la scusa di farsi segnare il malocchio.

Cavanatte quando se la vide davanti provò un brivido prolungato fra il groppone e le spalle, gli mancava da morire e non sapeva come dirglielo. Allora si limitò a segnarle il malocchio con tutta la concentrazione possibile e poi le chiese se voleva fare un giro in furgone. Adele non aspettava altro.

Morale della favola: la sera non era sabato ma mercoledì, il furgone non era pulito ma pieno di balle di sementi, l’Adele non aveva il suo vestitino provocante e non c’era la musica, ma mai  quel rapporto fu più dolce di quella volta e delle volte che vennero in seguito.

Per la cronaca l’Adele non aveva il malocchio.

Proto

Dal greco “protos” primo, che sta innanzi a tutti; nelle parole composte ha il senso di primo ad esempio protocollo, protomedico ecc

Proto è uno dei miei amici di ballo.

E’ basso e tarchiato a fuoco dal lavoro di fabbrica, mani di corteccia e piedi piccoli, ha incorporate batterie di lunga durata a basso consumo fatte apposta per lui in fonderia che deve avere inserite tra le ascelle  e la schiena perché suda in continuazione e cambia tre magliette e due camicie per sera.

Quando balla  muove i piedi in tutte le direzioni, avanti, indietro, a lato, sopra e sotto, girando come ruote di locomotiva che sferragliano veloci sulla pista a tempo di qualunque musica si suoni.

Le braccia afferrano salde la ballerina di turno e la pilotano in una specie di rallye di giravolte arcuate e rotear di scimitarre. Ballare con esso è una corsa campestre ad ostacoli che stira le articolazioni principali e confonde tutte le teorie di ballo apprese con diligenza e fatica.

Quando balla sorride, parla e guarda il pubblico estasiato, è un bimbo che si diverte da matti ed è contagioso, trasmette allegria e cameratismo. Tutte si aspettano di ballare con lui e resterebbero delusissime se non venissero trascinate in pista, ma lui non trascura nessuna, nessuna donna resterà seduta o sola, nè lascerà che qualcuna si intristisca sulla sedia, tutte si sentiranno attraenti e interessanti.

E’ il jolly, l’asso nella manica del gruppo,  una garanzia di riuscita della festa.

Le balere dovrebbero ingaggiarlo per alzare il livello di divertimento generale delle donne e invece lui fa tutto questo gratis.

Quando manca alle serate si sente, siamo tutti un po’ più mosci, anche noi maschietti perché lui, nei momenti liberi tra una danza e l’altra, scherza e racconta barzellette e ci racconta i suoi guai, le sue soddisfazioni e la vita quotidiana con enfasi e passione.

La moglie è una placida, dolce e accondiscendente compagna che se lo gusta per tutta la settimana e lo scioglie in sala da ballo, a lei non piace moltissimo ballare, ma guarda volentieri gli altri farlo. Lui ringrazia ed entra in azione.

Non si può dire che balli male, anzi. Ha insegnato molti passettini a molte dame, ha ritmo, tempismo e conosce mille trucchi, diciamo che non è propriamente ortodosso nella esecuzione di quanto scritto sui libri

Proto e una persona viva e vitale, un compagnone e sopratutto un buon amico, insomma un protoballo da sballo.

Il Papillon Rosso

Questa è la storia di quel signore distinto di mezza età che potreste avere incontrato nella vostra sala preferita a ballare con partner sempre diverse, mai in atteggiamento confidenziale con alcuna di esse, mai seduto in allegra compagnia. Una figura che siete sicuri di aver già visto altre volte proprio lì, ma di cui vi sfuggono i riferimenti più precisi, il nome, la donna, gli amici e, forse,  verrà di chiedervi cosa lo spinge in sala, perchè dopo aver ballato con tutte, entra ed esce sempre da solo dal locale, cosa lo fa divertire, che cosa sta cercando. Vorrete insomma dargli un contenuto, una storia.

C’era un tempo in cui ogni mattina si svegliava allo stesso modo: volgendo il capo verso destra a cercare il profilo della schiena di lei. Lei dormiva sempre poggiata sul fianco destro con le gambe raccolte, le ginocchia sul petto ad occupare poco spazio, alla ricerca di calore e sicurezza, il braccio sinistro lungo il corpo, la testa poggiata su due piccoli cuscini.

Intravedeva nella penombra la curva della schiena non ancora abbronzata di inizio estate, i laccetti sottili della camicia da notte sulle spalle leggermente scoperte dal lenzuolo, i fianchi pieni, i capelli chiari rilasciati sul cuscino, l’ampio dorso alzarsi ed abbassarsi con il ritmo pigro del respiro notturno.

Si soffermava  a carpirne sulla pelle il leggero profumo della notte appena trascorsa,  aspirando con le narici dilatate ed i sensi già accesi, tentava di penetrare i pensieri che ne animavano gli ultimi sogni per forzarvi la sua presenza. Avrebbe voluto essere in quei sogni, avrebbe voluto essere parte del suo inconscio.

Aspettava così, immobile, per minuti, decine di minuti, quarti d’ora, accadeva infatti che lei si svegliasse sempre un poco più tardi con il trascorrere degli anni. Non osava toccarla, amava quello stato di sospensione in cui tutto appare ancora fumoso e indefinito, temeva la concretezza della realtà e ne ritardava il sopravvento.

Poi, finalmente, lei muoveva leggermente le spalle, allungava il braccio  per ritrovarlo con il tatto, aspettava ancora qualche istante e, infine, volgeva il viso verso di lui.

La rarefatta attesa terminava, si rompeva con l’ineluttabilità di una vaso prezioso che senti sfuggirti dalle mani e, incapace di fare niente per impedirlo, vedi scivolare e cadere a terra, e il giorno poteva iniziare ad esistere come entità di tempo reale.

Di fatto era avvenuto solo negli ultimi mesi che si svegliasse prima di lei, per tutti gli anni della loro vita in comune aveva dormito di un sonno pesante ed ignaro fino al limite delle possibilità concesse dal suono della sveglia, spesso era lei che lo destava con una tazza di caffè caldo ed amaro.

Quelle volte lui apriva gli occhi e incontrava il suo sguardo fisso con una espressione che non aveva mai saputo interpretare. Era come se lei lo esaminasse, scrutasse ogni dettaglio del viso, i pori, le rughe  e formulasse tra se piccole considerazioni segrete sul suo aspetto, o forse voleva solo captare i pensieri del primo risveglio o afferrare il primo dischiudersi degli occhi al giorno per cogliere l’attimo di sorpresa che ogni mattina si rinnovava in lui trovandosela davanti, così vicina. Forse era solo il suo desiderio di fondersi con il suo sonno, diventare il suo sonno, il suo oppio. Lei sapeva bene quanto da sempre gli piacesse dormire, come si sentisse a proprio agio nel sonno. Se fosse riuscita a entrarne a far parte era certa che lui si sarebbe sentito davvero completato.

Ecco, due anni dopo lui ancora si svegliava allo stesso modo, con gli stessi gesti anche se sapeva che girando la testa verso destra non avrebbe trovato  nulla e nessuno, solo il vuoto del letto e la parete della stanza vuota, un’altra vita.

Era come richiamare ogni volta dolore e amore, riprovare un brivido, un morso feroce al centro del petto che durava attimi, che ne proiettava furiosamente l’anima verso il bordo del letto, verso un orizzonte verticale senza fine, un precipizio profondo, una voragine aperta verso nulla che inghiottiva lo spirito nel vuoto e, improvvisa, si scioglieva non rilasciando che la consapevolezza della solitudine.

Il risveglio era la parte più difficile della giornata.

Quei minuti che intercorrevano tra l’ultimo sonno ed i piedi poggiati a terra a lato del letto erano la sua illusione e la sua pena, erano ciò che segnava la sua vita: era un uomo irrimediabilmente solo e, quel che è peggio, ne era consapevole.

Ambrogio era nato sessantadue anni prima in una cittadina di provincia, una vita vissuta da impiegato comunale, una carriera regolare, una vita tranquilla divisa con la moglie, ventisette anni di matrimonio senza pensieri, un bell’appartamento, niente figli né animali, e la passione del ballo liscio, scoperta in età matura e con lei condivisa.

Una sera di dieci anni prima,  trascinati da amici, erano entrati al Papillon Rosso, un circolo che era subentrato ad una vecchia casa del popolo di periferia, trasformata in pizzeria e sala da ballo. Dopo la pizza, cattiva, erano saliti al primo piano ed entrati nella sala da ballo: era stata come un’illuminazione.

Seguirono tre anni di scuola di ballo sempre al Papillon e poi innumerevoli sere del sabato passate nelle sale di tutta la regione a ballare in compagnia o da soli, una passione scoperta per caso che aveva caratterizzato la loro vita. Anni semplici e belli, vissuti con leggerezza, quieti e allegri, senza malattie o figli da sistemare in una sospensione temporale che magicamente li riportava indietro ai loro anni migliori.

Poi un dolore sconosciuto che nel giro di due settimane e in un crescendo silenzioso aveva impedito i movimenti veloci di lei, costringendola a rimanere seduta quando le altre coppie si lanciavano in pista, prima con i veloci jive, poi col cha cha, infine con qualunque danza e con qualunque ritmo.

Un mese e non aveva più la forza nemmeno di uscire la sera per andare al dancing con gli altri, un’altra settimana e dovette ricorrere al busto rigido per stare eretta in poltrona senza dolore, un’altra ancora e finalmente la diagnosi divenne certa e spietata.

Un sabato sera, in condizioni già compromesse, Ambrogio la convinse ad uscire con gli altri, andarono di nuovo al Papillon Rosso, riuscirono a danzare ancora con piccoli passi di beguine, lui la guidava con cura quasi sollevandola da terra per renderla più leggera, lei era tesa, combattuta tra la sofferenza e il desiderio di non lasciare quelle sensazioni per sempre. Erano i loro ultimi balli assieme e lo sapevano.

Quella che iniziò il giorno successivo fu l’ultima settimana per lei: morì in casa di mercoledì mattina quando in strada c’era il mercato della verdura e si poteva udire dalle finestre la voce degli ambulanti.

Da allora erano passati due anni, Ambrogio non si era rifatto una vita, anzi non si era ripreso proprio: trascorreva la giornate avvolto in una apatia struggente, commiserandosi e lasciandosi invecchiare.

Ma ogni sabato, qualunque stagione e con qualunque tempo, da solo, indossava i pantaloni neri, la camicia bianca con i gemelli e il gilet nero, infilava nella borsa le vecchie scarpe da sala lucide e si recava a ballare.

Nelle tre ore successive si trasformava: faceva da nave scuola per le ballerine principianti e il partner competente per quelle brave; signore e signorine di ogni età ballavano volentieri con lui, distinto e sensibile, un compagno non invadente e professionale che con gentilezza le accompagnava e le sosteneva premuroso nei loro sforzi, senza chiedere niente in cambio.

In quelle ore ballava di tutto, lenti e veloci, sorrideva di un sorriso garbato e un poco distante con galanteria, incoraggiava tutte e si inventava sempre un modo per complimentarsi con loro per i progressi o per la scioltezza, per la leggerezza o il senso del ritmo,  si inebriava della musica e del movimento coordinato dei passi dimenticandosi di sé, estraniandosi dalla propria realtà.

Era uno svago bellissimo, galleggiare in una dimensione astratta senza tempo e senza dolore, solo la concentrazione nel seguire il ritmo e l’armonia dei movimenti, uno due tre, giro a sinistra, quattro cinque sei, chassè, tre passi avanti, tacco, pianta, taccopianta, giro spin e via ancora per balli e canzoni, valzer e tanghi, mazurche rumbe e merengue, tutto il suonabile  e tutto il ballabile senza fermarsi, cambiando compagna ad ogni giro e ricominciando daccapo, tra giravolte e passi doppi, aperture e ampie falcate, un tourbillon di movimenti composti, inesauribile, sempre sorridente sempre educato, fino alla stanchezza totale che finalmente lo coglieva e lo restituiva spossato di ogni energia.

Quello era il tempo di salutare, tornare a casa e cominciare una nuova settimana.

Difficile definirlo divertimento era più una maratona contro la realtà e contro se stesso, lo sfogo che dava un piccolo motivo valido al suo sopravvivere.

L’unico locale dove non mise mai più piede fu il Papillon Rosso.